Contenuto sponsorizzato
Cultura | 04 dicembre 2025 | 06:00

Un rituale che consisteva nell'ottenere api e miele dalla carcassa in putrefazione di un animale, generalmente un bue o una mucca. Alla scoperta della Bugonia e della sua forza allegorica

A quali riflessioni ci invita l'antico mito, raccontato da Virgilio e rilanciato dall’ultimo film di Yorgos Lanthimos? Ne parliamo con Paolo Fontana, entomologo, apicoltore e appassionato traduttore dal latino

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Poco più di un mese fa usciva nei cinema italiani l’ultimo film di Yorgos Lanthimos, Bugonia. Il regista greco non ha rinunciato neanche questa volta ad uno spunto mitologico, tratto dalla letteratura antica, come pretesto per una analisi straniante e grottesca del mondo in cui viviamo. Lo stesso appiglio ci sembra possa offrire un taglio originale per affrontare un argomento più volte affrontato da L’Altramontagna: l’apicoltura.

 

Tocca a Virgilio di essere scomodato, il più illustre testimone del mito della "bugonia" - da cui il titolo del film - un rituale che consisteva nell'ottenere api e miele dalla carcassa in putrefazione di un animale, generalmente un bue o una mucca. L'autore latino d'età augustea ne parla attraverso il mito di Aristeo, raccontato nel IV libro delle Georgiche.

 

Muse, qual Dio ne rivelò, qual caso,

O quale umana esperienza a noi

Scoprì da prima, e tramandò quest’arte?



Nella mitologia, il pastore divino Aristeo, che secondo la tradizione ebbe il merito di diffondere l’apicoltura da una sponda all’altra del Mediterraneo, vide morire all’improvviso tutte le sue api. Interrogando la madre sull’accaduto, scoprì la causa della punizione divina: preso da un irrefrenabile desiderio, egli aveva infatti tentato di abusare della ninfa Euridice, promessa sposa di Orfeo. Nella fuga dal pastore, la ninfa aveva calpestato una serpe, il cui morso ne aveva causato la morte (qui si inserisce il più famoso mito della discesa nell’Ade di Orfeo). L’ira delle altre ninfe degli alberi, prostrate dalla perdita della compagna, aveva fatto sì che esse, per vendicarsi, facessero morire le api di Aristeo.

 

Turbato dalla perdita e pentitosi della sua colpa, il pastore si rivolge allora a un oracolo per ottenere il ripristino dei suoi amati alveari. La risposta dell’oracolo, gli rivelerà il processo di redenzione che dovrà seguire per purificarsi e riottenere le sue api.

 

Scegli fra tutti i tuoi,

che pascolano sulla cima verde del Liceo,

quattro tori dal corpo vigoroso,

i migliori, e altrettante giovenche

ancora non domate.

Alza per loro quattro are

vicino ai santuari delle dee

e dalle gole fa sgorgare il sangue sacro,

abbandonando i loro corpi nel folto del bosco.

 

Dopo il sacrificio, dalle carcasse putrefatte delle bestie di Aristeo risorgerà la vita. Ecco che, espiata la sua colpa, ne germoglieranno nuovi alveari. È la bugonia, La parola deriva dal greco antico βουγονία (bougonia), dove βούς significa ‘bue’: il termine fa riferimento proprio alla nascita spontanea delle api dalle spoglie dei buoi.



L’enigma sull’origine della vita ha attratto il dibattito filosofico e scientifico sin dai tempi antichi. Aristotele attribuiva una simile generazione spontanea ad animali quali vermi, anguille e, naturalmente, insetti. L’autorità del filosofo greco, poi, contribuì a diffondere questa teoria tanto tra i naturalisti che gli succedettero, quanto ai poeti come Virgilio, che portarono alla fama tesi come quella della bugonia, diffuse fino al diciassettesimo secolo. Solo con l’emergere delle nuove scienze mediche e biologiche, infatti, si cominciarono a sollevare i primi dubbi su questa dottrina così radicata.

 

Il mito di Aristeo, e in particolare la bugonia, sono carichi di significati allegorici: a partire dall’encomio per il buon governo dell’imperatore Augusto, fino all’interpretazione - più contemporanea - del mito come il racconto di una catastrofe morale o ambientale-ecologica. Su questo doppio livello di lettura si innesta la trasposizione cinematografica di Lanthimos (che peraltro è uno remake dell’originale coreano, dal titolo più eloquente, "Save the Green Planet!").


Ci aiuta a leggerne le sfaccettature Paolo Fontana, entomologo, apidologo e apicoltore, ricercatore della Fondazione Edmund Munch, nonché appassionato traduttore dal latino.  Attualmente, ha in cantiere un libro pensato come un excursus storico, da Aristotele fino all'Ottocento, sullo sviluppo della conoscenza sul sesso delle api.

 

"Il mito di Aristeo si inquadra anche di significati d’ordine morale, con uno sguardo sull'umanità attraversata dal patriarcato e dalla violenza sulle donne, dall'uxoricidio. In fondo, il racconto si erge su una colpa: quella del tentato stupro e della morte di Euridice. Questo è il frutto dello strapotere maschile, incarnato da Aristeo, spesso rappresentato in impegni elitari, come l’apicoltura e l’allevamento dei bovini, simboli di potere e di lusso".

