Contenuto sponsorizzato
Storie | 27 luglio 2025 | 18:00

"Una scelta d’amore: uomini e donne che amano il posto in cui vivono e fanno di tutto per rimanerci nonostante le dificoltà". Francesco Tomè presenta il suo primo docufilm ‘La restanza’

"L’ho fatto tutto da solo, le immagini, la regia. Dunque, anche non volendo, ne è uscito qualcosa di molto crudo, reale: non c’è la favola della montagna, con le caprette e gli alpeggi belli verdi, ma la complessa realtà di questi territori così com’è". Sono ‘storie di gente che resta fra Toscana ed Emilia’ quelle che il regista fiorentino porta sullo schermo, dalle sue amate Apuane al paese abitato più alto dell’Appennino

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

“Questo documentario nasce dalla grande passione che ho verso la montagna e la curiosità che ho sempre avuto nel conoscerne gli abitanti. Il progetto nasce per testimoniare e raccontare le realtà che a fatica decidono di restare nonostante l’attuale abbandono delle terre alte. Questa testimonianza audiovisiva non vuole in nessun modo dare un giudizio, ma piuttosto raccontare senza filtri le realtà delle valli apuane e appenniniche”.

 

Francesco Tomè ha 25 anni, viene da Firenze e studia Belle Arti a Milano. È laureato in Cinema e Fotografia, ma per presentare lui e i suoi progetti i titoli certo non bastano. “Tutto parte dal fatto che amo la montagna”, racconta, e non è difficile crederlo: mentre parliamo ha appena terminato una tappa di 45 chilometri in trail running. Sì, perché attualmente Francesco è impegnato in una traversata delle Alpi, dalla Croazia alla Liguria, lungo il Sentiero Italia. Quaranta chilometri di corsa al giorno per sessanta giorni. “Questa però è un’altra storia”, racconta ridendo.

 

Prima di partire per quest’avventura, da qualche mese girava per i cinema d’Italia a presentare il suo primo documentario indipendente, ed è in qualità di regista che l’abbiamo interpellato. In questo articolo, si parla proprio del docufilm “La restanza - Storie di gente che resta fra Toscana ed Emilia”.

Il documentario, che prende spunto da un saggio di Vito Teti, antropologo e teorico del concetto di “restanza”, è un viaggio tra le Alpi Apuane e l’Appennino Tosco-Emiliano. È un’esplorazione della quotidianità di quei territori, con un'attenzione particolare agli aspetti sociali e antropici. Le etichette, ormai così diffuse, si sprecherebbero per teorizzare lo stile di vita di queste valli. Tomè, tuttavia, ha lasciato l’onere di raccontare queste realtà alle immagini e alle voci degli abitanti, prestando attenzione a non lasciare impresso sulla pellicola il suo sguardo di cittadino.

 

La sua è un’operazione antropologica - precisa il regista - “non sono un antropologo, sono laureato in cinema e fotografia, sono appassionato di montagna e sono affascinato dal conoscere le persone che abitano questi luoghi. Tutto qua”.

 

 

Come si è sviluppato il progetto?

 

Il progetto è emerso quasi casualmente. Mia zia mi ha regalato il saggio di Vito Teti, La restanza. Leggendolo ho pensato fosse una prospettiva estremamente fertile per raccontare un territorio. Così ho pensato: io faccio video e foto - studio belle arti a Milano - ma allora perché non raccontare quello che c’è in Toscana, che nessuno conosce? soprattutto la parte delle Alpi Apuane che ha una situazione molto particolare, tra le cave e lo stato di progressivo abbandono. Così è nata l’idea di girare questo documentario insieme alla professoressa di Antropologia di Brera, a Milano, che raccontasse la situazione nelle Apuane e nell’Appennino tosco-emiliano. È il mio primo progetto da indipendente come documentarista antropologico, dunque diciamo che è un lavoro artigianale. L’ho fatto tutto da solo, le immagini, la regia… dunque, anche non volendo, ne è uscito qualcosa di molto crudo, reale: non c’è la favola della montagna, con le caprette e gli alpeggi belli verdi; ma mostra la complessa realtà di questi territori così com’è. E poi c’è un progetto fotografico, che ho iniziato con il professore di Fotografia e si è in parte sovrapposto a quello cinematografico. È una selezione di scatti che ho fotografato in tre-quattro anni, ed ora è edito dalla casa editrice Lef di Firenze. Circa una cinquantina di immagini con una piccola parte di testo.

Cosa ti lega a queste valli? Perché hai scelto le Apuane e l’Appennino tosco-emiliano?

 

Parte tutto dal fatto che amo la montagna, in tutte le sue forme e possibilità. Ho iniziato con l’alpinismo, poi mi sono dato al trail running. In Appennino poi ho una casa, a Montacuto delle Alpi, che è uno dei paesi dove ho intervistato le persone, quindi c’è questo affetto nei confronti di questo paese, che in inverno conta dieci abitanti mentre nell’estate arriviamo a cinquecento. Questo per quanto riguarda l’Appennino. Alle Alpi Apuane mi sono avvicinato più per una questione di salvaguardia ambientale: insieme ad altre sei persone, ho fondato ‘Apuane Libere’, un’associazione ambientalista in difesa delle Apuane che fa il possibile per limitare l’estrazione del marmo. Purtroppo si tratta di un settore che arricchisce pochissime persone e causa perdite enormi a livello ecosistemico, a danno di un numero di persone ben più ampio. Quello che vorremmo fare sarebbe convertire quest’industria in una forma di turismo sostenibile, che potrebbe salvaguardare anche i posti di lavoro. Oltre a questo interesse ambientale, le Alpi Apuane sono il luogo dove sono sempre andato ad allenarmi. Da ragazzo le ho attraversate tutte in un solo viaggio, quaranta vette in undici giorni, è stata se vogliamo la mia prima avventura. Dunque l’affetto per questi luoghi risale alla mia infanzia.

