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Dal Miage (di tipo himalayano che sprofonda) al Fradusta e alla Marmolada (a un passo dalla scomparsa). Legambiente: "Riduzione spaventosa delle masse glaciali"

Si è conclusa venerdì 4 settembre l'iniziativa "La carovana dei ghiacciai", promossa da Legambiente con il supporto scientifico del Comitato glaciologico italiano e volta a raccontare gli effetti del cambiamento climatico sulle masse glaciali. Dopo 6 tappe e 12 ghiacciai visitati il bilancio è piuttosto scioccante. La responsabile di Legambiente Alpi Vanda Bonardo: "A rischio il rifornimento d'acqua e una straordinaria memoria storica di ciò che noi umani abbiamo fatto e stiamo facendo"

Di Davide Leveghi - 08 settembre 2020 - 05:01

TRENTO. Una carovana lungo l'arco alpino italiano per sensibilizzare sulla tragica condizione dei ghiacciai e promuovere la tutela della montagna d'alta quota. Partito il 17 agosto dalla Valle d'Aosta, il viaggio tra i ghiacci e le nevi perenni italiane ha visto la visita di 12 ghiacciai in 6 tappe e l'attraversamento di 6 regioni italiane, per concludersi il giorno 4 di settembre sul ghiacciaio del Montasio occidentale, nelle Alpi Giulie.

 

Promossa da Legambiente con la partnership scientifica del Comitato glaciologico italiano, la campagna non è consistita solo in attività di monitoraggio, bensì anche in escursioni e momenti culturali per riflettere sul futuro delle nostre montagne e del nostro pianeta. “Il comune denominatore delle 6 tappe e dei ghiacciai visitati è la riduzione spaventosa della massa glaciale – spiega la responsabile di Legambiente Alpi Vanda Bonardo – ciò che abbiamo fatto è stato selezionare una serie di ghiacciai che rappresentassero differenti varietà e situazioni”.

 

Ma nonostante la diversità delle conformazioni, dalla Val d'Aosta al Piemonte, dalla Lombardia al Trentino-Alto Adige, dal Veneto al Friuli-Venezia Giulia, tecnici e attivisti ambientalisti si sono trovati di fronte ad un'unica costante: lo scioglimento dei ghiacci. “Siamo partiti dal ghiacciaio del Miage – racconta Bonardo al nostro giornale – un ghiacciaio di tipo himalayano che a differenza di altri che arretrano tende invece a sprofondare. È sprofondato il trent'anni di 30 metri. Da lì siamo passati al gruppo del Monte Rosa, dove abbiamo monitorato dei ghiacciai di pendio. Ciò che si è notato sono gli allargamenti delle cosiddette finestre rocciose, con cui si separano le masse di ghiaccio, e l'arretramento dei ghiacciai”.

 

In Lombardia abbiamo visitato i ghiacciai di Forni e quello di Sforzellina – prosegue – se nel primo caso, questo ghiacciaio di tipo himalayano, è arretrato di 2 chilometri, dividendosi nuovamente in 3 lingue, nel secondo siamo di fronte a poco più di un residuo. In Marmolada, poi, la situazione è spaventosa. Come rimbalzato sui mezzi di informazione (vedi QUI), secondo gli ultimi dati il ghiacciaio si potrebbe esaurire nel giro di 15 anni”.

 

Sul Fradusta, poi, la realtà appare altrettanto drammatica (vedi QUI). Sono rimasti infatti 3 ettari di quello che a inizio secolo era un ghiacciaio con una superficie di 150 ettari. Essendo incassato tra 2 vette, invece, il Travignolo vive una situazione più protetta. Comunque parliamo di un ghiacciaio che tutt'ora è dimezzato di superficie, dai 30 ai 15 ettari. Infine, in Friuli, abbiamo visitato quello che definirei il ghiacciaio più resiliente di tutti: il Montasio. Pur essendo il più basso in quota, questo appare protetto dalle vette, che impediscono al sole di battervi sopra. Lo spessore è diminuito negli ultimi trent'anni di 30 metri ma qui, tuttavia, la situazione appare 'meno peggio' che nelle altre”.

