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Il mondo brucia: in Amazzonia incendi aumentati dell'83%, dagli incendi della Siberia nuvola di fumo più grande dell'Europa ma è l'Africa il ''continente del fuoco''

Dalle regioni artiche all'Amazzonia, dall'Africa al Sud-est asiatico, gli incendi stanno devastando le foreste che ricoprono larghe fette del pianeta, impattando inevitabilmente sul riscaldamento globale. La Nasa ha per questo deciso di creare un sistema di monitoraggio degli andamenti decennali dei fuochi. Ecco come funziona e le animazioni

Di Davide Leveghi - 21 agosto 2019 - 21:35

TRENTO. Ogni giorno arrivano da diverse parti del pianeta immagini e notizie di incendi di gran entità. Fenomeni che rispetto agli anni passati sembrano raggiungere vette di eccezionalità, per durata, vastità della superficie infiammata, emissioni di CO2 rilasciata nell'atmosfera. Da ultimo l'incendio a Gran Canaria che ha costretto all'evacuazione di circa 9000 persone, tra turisti e canari, bruciando più di 10mila ettari di foresta e le cui lingue di fuoco erano visibili dallo spazio.

 

 

Rilevare e osservare dai satelliti l'estendersi dei fuochi e l'innalzarsi di enormi coltri di fumo, pare essere ormai una costante. Gli incendi avvenuti in gran numero in Siberia- si parla di 13 milioni di ettari bruciati, secondo Greenpeace- hanno prodotto una nuvola di fumo più grande dell'Europa, progressivamente portata dai venti al di là dello stretto di Bering, nei cieli di Alaska e Canada. Nel solo mese di giugno, i focolai nelle regioni artiche avrebbero rilasciato, secondo il Copernicus atmosphere monitoring service, organismo di monitoraggio europeo dell'atmosfera, una quantità di CO2 pari alle emissioni annuali della sola Svezia.

 

I fuochi sono parte naturale dell'ecosistema- dice Liz Hoy, ricercatrice degli incendi boreali della stazione Nasa di Greenbelt, in Maryland- ma ciò a cui stiamo assistendo è un ciclo di fuochi accelerato: gli incendi stanno divenendo più frequenti, più gravi e su aree sempre più vaste”. In Alaska, ad esempio, si sono contati dall'inizio dell'estate oltre 600 incendi.

 

Come illustrato dalla stessa Nasa, gli incendi nelle regioni artiche e boreali non sono paragonabili a quelli divampati a latitudini più basse, non solo per le dinamiche da cui scaturiscono - è più probabile che siano causati dai fulmini che dagli uomini - o per le estensioni - vengono lasciati bruciare vista la scarsa densità e presenza umana -, ma soprattutto per gli elementi che bruciano, non solo vegetali ma anche fossili. È infatti noto come il fuoco non solo bruci la torba, da secoli utilizzata come carbone (e quindi inquinante), ma scongeli anche il permafrost, rilasciando nell'atmosfera grandi quantità di gas serra.

 

Il riscaldamento globale interviene giusto laddove le vaste superfici bruciate non producono più vegetazione, e dove, anche in luoghi al di fuori delle regioni settentrionali del globo, come il Sud-est asiatico, il terreno è ricco di torba. La sparizione di larghe estensioni di foresta, per altro, peggiora gli effetti del riscaldamento globale, sottraendo alla terra l'importante risorsa dei suoi verdi polmoni.

 

E a riguardo, il caso più eclatante non può che essere la foresta amazzonica, divenuta nuovamente obiettivo di politiche di disboscamento alimentate dal governo Bolsonaro a fini di allevamento, agricoltura o altre attività produttive; disboscamento, non a caso, attuato attraverso ampi roghi - più di 74mila quest'anno, con un incremento rispetto al 2018 dell'83% (dati del National institute for space research) - i cui fumi, trasportati dai venti, hanno creato non pochi problemi alle città - come il black out di lunedì a San Paolo.

 

 

Dai decenni scorsi a quello che stiamo vivendo, i dati mostrano un importante incremento. L'Europa, per esempio, ha registrato anch'essa una stagione degli incendi decisamente più intensa rispetto alla media dello scorso decennio. Il numero di fuochi rilevato dall'inizio di quest'anno ha superato i 1600, cifra non solo tre volte superiore alla media dello scorso decennio, ma coinvolgente più di 270 mila ettari - la media dello scorso decennio è di 100 mila ettari bruciati.

 

Ed è per questo che la Nasa ha deciso di pubblicare uno studio che riporta l'evoluzione dei trends dei fuochi sulla terra grazie alle immagini catturate dal sistema Modis (Moderate resolution imaging spectroradiometer), montato su un proprio satellite, dando così vita ad una mappa utile a monitorare gli incendi nei loro andamenti decennali.

 

Se l'uomo, come dice lo studio dell'agenzia spaziale statunitense, ha avuto un atavico bisogno di controllare il fuoco, l'avanzamento tecnologico non può che risultare decisivo nell'affinare le proprie strategie non solo di studio ma anche di calcolo e controllo degli incendi sul globo. Dalle torrette di inizio '900, con cui i forestali americani osservavano che non si creassero incendi, passando per le foto aeree, la tecnologia è giunta ad offrire mezzi sempre più sofisticati in grado di rilevare e misurare le aree bruciate.

 

 

L'animazione qui sopra mostra in una prospettiva mensile l'attività degli incendi. I colori riportano sfumature che dipendono non dalla dimensione ma dal numero degli incendi, osservati su un'area di 1000 chilometri quadrati- il bianco indica un numero uguale o superiore a 30 incendi sulla superficie suddetta al giorno, l'arancione 10 e il rosso 1.

 

Il ritmo globale, naturale o artificiale, degli incendi evidenzia l'attività dei fattori di Eurasia, Nord America e Sud-est asiatico per la pulizia dei campi attraverso gli incendi in aprile e maggio, quella estiva nelle foreste boreali del Nord America e dell'Eurasia, quella del periodo tra agosto e ottobre- il periodo di secca- nelle foreste di Sud America e Asia equatoriale per impedire l'invasione delle terre libere da parte della vegetazione ed infine quella che interessa per gran parte dell'anno i vasti territori dell'isola australiana.

 

L'andamento che più impressiona, però, è quello che interessa il continente africano, definito nello studio della Nasa il “vero continente del fuoco”. La media giornaliera in agosto rivela un numero di 10 mila fuochi attivi in tutto il mondo, di cui il 70% solo nel “continente nero”. Se in inverno un gran numero di incendi divampano nel nord, in estate c'è un progressivo spostamento verso il sud.

 

Le cause del divampare degli incendi, si spiega nello studio, sono molteplici: dagli agricoltori che bruciano sterpaglie e fanno- nel vero senso della parola- terra bruciata di una vegetazione invasiva, al cambiamento climatico, passando per l'incidenza di fenomeni come “el Niño” o “la Niña”, teleconnessioni fra oceano ed atmosfera che riscaldano o raffreddano periodicamente le acque, influenzando il clima e impattando sulle piogge.

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