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Storie | 11 gennaio 2026 | 18:00

"Rivedo quel padre seduto ad aspettare nel nostro ufficio. Mi chiedo se avrà retto alla tragedia". Un'ex dipendente della pista da bob di Cesana Pariol ricorda il dramma che unisce Torino e Vancouver

"Parlava poco inglese, e si capiva che faceva fatica a seguire, anche economicamente, la passione del figlio. L'anno dopo il ragazzo avrebbe preso parte alle prove sulla nuova pista olimpica, in Canada. È uscito di pista a una velocità folle schiantandosi contro un palo di cemento". Si chiamava Notar Kumaritashvili, georgiano, morì a ventun anni il giorno dell'inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Vancouver. Lo ricorda l'ex segretaria degli impianti di Cesana Pariol, dove il giovane andava ad allenarsi

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
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"Non riesco a togliermelo dalla mente. Lavoravo in segreteria alla pista di bob di Cesana, gli ultimi due anni prima della chiusura. Un ragazzo giovanissimo della Georgia, non ricordo se facesse slittino o skeleton, veniva ad allenarsi accompagnato dal padre, di una certa età, cui avevamo offerto di star seduto al caldo nel nostro ufficio mentre aspettava. Parlava poco inglese, e si capiva che faceva fatica a seguire, anche economicamente, la passione del figlio. L'anno dopo c'erano le prove sulla nuova pista olimpica di Vancouver, incompleta come sempre capita. Il ragazzo è uscito di pista a velocità folle schiantandosi contro un palo di cemento che avrebbe dovuto essere protetto da imbottitura, secondo progetto. Ogni volta che sento parlare di nuovi impianti, di prove ecc. rivedo quel padre seduto ad aspettare e mi chiedo se avrà retto alla tragedia. A Vancouver ci sono stati altri incidenti. La pista era stata aspramente criticata per la troppa velocità e le carenze sulla sicurezza da sportivi come il nostro pluricampione Armin Zoggeler. But the show must go on...".

 

Il commento si legge sotto ad un recente post Facebook di Marco Albino Ferrari, ed è firmato da Michela Galliani, abitante di Susa ed ex-dipendente alla pista di bob di Cesana Pariol. L'impianto era stato costruito nel 2005 in vista delle Olimpiadi di Torino dell’anno dopo, e chiusa definitivamente nel 2011. Da allora ci sono stati diverse discussioni per il suo recupero, ulteriormente accese dopo l’assegnazione degli imminenti Giochi olimpici invernali all’Italia, con progetti di ristrutturazione per sostituire il vecchio sistema di refrigerazione, sebbene il Cio avesse espresso scetticismo sul ripristino per via degli alti costi e del fallimento passato. Alla fine, le gare di bob sono state affidate a Cortina, dove, in vista di Milano-Cortina 2026, è stata ristrutturata la pista "Eugenio Monti".

La testimonianza di Michela, che abbiamo interpellato personalmente, ci sembra possa far riflettere sulle dinamiche che gravitano attorno a queste grandi manifestazioni internazionali: dinamiche anche profondamente umane, che si innestano tra i piloni delle gradi infrastrutture, le pratiche burocratiche e la retorica di "sostenibilità e lagacy". Le parole della donna ci offrono inoltre una preziosissimo spaccato dal mondo, così poco conosciuto, di bob, slittino e skeleton, che spesso rimane relegato al numero di medaglie o tesserati.

 

"Dopo le Olimpiadi del 2006 - ci ricorda Michela - (la pista di Cesana) è rimasta aperta e in utilizzo, anche se per poco. Io sono entrata a lavorare nell'anno seguente alle Olimpiadi, quindi nell'autunno 2007, e facevo la stagione in cui era aperta la pista, da ottobre fino a marzo, qualche volta aprile. Ho lavorato lì due anni, in segreteria, poi la pista è stata chiusa".

 

Al contrario di quanto si pensi, afferma la donna, la pista riscuoteva un buon apprezzamento. "Gli slittinisti venivano soprattutto perché avevamo in casa il diverse volte campione del mondo, Armin Zoggeler. Lui praticamente la considerava la sua pista".

 

Proprio il campione altoatesino, "uno che ha vinto due medaglie d'oro consecutive alle Olimpiadi", è sempre stato una persona veramente alla mano, ricorda Michela. "Ci aveva promesso cartoline da Vancouver, e alla fine ci ha spedito un sacco di cose, tantissimi saluti e ringraziamenti per come l’avevamo sempre trattato lì nella pista. Era un ambiente molto umano".

 

Quando parla della pista da bob e degli atleti che la frequentavano quando lei vi lavorava, Michela tradisce una certa emozione, un legame evidentemente ancora molto vivo. Eppure, lei stessa è stata costretta a trovarsi un nuovo lavoro dopo la chiusura, e con lei i due colleghi della segreteria, il capo ufficio e una ventina di ragazzi che lavoravano sul ghiaccio. "Sono stati tutti i posti di lavoro persi".

 

Il ricordo che più rimane impresso nella mente dell’ex segretaria, però, la riguarda solo indirettamente, ed è l’incontro casuale con un giovane atleta georgiano e soprattutto con il padre che lo accompagnava fino a Cesana per allenarsi. "Se non ricordo male, l’episodio risale al secondo anno che ho lavorato qui, nel 2009".

