"Chi è nato lì piuttosto tira la cinghia su altro, ma la casa d'origine non va venduta o affittata". Negli ultimi anni, però, al Tretto qualcosa si muove: storia dell'associazione Restart

Un tempo comune autonomo, il Tretto ha conosciuto decenni di spopolamento. Oggi rappresenta un quarto del territorio comunale di Schio, ma meno del due per cento della popolazione. Il lavoro di Restart vuole provare a invertire questa tendenza, ed è fatto di eventi, libri, corsi e feste di paese, ma soprattutto di relazioni

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Il Tretto è un altopiano che sorge a nord di Schio, in provincia di Vicenza. È un territorio punteggiato di campi, boschi, vecchie case e piccole chiese di contrada. Un luogo che, a dispetto della vicinanza alla pianura a trazione industriale, ha conservato il ritmo discreto e le relazioni strette che caratterizzano gli insediamenti minori.
Un tempo comune autonomo, ha conosciuto decenni di spopolamento, interrotti solo da qualche ritorno e da pochi nuovi arrivi attratti dalla sua tranquillità. Oggi rappresenta un quarto del territorio comunale di Schio, ma meno del due per cento della popolazione. Un rapporto decisamente sbilanciato, che racconta bene la fragilità della sua trama sociale e rischia di lasciarlo isolato dall’amministrazione.
Qui il legame con le proprie origini è profondo, anche per chi ha scelto di trasferirsi in pianura, tanto da tenere le case vuote pur di non cederle. Eppure, negli ultimi anni, qualcosa si muove: giovani famiglie provenienti da fuori scelgono il Tretto per crescere i figli in un contesto più a misura d'uomo, e piccole iniziative comunitarie provano a ricucire le distanze tra vecchi e nuovi abitanti.
A raccogliere queste energie è un’associazione, Restart, nata nel 2017, frutto della determinazione di un gruppo di amici che, dopo la scomparsa del consiglio di quartiere, ha deciso di non rassegnarsi al declino. Il loro lavoro è fatto di eventi, libri, corsi e feste di paese, ma soprattutto di relazioni: incontri che, giorno dopo giorno, mantengono vivo il tessuto sociale del Tretto.
Daniele Dalla Vecchia, originario del Tretto e promotore di Restart, ci racconta la realtà di questo territorio, la sua storia e gli sforzi dell’associazione per riscriverne il corso di qui in avanti.

TERRITORIO DEL TRETTO
Il Tretto si distingue dal resto di Schio per la sua natura collinare e montuosa. I primi insediamenti si trovano già a 400-500 metri di altitudine e il territorio sale fino alla cima del Monte Novegno, a 1.500 metri. “Noi siamo montagna, anche se non abbiamo l’altitudine delle Dolomiti”, spiega. “Le difficoltà che incontriamo sono più simili a quelle che si trovano in posti come Zoldo o in altre valli del Bellunese, piuttosto che a quelle della pianura”.
Come ‘quartiere’ del Comune di Schio, il Tretto rappresenta il 24% del territorio comunale, ma meno del 2% della popolazione. La distanza dai servizi, le nevicate invernali e un tessuto culturale ancora legato all’agricoltura di autosussistenza lo rendono molto diverso da Schio, che è un grosso centro urbano. La scarsità demografica in termini di voti e la sua peculiarità geografica spesso lasciano il territorio più esposto al disinteresse delle istituzioni rispetto ad altri quartieri.
Il quartiere è formato da quattro parrocchie, pari ad altrettante frazioni: tre storiche, Santa Caterina, Sant Ulderico e San Rocco, e una più recente, Santa Maria, la cui chiesa fu costruita nel dopoguerra per voto di un imprenditore locale. Quest’ultima, trovandosi più vicina alla pianura, “è quella che risente meno dello spopolamento” e negli ultimi anni sta attirando giovani coppie che vogliono vivere in un luogo tranquillo ma vicino ai servizi.
Il Tretto è conosciuto in Italia per le cave di caolino, argilla utilizzata nella produzione di ceramiche, un’attività che ha caratterizzato la vita locale per secoli e che si è esaurita tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Un’altra importante realtà produttiva era l’industria Saccardo, che realizzava navette in legno per i telai dell’industria laniera di Schio, e che impiegava soprattutto donne del posto. Accanto a queste attività, la vita quotidiana era scandita dall’allevamento e da un’agricoltura familiare di sussistenza.