 

A questi aspetti sociali e culturali, si innestano – e a tratti si sovrappongono – ulteriori livelli di lettura, come quello ambientale. "Euridice, la vittima, e le compagne che puniranno Aristeo sono ninfe amadriadi, cioè divinità che vivevano all’interno degli alberi. Euridice è poi moglie del poeta Orfeo, che rappresenta l'arte, la musica e la poesia. Si traccia così un triangolo per cui l’arte è amante della natura, al contrario dell'uomo produttivo, che ne è l’assassino".

 

"La suggestione - sottolinea Fontana - ci lascia immaginare uno scenario di sovrasfruttamento di praterie e abbattimento di foreste. Il tentato stupro di Euridice è in qualche modo lo stupro della foresta".  Il sacrificio dei bovini, simboli dell’opulenza antropica, sono infatti l’unica via per la redenzione, per la rinascita delle api, che "germoglieranno" proprio dalle spoglie essiccate dei buoi.

"Se il pascolo è eccessivo, distrugge la fonte di nutrimento delle api; lo stesso può fare la distruzione delle foreste, se indiscriminata, perché le api non trovano più delle cavità dove nidificare".

Il mito della bugonia, pur essendo densissimo di chiavi di lettura e nonostante la solida credenza antica nella generazione spontanea della vita, non è da considerarsi di per sé attendibile come fonte per ipotizzare un’adozione sistematica di questa pratica nell’apicoltura antica. Tuttavia, il testo di Virgilio non va del tutto svuotato di interesse scientifico.

 

L’entomologo Fontana, appassionato dall’autore, ha infatti intuito tra i suoi versi dei riferimenti molto concreti a certe abitudini di questi insetti imenotteri. Interessante, soprattutto, sembra essere la fase di sciamatura, descritta da Virgilio anche in chiave onomatopeica.

 

"I giorni prima della sciamatura, con progressivo intensificarsi, le api stanno tutte chiuse dentro l'alveare e volano avanti e indietro emettendo un ronzio molto cupo", spiega Fontana. "In un secondo momento, poi, si sentono come degli squilli di tromba: è il canto della regina libera, un ‘pe pe pe’, che Virgilio descrive con fractus sonitus imitata tubarum, cioè un suono rotto, interrotto, che imita le trombe di guerra".


Siamo ancora nel IV libro delle Georgiche, qualche centinaio di versi prima del mito di Aristeo. "La sua descrizione è talmente efficace nella rappresentazione che ci lascia supporre che l’autore abbia sentito dal vivo questo canto, e abbia poi trasposto con incredibile aderenza la fase di sciamatura della api attraverso la metafora bellica".

 

Questa la traduzione ‘tecnica’ di Paolo Fontana degli originali versi latini: "Se invece usciranno a battaglia - infatti spesso fra due re [regine] scoppia una grande e tumultuosa discordia - tu potrai molto prima prevedere l'ardore della colonia e l'ansiosa attesa della battaglia che cova all'interno; infatti finché le api sono ancora dentro l'arnia, si sente un caratteristico e marziale brontolio come di un rauco bronzo e si sente uno strepito simile agli squilli intermittenti delle trombe".

Di questo meraviglioso spettacolo, così sensibilmente trasposto in poesia da Virgilio, oggi si parla come di una "sindrome sciamatoria", o "febbre sciamatoria", spiega l’entomologo. "Le moderne tecniche di apicoltura fanno vedere la sciamatura come qualcosa di patologico, invece è esattamente ciò a cui punta la biologia dell’ape mellifera e del ‘superorganismo alveare’: è il suo obiettivo, non può essere considerata una malattia".

 

Questo ostacolare la sciamatura, aggiunge Fontana, è una delle cause che contribuiscono all’odierno declino delle api. Quello che, se compiuto, secondo una citazione attribuita ad Albert Einstein, sarà il segnale dell’estinzione della razza umana nel giro di pochi anni.

 

"A parte malattie e parassiti, esito degli insani nomadismi e del commercio internazionale di api, c’è la distruzione degli habitat: la moderna zootecnia, con meno operatori e più capi, è causa di prati iperconcimati che sono distese di graminacee e poco hanno da offrire agli impollinatori. E ancora, ci sono i pesticidi, il cambiamento climatico, e anche l’attività antropica di moltiplicazione delle colonie a partire da un numero esiguo di patrimoni genetici. Insieme a tutti questi fattori, l’ostacolo alla sciamatura fa sì che queste colonie siano intrinsecamente più deboli, più soggette a malattie e affamamenti, non adattate al loro ambiente".

Ciascuna di queste cause - si pensi, per esempio, agli odierni sistemi di allevamento intensivo cui fa riferimento il professore - ci fa tornare in qualche modo al mito della bugonia e all’impoverimento della vita per effetto degli eccessi umani. Nonostante questa teoria sia ormai superata dal punto di vista scientifico, la sua forza allegorica rimane intatta e perfettamente attuale. Così come dal cadavere del bue germoglia una moltitudine di vita; il mito, pur svuotato della fede religiosa, continua a rilanciare il nostro sforzo di comprendere il mondo.

 

E qui d'improvviso un prodigio incredibile appare:

fra le viscere disfatte degli animali

per tutto il ventre ronzano le api,

brulicando dai fianchi aperti,

in nugoli immensi ne escono

e, raccogliendosi sulla cima di un albero,

pendono a grappoli dalla curva dei rami.

Contenuto sponsorizzato