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Cultura

Un Carnevale che non è un Carnevale: il rito millenario della Beò di Bellino in Valle Varaita

In Valle Varaita c’è un rito dalle radici millenarie che culmina nei giorni di Carnevale ma non è Carnevale. Pochissimi Comuni ne hanno preservato la tradizione: la più importante Baìo dell’arco alpino si svolge a Sampeyre ogni cinque anni, me ce n’è un’altra, più piccola, che ha saputo tener salda la memoria. Ritorna a Bellino domenica 11 e martedì 13 febbraio dopo una lunga pausa che non ha scalfito nemmeno un millimetro del suo fascino

Di Daria Capitani | 10 febbraio | 18:00
Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Dimenticate i coriandoli e i carri allegorici. Liberate la mente da tutto ciò che nell’immaginario collettivo rimanda al Carnevale. In Valle Varaita, provincia di Cuneo in Piemonte, c’è un rito dalle radici millenarie che culmina nei giorni di Carnevale ma non è Carnevale. Si chiama Baìo, o Beò, perché il suo nome varia a seconda di come è pronunciata la lingua occitana nel luogo in cui avviene. Sono pochissimi i Comuni che ne hanno preservato la tradizione fino a qui: la più importante Baìo dell’arco alpino si svolge a Sampeyre ogni cinque anni (coinvolge circa cinquecento persone in un paese di mille abitanti), me ce n’è un’altra, preziosa nella sua unicità, che ha saputo tener salda la memoria. Ritorna a Bellino domenica 11 e martedì 13 febbraio dopo una lunga pausa che non ha scalfito nemmeno un millimetro del suo fascino.

 

 

Le Baìe erano molto diffuse in Piemonte nel tardo Medioevo: il termine, accezione occitana equivalente ad Abbadia, trae le sue origini da Abbazia o Badia. In un’epoca in cui la società era organizzata in corporazioni, le feste erano regolate dalle Compagnie della Gioventù. Gruppi di giovani che si preoccupavano di organizzare i momenti di svago. Tra questi, le cerimonie primaverili di propiziazione dei nuovi raccolti con cui si salutava il ritorno della “luce” dopo i bui mesi invernali. Attraversando diversi periodi storici, hanno accolto nuovi simboli che si sono sovrapposti a quelli precedenti fino ad assumere la struttura attuale. Oggi narrano, con un rituale millenario che lascia spazio all’estro di chi lo interpreta, le incursioni dei predoni saraceni che verso l’anno Mille avrebbero terrorizzato la Valle e la liberazione del paese da parte della popolazione locale insorta. Il corteo incanta per i colori e gli abiti, antichissimi, cuciti a mano dalle donne del luogo e poi scuciti e riposti con cura fino all’edizione successiva.

 

 

La storia della Beò de Blins (Bellino in occitano, 1576 metri di altitudine e un centinaio di abitanti) è speciale perché a tenerla in piedi è stato un esercizio di memoria orale e collettiva. «Oggi la Beò è viva grazie alla tenacia di mio padre e di un gruppo di persone volenterose», racconta Gianni Richard, presidente del Comitato organizzatore. Fino al 1939, si svolgeva ogni anno in quello che veniva chiamato il “quartiere alto” (Chiazale, Celle, Prafouchier), poi l’interruzione durante la guerra dal 1940 al 1945. Rinasce nel Dopoguerra, sempre nella formula tradizionale con i personaggi interpretati da soli uomini delle borgate alte, e il rito si ripete fino a un’ultima edizione nel 1958. Trascorrono quarant’anni di oblio, ma è soltanto apparente perché nel 1999 Matteo Richard (il papà dell’attuale presidente del Comitato) si fa promotore di una nuova ripartenza. In assenza di un numero sufficiente di uomini, la Beò apre la partecipazione alle donne per alcuni personaggi e (qualche anno più tardi) agli abitanti dei “quartieri bassi”. È un successo, confermato nel 2000 e nel 2003, che si ripete a cadenza triennale fino al 2015, quando il ciclo si interrompe ancora una volta: «Nel 2017 due lutti importanti, soprattutto in una piccola comunità come la nostra, poi la pandemia. Sono trascorsi nove anni», spiega Richard. Ma come una fenice, la Beò de Blins rinasce dalle ceneri, o meglio, dal ricordo sempre acceso di una tradizione sentita. «Siamo orfani di mio papà, che era un po’ il cerimoniere dell’evento, ma anche emozionati di poter continuare un percorso che ci è stato tramandato da generazioni».

 

 

 

 

La Beò non è una semplice sfilata: è una storia che si muove. Il corteo - 53 persone dai 3 anni in su - si avvia da Celle verso Chiazale, si dirige verso Prafouchier per poi concludersi nuovamente a Celle (qui il programma).

Aprono la via alcuni ragazzi, i Picounier, il cui compito consiste nell'avvistare "les barrieres", tronchi messi di traverso sulla strada per impedire il passaggio. Lou Viei, il vecchio, invita a seguirlo, mentre La Vieio si intrattiene con le mogli dei capofamiglia. Les Sarasines danzano, saltano e risaltano la barriera facendo risuonare i campanelli di cui sono rivestite. I Sapeur armati di scure abbattono le barriere che secondo la tradizione orale simboleggiano le fortificazioni create contro i saraceni. Altri personaggi sono L'Arlequin, Lou Souldà, Lou Gingolo, Lou Monsù e La Damo, Lou Turc sorvegliato da un gendarme, e gli immancabili Sounadour che con organetto e violino fanno ballare sulle note tradizionali dell'alta Val Varaita. Nel corso della festa, i Padrini e le Madrine della Beò chiederanno al Turc di convertirsi e dopo averlo battezzato offriranno da bere alla comunità. La sera del martedì grasso, Lou Ciciu, pupazzo di paglia in abiti tradizionali, finirà al rogo per raffigurare la chiusura della festa.

 

 

Una comunità che si racconta, un piccolo borgo che ripercorrendo un rito millenario apre il suo scrigno di memoria.

Nelle foto, gentilmente concesse da Gianni Richard, l'edizione 2015 della Beò di Bellino.

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