 

Scioglimento, arretramento dei ghiacci, annerimento a causa dei detriti. I sintomi dello stato grave in cui si trovano i nostri ghiacciai non mancano, mettendo a serio rischio un ambiente naturale di vitale importanza. “Il comune denominatore è la riduzione spaventosa della massa glaciale, i ghiacciai sono più scuri a causa del crollo delle rocce. Sulle superfici c'è presenza di inquinanti, di polveri sottili come di microplastiche. Con i carotaggi siamo in grado di vedere la memoria storica di ciò che è accaduto e sta accadendo. Ma il rischio è che questa operazione non si possa più fare per la sparizione della masse glaciali”.

 

E se dovessero sparire, quale sarà il futuro delle nostre montagna? “Quando perdiamo un ghiacciaio non se ne va solo un paesaggio splendido ma una delle risorse più importanti per l'acqua, oltre che uno strumento per leggere la storia dell'umanità. Nei carotaggi, ad esempio, vediamo come emergano non solo le polveri provenienti dalla Pianura Padana, ma anche della radioattività di Cernobyl. Per questo abbiamo deciso di dare vita a questa iniziativa per attirare l'attenzione delle persone e delle amministrazioni sulla necessità di cambiar rotta”.

 

A livello individuale – continua – dobbiamo cambiare il nostro stile di vita. A livello istituzionale, invece, bisogna dar vita a scelte più coraggiose. Con i soldi che ora arriveranno per il Recovery Fund, ad esempio, che senso ha parlare dello stretto di Messina e della costruzione di un'infrastruttura in un territorio ad alto rischio sismico e non della riduzione delle emissioni? Gli eventi estremi, anche in montagna, stanno aumentando. I cambiamenti sono continui anche in questi ambienti perché la pioggia, quando piove, non è più normale ma cade con grande violenza. C'è bisogno di un effettivo Green New Deal”.

 

Le parole d'ordine, pertanto, per Bonardo sono due: “mitigazione” e “adattamento”. “'Mitigazione' significa cambiare il modello di sviluppo, liberarci dalle fonti fossili entro il 2040 e non il 2050. Dobbiamo raggiungere la neutralità climatica, aumentando le rinnovabili come il fotovoltaico e l'eolico, rendere più efficienti gli edifici, dar vita ad un'economia circolare. Per 'adattamento', invece, parliamo della necessità delle popolazioni di adattarsi alle nuove situazioni. Bisogna avere attenzione per il dissesto idrogeologico, per l'uso del suolo, per la sua difesa, attenzione alle foreste e all'agricoltura, fondamentale per le montagne. Bisogna riflettere sul turismo invernale, evitando nuove forme di innevamento artificiale, la costruzione di una ragnatela di impianti o lo spostamento sempre più in alto alla ricerca di neve fresca. Il turismo invernale va rivisto completamente”.

 

Di fronte alle scene viste questa estate, tra grandi code e affollamenti anche in alta montagna, qual è invece la soluzione per il turismo estivo?Che tanta gente abbia scoperto la montagna è un bene – risponde Bonardo – ciò che è emerso è che però il turismo vada anche governato. Non deve essere 'mordi e fuggi', ma deve apportare valore a chi in montagna ci vive e lavora. Se governato bene il turismo può anche spalmarsi su stagioni non turistiche e più miti come autunno e primavera”.

 

I ghiacciai vengono meno, dunque, e le uniche soluzioni possibili richiedono un grande sforzo collettivo e di governance. “Altro che teloni – conclude la responsabile di Legambiente Alpi – quello non è altro che un accanimento terapeutico il cui scopo è più conservare le piste che i ghiacciai. Quali costi ci sono, infatti, e chi li paga? So che in Presena i teli costano più di 300mila euro all'anno. I teloni, tra l'altro, sono sostenuti dal pubblico, ma questo ha senso?”.

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