STORIA DEL QUARTIERE
Fino al 1969 il Tretto è stato un comune autonomo. L’annessione a Schio fu richiesta soprattutto per contrastare lo spopolamento. Negli anni, la popolazione ha conosciuto diverse ondate migratorie; la più significativa si ebbe tra gli anni Sessanta e Settanta, quando il boom industriale di Schio attirò molti abitanti verso la valle.
"I miei genitori venivano da due frazioni diverse del Tretto, Santa Caterina e San Rocco, ma quando si sono sposati hanno deciso di trasferirsi a Schio per essere più vicini al lavoro", racconta. Oggi, quindici-venti minuti di strada non ci sembrano affatto un ostacolo significativo, ma allora era anche una scelta di riscatto: "Si lasciava il mondo contadino per andare verso quello che era il futuro, l’industria".
In quegli anni se ne andò gran parte della popolazione giovane, lasciando soprattutto anziani e poche famiglie. Molti mantennero però le case di origine, trasformandole in seconde abitazioni. Questa scelta ha conservato il patrimonio edilizio ma ha bloccato il ricambio generazionale: "Nei miei studi ho scoperto che ci sono case formalmente di residenza, che sono state intestate a un familiare per non pagare l’IMU: pur non risultando come seconde case, di fatto lo sono, e rimangono per lo più vuote. Così non tornano mai sul mercato e non compaiono nemmeno nelle statistiche".
Per decenni la coesione sociale è stata garantita dai gruppi parrocchiali, che organizzavano catechismo e sagre, e dal consiglio di quartiere, un organo eletto, che funzionava da raccordo tra gli abitanti del Tretto e il Comune di Schio. Quando nel 2016 questo strumento fu abolito, si perse anche quel canale diretto di rappresentanza.

L'ASSOCIAZIONE RESTART
La scomparsa del consiglio di quartiere ci spinse, con un gruppo di amici nel 2017, a fare un passo avanti. "Eravamo otto o nove persone, ci siamo detti: proviamo a fare qualcosa. Non per sostituire il consiglio di quartiere, perché noi non siamo eletti e non rappresentiamo ufficialmente nessuno, ma almeno possiamo creare occasioni di incontro e dare visibilità al territorio".
Gli obiettivi erano due: da una parte organizzare momenti di aggregazione per chi vive nel Tretto, dall’altra far conoscere la zona attraverso eventi culturali, sportivi e sociali. Col tempo, l’associazione è diventata un punto di riferimento, e curiosamente sembra esserlo soprattutto per chi arriva da fuori. "Uno che è nato qui conosce già tutti, ha la sua rete di rapporti. Chi si trasferisce, invece, a un certo punto si aggrappa a quello che trova, e noi cerchiamo di essere quel punto d’appoggio".
Tra le iniziative meglio riuscite ci sono i corsi di ginnastica per anziani e persone di mezza età che, oltre all’attività fisica, offrono un’occasione per parlare e fare amicizia. C’è poi Presepi in contra’, in cui le famiglie di una contrada si riuniscono in inverno per costruire insieme i presepi, trasformando il periodo natalizio in un momento di collaborazione.
L’associazione ha promosso anche un progetto editoriale importante: la pubblicazione di un volume di 800 pagine sulla storia del Tretto, curato dallo storico Angelo Saccardo. "Era un lavoro che mancava. Saccardo aveva già raccolto tanto materiale negli anni, ma non era mai stato messo insieme. Oggi siamo alla seconda ristampa, avremmo venduto circa 1.200 copie: vuol dire che c’era davvero bisogno di questo libro".
In diversi casi, l’associazione ha svolto un ruolo di mediazione tra residenti storici e nuovi arrivati, aiutando a superare diffidenze iniziali. "In certe contrade ci siamo messi proprio a presentare le persone, a farle incontrare. Può sembrare una cosa piccola, ma da lì nascono rapporti, anche tra vicini di casa, che altrimenti non si creerebbero".

SFIDE PER IL FUTURO
Le sfide restano molte. Lo spopolamento e l’invecchiamento della popolazione continuano, aggravati da un mercato immobiliare bloccato. "Ogni mese riceviamo richieste di giovani coppie che cercano casa, ma qui non si trova nulla. Anche se non ci si abita più, si preferisce tenere la casa vuota piuttosto che venderla o affittarla. Chi è nato lì, piuttosto tira la cinghia su altro, ma le origini si mantengono a tutti i costi".
L’integrazione tra residenti storici e nuovi arrivati è un altro nodo critico. "In montagna c’è spesso una certa distanza verso chi viene da fuori: per molti, questa è casa loro e chi arriva è diverso". Lo dimostra anche un episodio di vent’anni fa, quando un progetto di eco-villaggio avrebbe portato 50-60 nuove persone in una frazione di 300 abitanti: "L’opposizione fu forte e il piano venne ridimensionato a meno di dieci famiglie, che comunque sono riuscite a portare un po’ di ringiovanimento".
Nonostante le difficoltà, i piccoli risultati sono incoraggianti. Al corso di ginnastica, ad esempio, partecipano sia persone nate e cresciute nel Tretto che nuove famiglie. "Si conoscono, si parlano, si scambiano i numeri di telefono. Se uno ha bisogno, chiama l’altro. Sono cose semplici, ma sono un seme per il futuro".
Per il presidente dell’associazione, il lavoro da fare è ancora lungo: "Non è uno sprint, ma una maratona. Io ho un bambino di un anno e una bambina di quattro. Quello che faccio lo faccio sperando che, quando saranno grandi, certi problemi saranno superati e il territorio sarà ancora vivo. Lavoriamo per il futuro, e non è facile, ma vale la pena provarci".













