"Centinaia di trappole illegali disseminate nel bosco e una verità inquietante: il principale nemico degli uccelli migratori non è il clima, ma il business del bracconaggio"
Conclusa nelle valli bresciane l’operazione contro la cattura e la caccia illegale di balie e prispoloni portata avanti dai volontari del Cabs. Andrea Rutigliano a il Dolomiti: "Non si tratta di episodi isolati, il bracconaggio è la causa più impattante del declino delle popolazioni di uccelli migratori"

TRENTO. C'è un business che non conosce crisi, sistemizzato e redditizio: la cattura (e a volte perfino lo sterminio) di uccelli migratori.
Nelle valli bresciane si trova uno dei luoghi più colpiti da questa piaga di bracconaggio e caccia illegale, terreno dove si muovono anche i volontari del Committee Against Bird Slaughter (Cabs), che passano al setaccio i boschi alla ricerca delle odiose trappole con cui vengono catturati i piccoli uccelli, in particolare balie e prispoloni.
"Non si tratta di una novità, né di un'emergenza isolata - racconta a il Dolomiti Andrea Rutigliano, coordinatore delle campagne europee dell'associazione con sede in Germania -: è la punta di un iceberg fatto di business in nero, sanzioni irrisorie e una narrazione mainstream che spesso si limita a parlarci di clima e habitat piuttosto che attribuire le giuste responsabilità ai fenomeni che minano la sopravvivenza stessa delle specie".
VALLI BRESCIANE.
Nelle Prealpi lombarde e in particolare nelle valli bresciane l'operazione condotta dai team del Cabs si è conclusa con numeri impressionanti: nel giro di alcuni giorni grazie alle segnalazioni dei volontari sono state rinvenute e sequestrate dai carabinieri forestali, come reso noto dall'associazione, qualcosa come 543 trappole a scatto, 19 reti, 3 richiami elettroacustici, una gabbia trappola e 157 uccelli morti. I 58 uccelli ancora vivi, invece, sono stati liberati o trasferiti nei centri di recupero.
"Grazie al nostro intervento nove bracconieri sono stati scoperti, e abbiamo recuperato più trappole di quante ne avessimo raccolte nell'intero anno precedente - racconta Rutigliano -; un risultato particolarmente significativo per una campagna condotta alla fine dell’estate. Quelle bresciane, intorno a Colle San Zeno, sono le stesse zone dove ho mosso i primi passi da volontario alla fine degli anni '80: ero appena maggiorenne, mi appassionava la difesa della fauna selvatica, un'operazione anti bracconaggio sembrava un'avventura esotica. Non che ci fosse molta 'magia' nelle centinaia se non migliaia di trappole e archetti che abbiamo trovato sulle montagne, ma furono quei giorni a convincermi di voler seguire questa strada con ancora più passione e costanza".
Se 40 anni fa i luoghi nel "mirino" del Cabs erano solo tre in tutta Europa, oggi ce ne sono decine: "Per alcuni anni, fino al 2003, ho collaborato con la 'base' tedesca dell'associazione - spiega Rutigliano - cercando in giro per l'Europa i luoghi dove gli uccelli migratori erano vittime di caccia sconsiderata o bracconaggio; dal 2009 invece sono stato assunto e mi occupo di coordinare le campagne su cinque Paesi del Mediterraneo, tra cui l'Italia. Sono tante le zone 'monitorate' dall'associazione e dai suoi volontari, dalla Spagna alla Francia passando per Cipro e la Grecia. Nel nostro Paese i 'black spot' si estendono da Nord a Sud e non è immune neanche il Trentino-Alto Adige: anzi, i grandi meleti della regione sono teatro di una tremenda piaga ambientale legata al furto di nidiacei e pulli dai frutteti, in particolare di Val di Non, Val d'Adige e Val Venosta. I bracconieri cercano soprattutto i nidi di tordo bottaccio, ma anche di merli e cesene, prelevandoli vivi e spesso riuscendo ad aggirare i controlli delle autorità".
"In tutti questi anni di presenza sul territorio ne abbiamo viste di tutti i colori, siamo stati presi di mira non solo a parole, dai gruppi di cacciatori e 'finti allevatori' di tante zone: abbiamo schivato proiettili, letteralmente, qualche sasso addosso ce l'hanno lanciato, qualche botta l'abbiamo presa. Ma siamo sempre andati avanti con atteggiamento 'gandhiano' evitando di inasprire lo scontro e con l'unico obiettivo di salvaguardare la fauna selvatica da chi la vuole sfruttare per becero business".
BUSINESS.
I bracconieri d'altronde di questo si occupano: un vero e proprio business contro il quale, al momento, non sono messi in campo degli antidoti efficaci né dal punto di vista economico né "sociale".
"Se da anni continuano a ripetersi gli stessi problemi negli stessi posti - prosegue il coordinatore del Cabs -, un po' è legato naturalmente alla natura ciclica del passaggio degli uccelli migratori in periodi stabiliti, ma a pesare è anche l'assenza di un vero effetto di deterrenza da parte delle autorità, quasi come se non si volesse punire troppo severamente i colpevoli. Lo Stato spende milioni di euro per struttura specializzata come la Sezione Operativa Antibracconaggio e Reati in Danno degli Animali, ma in oltre 30 anni non è stata toccata la parte della legge sulla caccia che determina le sanzioni con il risultato che oggi chi viene ritenuto colpevole se la cava con alcune centinaia di euro di multa. Briciole per chi è capace magari di muovere business di centinaia di migliaia di euro e fa parte di una lobby evidentemente ben protetta, in Italia e in Europa, e determinata a mantenere i privilegi acquisiti col tempo".
In effetti i numeri impressionano: "Il mercato degli uccelli, utilizzati come richiami vivi dai cacciatori, è particolarmente fiorente: ogni uccellino può essere venduto tra i 100 e i 200 euro, chiaramente in nero, così non è difficile pensare che certi 'giri' di denaro arrivino a milioni di euro durante un anno di attività. Lo ha portato alla luce un bel servizio di Sabrina Giannini nel programma Rai 'Indovina chi viene a cena'. Le multe non sono parametrate sul giro d'affari complessivo, e in ogni caso per quanto ne so nessuno è mai finito in galera. Lo Stato in tanti anni non ha mai fatto nulla per rendere se non altro un po' più complicata la vita a queste persone. Così il nostro ruolo è ancora centrale, in termini di controllo e prevenzione".
"VERI" PROBLEMI.
Col passare degli anni Andrea Rutigliano ha acquisito consapevolezza riguardo quelli che considera i "veri" problemi che causano il declino delle popolazioni di uccelli migratori: "Un certo tipo di narrazione superficiale - spiega il coordinatore del Cabs - individua nella distruzione degli habitat la principale causa di flessione degli uccelli migratori, invece secondo me la crisi climatica gioca un ruolo tutto sommato secondario. Il bracconaggio e il business che alimenta creano una voragine che fa sparire una quantità incredibile di esemplari. Non è un caso che dove la caccia è stata fermata e dove le regole e le sanzioni sono più severe assistiamo a una crescita delle popolazioni delle specie a rischio".
Insomma, non è il cambiamento climatico il primo fattore, né solo la perdita di habitat. "In più, non aiuta che i cacciatori, anche impegnati in battute legali, non dichiarino mai o quasi mai quanto abbattono; così i numeri reali restano sconosciuti e monitorare la situazione è impossibile", conclude Rutigliano.
"Siamo appassionati di natura. Non ci fermeremo e anzi, dove non arriveranno le autorità cercheremo di arrivare noi".







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