 

Non era strano avere come ospiti atleti dall’estero, continua Michela. "I più assidui frequentatori erano svizzeri, moltissimi inglesi, giapponesi e tedeschi". Era piuttosto insolito, però, che gli atleti fossero accompagnati dalla famiglia, ci spiega Michela. "Di solito i bobisti e gli slittinisti venivano con la loro squadra, avevano allenatori e tecnici. Invece questo ragazzo non aveva una squadra, veniva da solo. Faceva slittino".

 

La donna ricorda il ragazzo molto giovane, che dimostrava ancor meno anni di quelli che aveva e un enorme passione, anche se nelle competizioni internazionali ancora non brillava ai primi posti della classifica. "Veniva con il padre, che entrava in segreteria con la scusa di prenotare di volta in volta. Fuori faceva freddo e allora gli dicevamo di sedersi lì con noi".

 

"Probabilmente gli faceva piacere un po’ di compagnia, anche se l’uomo aveva una certa età e faticava a parlare inglese". Michela ricorda di aver provato molta tenerezza per questo padre che andava in giro per il mondo e faceva chissà quanti sacrifici per accompagnare il ragazzo. "Il figlio avrà avuto diciotto o diciannove anni allora, e quando è morto mi si è spezzato il cuore".

 

Il ragazzo si chiamava Notar Kumaritashvili, è nato nel novembre 1988 nell’allora sovietica Georgia. Morì a ventun anni in un fatale incidente di slittino, a Vancouver, in Canada, durante le prove ventunesima edizione dei Giochi olimpici invernali del 2010. Era il giorno dell’inaugurazione di quell’edizione.

 

Introdotto allo slittino all'età di 13 anni, il giovane proveniva da una famiglia di slittinisti esperti: suo nonno aveva introdotto lo sport nella Georgia sovietica, e sia suo padre che suo zio avevano gareggiato da giovani; quest'ultimo che in seguito divenne presidente della Federazione Georgiana di Slittino. Kumaritashvili iniziò le competizioni internazionali con la Coppa del Mondo di slittino 2008-2009.

 

Nodar Kumaritashvili si schiantò contro un palo di sostegno a pochi metri dal traguardo, alla velocità di 145 km all'ora, e sarebbe deceduto sul colpo. Secondo il pubblico ufficiale incaricato dell'inchiesta avviata dalle autorità dello stato di British Columbia, il ruolo determinante nella morte dell'atleta georgiano lo ebbero la "relativa scarsa esperienza" in competizione di Nodar, nonché la "grande pressione" alla quale era sottoposto per l'importanza dell'evento.

 

La pista di Whistler, dove era accaduto l’incidente, nonostante fosse stata sollevata dalle accuse, è stata modificata subito dopo. Diversi atleti in gara ne avevano messo in dubbio l'effettiva sicurezza; in effetti, durante le sessioni di allenamento, ben dieci atleti, tra cui lo stesso Zoeggler, avevano avuto degli incidenti.

 

"Lo spirito olimpico - ricordava Marco Albino Ferrari nel post - sta negli atleti che hanno speso anni invisibili per giocarsi i pochi secondi della gara. Li hanno spesi nelle mattine fredde, nelle palestre vuote, nelle piste anonime dove nessuno applaude. […] Ogni gesto atletico è una forma di racconto breve, come certi passi in montagna, che non servono ad arrivare primi, ma a capire dove siamo". Sembrano parole scritte proprio a proposito del giovane Notar.

 

Dopo la notizia dell’incidente, spiega Michela, "la figura del padre è quella che mi è rimasta più impressa". E, continuava nel commento: "Ogni volta che sento parlare di nuovi impianti, di prove ecc. rivedo quel padre seduto ad aspettare e mi chiedo se avrà retto alla tragedia".

 

Non ci sono parole di fronte a simili tragedie, tuttavia, riflette la donna, troppo spesso rimane il sospetto che certe leggerezze siano il frutto di una costruzione frettolosa, conseguenza di un interesse più finanziario che pratico.

 

"A Cesana tante cose non erano finite o non sono mai state fatte: progetti fatti male, senza adeguata preparazione. La pista è stata costruita nel luogo meno adatto al suo scopo, in pieno sole, nel luogo con il microclima più caldo della zona. I costi enormi dipendevano soprattutto dal fatto che la pista andava raffreddata continuamente con un sistema ad ammoniaca, che quindi richiedeva anche un complesso servizio di vigilanza. Inoltre, per fare un esempio, avevano costruito un ristorante all’arrivo della pista in una zona dove non passa mai nessuno, una cucina enorme senza posti a sedere. Una cosa proprio malfatta".

 

"La pista - conclude Michela Galliani - si è dovuta chiudere per i costi, non c’è nessun'altra ragione, perché, tra il taxi-bob per i turisti e gli atleti che si allenavano, di pubblico ce n’era e riusciva a riempire gli alberghi in periodi in cui non c'era lo sci".

 

"Una volta aperta, non può essere chiusa con tanta facilità: bisognava rifletterci prima. Chiudere quella pista non ha significato solo perdere un’infrastruttura, ma anche un luogo di appartenenza. Se fosse stata mantenuta meglio, magari cambiando solo l’impianto di raffreddamento, sarebbe ancora utilizzabile. Invece è stata abbandonata, esposta al deturpamento, il rame è stato rubato e ora ce la teniamo lì, come un grande relitto".

 

Ormai Vancouver e Torino sono il passato, che conserva i propri traumi e - auspicabilmente - le proprie lezioni. Anche per Cortina, ormai, il dado è tratto: staremo a vedere cosa ne rimarrà dopo.

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