 

 

Credi che il restare sia sentito come un elemento identitario per coloro che abitano queste zone?

 

Le persone che abitano questi luoghi lo fanno per scelta: sanno quali sono i vantaggi e quali gli svantaggi. In primis, loro scelgono la qualità della vita che offrono questi paesi, me lo han detto tutti: c’è il silenzio, il contatto con la natura, un’aria migliore. Tra gli intervistati c’è un assessore alla cultura che parla addirittura di un prossimo ‘ritorno alla montagna’ dovuto a ragioni climatiche. Io stesso, terminati gli studi, sto prendendo in considerazione di andare a vivere in montagna. Poi, a proposito dei contro, sono ben coscienti del disinteresse politico e della mancanza di ascolto che ricevono, sanno bene che sono privi di servizi che dovrebbero essere considerati essenziali per tutti. Mi sto rendendo conto che questo argomento è attuale e quotidiano per moltissime persone, anche a livello mediatico; però io dal canto mio tendo a mettere le mani avanti: non sono un antropologo, sono laureato in cinema e fotografia, sono appassionato di montagna e sono affascinato dal conoscere le persone che abitano questi luoghi. Tutto qua. Non mi sento di avere i mezzi di dare giudizi di sorta; è un tema davvero complesso e delicato.

Come hai coinvolto gli abitanti? Ti è mai capitato di essere respinto?

 

Io mi sono avvicinato a queste persone con cautela. Prima senza la videocamera, chiedevo loro se fossero del posto, e solo allora gli raccontavo il progetto e gli chiedevo se potessi riprenderli mentre rispondevano a qualche domanda. Da parte loro, mi hanno davvero accolto nella loro quotidianità: ho conosciuto le famiglie, con alcuni di loro ancora tengo i contatti e ho stretto un vero e proprio rapporto di amicizia. Tant’è che qualcuno spesso mi scrive se vede che son lì a correre; o mi chiedono come sta andando la traversata. Certo c’è stato anche chi ha rifiutato di essere ripreso, per lo più per timidezza, ma sono stati in pochi. C’è stato un benzinaio – che vive sopra la sua stazione di benzina, in una strada dove passano cinque persone al giorno - che mi ha chiesto di riprenderlo solo da lontano, non ha voluto raccontarmi nulla perché non si fidava: ‘non so poi dove va a finire il video, non so tu da dove vieni’.

 

 

Le scelte di regia, la fotografia e il coinvolgimento dei partecipanti, che ruolo hanno avuto nel trasmettere il messaggio?

 

Io mi sto ancora costruendo uno stile, apprezzo molto le riprese statiche, dove non c’è movimento di camera. Al mio documentario ho cercato di restituire un ritmo lento, che riflettesse il ritmo di vita in quei paesi. A me ha colpito molto questa cosa, venendo dalla città, da Firenze, facendo un sacco di cose. Secondo me la scelta di fare riprese lunghe poteva trasmettere bene queste mie sensazioni. Nelle mie interviste, poi, ho cercato di spaziare il più possibile: uomini e donne, giovani e anziani, tutti lavori ed esperienze diverse. C’è la ragazza che lavora in smart-working, c’è il pastore, c’è il rifugista, il politico. Ho cercato, nei limiti del possibile, l’ampio ventaglio che caratterizza l’esperienza odierna della montagna. Avevo cercato di intercettare un cavatore delle Apuane ma non c’è stato verso; purtroppo i lavoratori locali sono molto restii ad essere ripresi vista l’attuale attenzione degli ambientalisti. In questo mio lavoro però io non avevo alcuna intenzione politica o ideologica, a me interessava il suo lavoro e stile di vita, senza sovrapporvi alcun giudizio di merito.

Il concetto di ‘restanza’ non ha mancato di suscitare fraintendimenti, probabilmente congeniti alla sua diffusione. C’è chi fa notare come, oggigiorno, vi sia una sorta di esaltazione retorica di colui che resta, con la conseguente condanna morale verso chi parte alla ricerca di quelle possibilità che gli sono negate. Un’idea di restanza totalmente fuori fuoco rispetto alla teorizzazione di Teti. O ancora, è capitato che il concetto venisse apparentato con hashtag come ‘vita lenta’, ‘slow living’ e simili, che via social promuovono un ideale di vita estetizzante e del tutto disancorato dalla realtà.

 

Ebbene, la scelta di trasportare questo concetto in una rappresentazione audiovisiva e documentaristica, forse, potrebbe aver conservato intatto il messaggio. Ci sono un paio di aneddoti, che Francesco ci ha raccontato, che sembra possano offrire un’idea di cosa significa ‘restare’, con tutte le contraddizioni del caso.

 

Le capre del pastore che compaiono all’inizio del film - mi racconta – poco tempo dopo sono tutte morte, sono state sbranate da dei lupi una notte. Ora lui ne ha acquistate altre. Mauro, invece, il rifugista, mi diceva che spesso la gente chiede come fanno i bambini ad andare a scuola. Ecco, i suoi figli non vivono con lui su al rifugio, stanno in un paese a valle e lo raggiungono solo al weekend o quando sono a casa da scuola”.

 

“È gente che per vivere lì va incontro a tantissime difficoltà. La loro è una scelta d’amore. Sono uomini e donne che amano il posto in cui vivono e fanno di tutto per rimanerci”.

Contenuto sponsorizzato