Inquinamento, allarme batteri fecali per il lago di Garda: a Padenghe c’è un 'malato cronico'
Nel suo ultimo rapporto Legambiente ha denunciato una situazione grave a livello nazionale nazionale per laghi e mari che soffrono dell'inquinamento dovuto alla mala depurazione e agli scarichi illegali: sul lago di Garda i punti critici sono a Padenghe, Salò, Desenzano e Lazise. Nessun controllo sulla parte trentina del lago perché da anni Legambiente non riscontra alcuna criticità

RIVA DEL GARDA. La foce del torrente Cosia di Padenghe sul Garda, comune del bresciano che si affaccia sul lago, è un “malato cronico”. La situazione delle acque è critica anche a Salò, Desenzano e Lazise. A denunciarlo è Legambiente con il bilancio finale delle due campagne itineranti Goletta Verde e Goletta dei Laghi 2021, presentato lo scorso 12 agosto. La ricerca, condotta assieme a Conou e Novamont, mette nero su bianco quali sono i principali nemici del mare e delle acque interne in Italia: la mala depurazione e gli scarichi illegali.
Sono stati 389 i punti campionati in diciotto regioni, sia in mare sia in trentaquattro laghi italiani, dagli oltre 300 volontari e volontarie dei circoli di Legambiente. Un punto ogni tre è risultato oltre i limiti di legge. Le peggiori criticità sono state riscontrate a ridosso delle foci di fiumi, rii e canali, che sfociano nei mari e nei laghi portando con sé cariche batteriche a volte molto elevate. Ciò porta a dire, a primo impatto, che la responsabilità maggiore è imputabile alle città situate in prossimità di quei punti. Non è così. “È un problema che si trascina – ci spiega Stefania Di Vito di Legambiente – perché i fiumi spesso attraversano molti centri. Non possiamo imputare la forza inquinante solamente ai comuni sulle sponde: ci sono anche dei comuni a monte che rilasciano sostanze inquinanti nei fiumi e nei torrenti, le quali poi vengono portate direttamente nei laghi e in mare”.
La ricerca di Legambiente ha individuato 32 “malati cronici”, tra i quali compare appunto anche la foce del torrente Cosia di Padenghe sul Garda. Tutti e 32 i punti si trovano in corrispondenza di foci di corsi d’acqua, inquinati o fortemente inquinati da oltre dieci anni. Legambiente li definisce “luoghi dimenticati, vere e proprie fogne a cielo aperto che riguardano ben tredici regioni”.
La parte trentina del lago di Garda non è stata oggetto d’indagine, perché da alcuni anni Legambiente non vi riscontra nessuna criticità. “Per quanto riguarda le parti veneta e lombarda, invece, i problemi sono stati rilevati soprattutto nella zona sud del lago di Garda – aggiunge Di Vito – in particolare a Salò, Padenghe sul Garda, Desenzano e Lazise”.
Nelle sue indagini Legambiente si è concentrata in particolar modo sulla componente batterica derivante da contaminazione fecale. “Non studiamo l’inquinamento chimico, ma quello derivante da scarichi non depurati”, specifica Stefania Di Vito. La fotografia è preoccupante: ancora oggi il 40 per cento dei reflui fognari delle nostre città non è adeguatamente depurato. Si tratta di un problema che accomuna sia il sud sia il nord del Paese, e che incide soprattutto su 939 agglomerati (che generano un carico complessivo di quasi 30 milioni di abitanti equivalenti su un totale di 77 milioni), i quali non sarebbero ancora in regola. L’80 per cento di questi agglomerati si trova in cinque regioni italiane: Sicilia (23 per cento), Lombardia (19 per cento), Campania (17 per cento), Calabria (11 per cento) e Lazio (10 per cento).
È necessario che più fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) siano destinati a rendere maggiormente efficiente la depurazione della rete fognaria italiana. Questo l’appello di Legambiente, che sottolinea anche come l’Italia sia stata ammonita per ben quattro volte dall’Unione Europea per non essersi adeguata alla direttiva comunitaria sui reflui. Due ammonimenti si sono tradotti anche in una condanna a pagare multe salate. “Il trattamento delle acque reflue è fondamentale per assicurare la salute dei cittadini, tutelare l’ambiente e il turismo – il commento di Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente - ed è per questo che lanciamo un nuovo appello al Governo affinché siano realizzati nuovi depuratori, ammodernati quelli esistenti e completata la rete fognaria”.
I parametri indagati dalla ricerca di Legambiente sono microbiologici: enterococchi intestinali ed escherichia coli. Sono considerati come “inquinati” i campioni in cui almeno uno dei due parametri supera il valore previsto dalla normativa sulle acque di balneazione italiana, e “fortemente inquinati” quelli in cui uno dei due parametri supera per più del doppio il valore normativo. “Nelle aree balneabili, se si superano questi parametri scatta immediatamente il divieto di balneazione – spiega Stefania Di Vito -. Si sono però verificati dei casi, per le acque marine, in cui le persone facevano il bagno anche in acque contaminate. Per fortuna non è stato riscontrato nulla di particolarmente grave nelle persone, se non delle irritazioni cutanee”.
Qual è la situazione del lago di Garda? Legambiente ha fatto dodici prelievi, due in corrispondenza delle foci, dieci all’interno del lago. Ne sono risultati quattro punti “fortemente inquinati” e un punto solamente “inquinato”. Tutti i prelievi sono stati effettuati nelle parti veneta e lombarda (Qui Articolo).
“Osservo ogni giorno la situazione della parte trentina del lago di Garda, e posso dire che, per quanto mi riguarda, è tutto nella norma, anzi adesso l’acqua è molto bella, e il pescato non ha nessun tipo di problema”, spiega Alberto Rania dell’associazione Amici della Tirlindana Garda Trentino. In primavera ci sono stati alcuni problemi con la fioritura algale, ma si tratta di un fenomeno ricorrente, come specifica Rania. “La fioritura algale è legata alle temperature dell’acqua, non all’inquinamento – aggiunge -. Quest’anno è durata semplicemente un po’ più a lungo del solito”.
In questo periodo l’Unione Pescatori Sportivi del Garda, che raggruppa tredici associazioni di pescatori del lago di Garda, sta portando avanti un progetto per reintrodurre l’alborella, un pesce osseo della famiglia dei Cyprinidae che sta pian piano scomparendo dal lago. Il progetto è stato lanciato nel 2019 a Malcesine e Brenzone, e ha portato a buoni risultati, tanto che da quest’anno coinvolge dieci comuni trentini e veneti. “Individuiamo una zona del lago in cui è ancora presente l’alborella – spiega Rania – e ci mettiamo alcune cassettine, alle quali aggiungiamo una apposita ghiaia. Lì i pesciolini possono deporre le uova. Una volta deposte, prendiamo le cassettine e le portiamo in un posto in cui vorremmo reintrodurre la specie”.
A parte questi due punti, Alberto Rania non riscontra criticità nella sponda trentina, anzi. “Vivo il lago da cinquant’anni – conclude – e posso affermare che negli ultimi anni la situazione è migliorata, soprattutto se la si paragona a quella di trent’anni fa, quando il luccio e il persico erano quasi spariti. Ora sono tornati. Non in condizioni importanti, ma sono tornati”.









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