Il bracconaggio minaccia l’Ibis eremita: "In Italia dati inquietanti: il 30% degli esemplari muore a causa della caccia illegale. Eppure in 20 anni c’è stata una sola condanna"
Il progetto europeo Life Ibis Eremita ha permesso di riportare in Europa una specie scomparsa, ricostruendo una popolazione migratrice seguita quasi interamente con trasmettitori Gps. Ma sono proprio i dati raccolti a raccontare uno stato di fatto preoccupante, tutto italiano. Un problema difficile da contrastare, tra indagini che raramente arrivano a individuare i responsabili e sanzioni considerate poco incisive

TRENTO. Cosa ostacola la faticosa reintroduzione dell’Ibis eremita, mettendo i bastoni tra le ruote a una delle operazioni di conservazione più ambiziose mai condotte in Europa? C’è la crisi climatica, certo: ma al primo posto, con margine, c’è un altro pericolo se possibile ancora più letale. Il bracconaggio.
Per la verità, nella zona dei siti riproduttivi a nord delle Alpi c’è anche l’elettrocuzione, altro elemento “umano” che miete vittime inconsapevoli; ma in Italia a preoccupare maggiormente è proprio la caccia illegale, che in questo caso oltre a minacciare gli esemplari di una specie che per oltre 400 anni ha smesso di volare nei cieli d’Europa rischia anche di compromettere gli sforzi di chi si spende in un progetto capace di combinare ricerca scientifica, addestramento al volo e accompagnamento dei giovani esemplari nelle loro prime migrazioni (qui l'articolo).
BRACCONAGGIO “MADE IN ITALY”.
“La caccia illegale in Italia è responsabile di circa il 30% delle perdite totali della popolazione: un dato inquietante e inaccettabile”.
A dirlo a il Dolomiti è Angela Di Pumpo, campaign manager per il contrasto alla caccia illegale di Waldrappteam, l'organizzazione che coordina il progetto di reintroduzione.
Un progetto che alla scienza abbina anche tecnologia all’avanguardia: il team di ricercatori e volontari ha infatti la possibilità di sapere in tempo reale che cosa accade agli animali con un livello di dettaglio raro per una specie migratrice.
“Quasi tutta la popolazione – spiega Di Pumpo - è dotata di trasmettitori Gps, dispositivi fissati sul dorso attraverso una sorta di zainetto che si alimentano grazie a dei piccoli pannelli solari. Questi trasmettitori non servono soltanto a ricostruire le rotte: possono diventare strumenti fondamentali per individuare gli episodi di mortalità e provare a ricostruirne le cause. Il nostro progetto è forse unico nel panorama europeo proprio perché riusciamo a controllare in questo modo una percentuale molto alta degli esemplari di questa specie. E quando sulla base di questa grande mole di dati sospettiamo che sia successo qualcosa, possiamo intervenire e cercare di capire che cosa sia accaduto”.
I dispositivi infatti registrano e comunicano via satellite anche l'attività degli animali. Un cambiamento anomalo nei dati, un segnale che si interrompe o un comportamento incompatibile con i normali spostamenti possono far scattare un campanello d'allarme.
Il sistema di monitoraggio è affiancato dalla partecipazione del pubblico: attraverso l'applicazione Animal Tracker, disponibile gratuitamente, chiunque può “tenere d’occhio” gli spostamenti degli uccelli sulle mappe ed eventualmente contribuire con segnalazioni e avvistamenti. Un esempio di scienza partecipata che consente di seguire le migrazioni, ma anche di raccogliere informazioni utili quando qualcosa non torna.
I casi di bracconaggio in questo modo sono individuati e in seguito verificati molto rapidamente: è il resto del processo che diventa particolarmente complesso.
"Nonostante il monitoraggio e gli sforzi per ricostruire gli episodi sospetti – spiega Di Pumpo -, individuare gli autori dei casi di bracconaggio purtroppo è abbastanza raro. Ancora più raro che si arrivi a una condanna. Solo una volta nell’ultimo decennio si è arrivati a una condanna, nonostante le decine di casi di bracconaggio ai danni degli ibis eremiti segnalati dal progetto. La situazione da questo punto di vista è davvero avvilente, perché c’è la sensazione che non si stia facendo abbastanza per risolvere questo problema".
Il caso citato dalla campaign manager di Waldrappteam è quello di GoJa, una giovane ibis eremita tra le prime e più importanti protagoniste del progetto: dopo essere stata il primo esemplare a compiere in completa autonomia la rotta migratoria dalle Alpi verso l’oasi di svernamento in Toscana, è stata abbattuta a fucilate nel lontano 2012 mentre si trovava nel territorio della provincia di Livorno.
“Un caso particolarmente doloroso, come tutti i casi di abbattimento illegale lungo le rotte di volo, per chi lavora alla reintroduzione: ogni esemplare perso rappresenta non soltanto la morte di un animale protetto, ma anche il fallimento di una parte del lavoro necessario a ricostruire una popolazione selvatica capace di sopravvivere e migrare autonomamente”.
CULTURA E SANZIONI.
Perché il problema del bracconaggio è particolarmente grave proprio in Italia, e lo è invece molto meno in altre zone dove passano gli Ibis come Austria, Svizzera, Francia o Spagna?
La risposta, secondo Di Pumpo, non è riconducibile a un'unica causa.
“Sicuramente in Italia esiste una tradizione venatoria più marcata, specialmente in alcune zone del Paese. Oltre a questo, temiamo che il proliferare di questi casi di bracconaggio sia legato anche ad un quadro normativo troppo permissivo e a sanzioni troppo leggere. Gli italiani più volte hanno manifestato la propria contrarietà alla caccia, eppure le modifiche alle leggi non vanno quasi mai nella direzione di una maggiore tutela della fauna selvatica”.
Il bracconaggio non è caccia, questo è bene specificarlo, ma la frustrazione della scarsa efficacia di conseguenze per chi viene individuato cresce di anno in anno: “Le indagini in diversi casi finiscono per essere lasciate un po’ da parte: la nostra collaborazione con le forze dell’ordine e i forestali è sempre massima e proficua, ma questo grande sforzo congiunto non basta se poi non si riesce a risalire a chi ha commesso il reato e a punirlo con la giusta severità”.
Una situazione che allarga la “spaccatura” con quanto avviene in altri Paesi: “In Spagna si rischia la galera e multe salatissime; forse da questo punto di vista sarebbe il caso di imparare da altre realtà che ci circondano”.
Per Waldrappteam il traguardo di una popolazione migratrice autonoma rimane possibile, ma richiede che gli Ibis possano completare il loro viaggio senza diventare bersagli. Perché la tecnologia può segnalare un'anomalia, il Gps può aiutare a localizzare un animale. Ma per salvare davvero la specie non basta sapere dove è stato ucciso un esemplare: bisogna fare in modo che il responsabile non resti impunito.


















