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Bolzano
30 luglio | 06:00

“Metà giornata la passavo a chiedere di far atterrare i droni, quest'anno casi dimezzati ma tutti i giorni c'è chi sale in ciabatte”: sul Saceda con la ranger Chiara Baù

Una giornata con Chiara Baù, ranger in servizio sul Seceda da giugno (fino a settembre). Ogni giorno, in divisa, accoglie migliaia di visitatori da tutto il mondo, li informa sui sentieri, sul meteo e sui comportamenti da tenere in quota: “L’overtourism è una realtà con cui dobbiamo convivere. Le infradito ci sono sempre, così come le persone poco equipaggiate che non si rendono conto che a 2.500 metri ci possono essere almeno cinque gradi in meno rispetto a valle”

“Metà giornata la passavo a chiedere di far atterrare i droni
di Margherita Tomadini

BOLZANO. La giornata di Chiara Baù inizia alle 8.30 e termina alle 17.30. Prima di salire con la funivia sul Seceda, però, c’è un gesto che non salta mai: controllare le previsioni del tempo. È il primo strumento del suo lavoro: se il radar segnala pioggia nel giro di un’ora, avvisa i visitatori che stanno per salire in quota. Un’informazione preziosa, soprattutto per chi arriva in maglietta a maniche corte e ciabatte senza immaginare che a 2.500 metri la temperatura possa essere anche cinque o sei gradi più bassa rispetto a valle.  

 

Chiara è una delle nuove ranger delle Dolomiti, figure introdotte di recente ‘per affrontare le sfide dell’overtourism’ (Qui l’articolo): non hanno il compito di fare multe, ma di educare alla montagna, spiegando ai visitatori come comportarsi in un ambiente naturale e cercando di prevenire situazioni di rischio. Dall’uso dei droni ai selfie in punti pericolosi, fino ai bagni nei laghi dove è vietato entrare, il loro lavoro punta soprattutto sulla prevenzione e sul dialogo. 

 

Nata a Milano, 52 anni, Chiara Baù ha sempre avuto un forte legame con la montagna (Qui l’articolo dove vi abbiamo già parlato di lei) e quando ha scoperto l’esistenza di questa nuova professione non ha avuto dubbi: era l’occasione giusta per unire la passione per la natura alla volontà di proteggerla.

“Per fare la ranger servono una buona conoscenza dell’ambiente, del territorio e la capacità di comunicare con persone provenienti da tutto il mondo. Ma soprattutto bisogna credere nella convivenza e nel rispetto reciproco. Molte delle persone che vengono su qua non si pongono il problema di essere attrezzati - racconta Chiara direttamente dal suo punto di osservazione preferito, il Seceda - . In tanti non hanno una particolare cultura della montagna. Vengono qui soprattutto per fare una foto e non considerano aspetti fondamentali come avere scarpe adatte o un abbigliamento tecnico”. 

 

Tra le situazioni più frequenti quindi ci sono quelle dei turisti che affrontano sentieri e prati con infradito o sandali, ma in questi casi cosa succede? Come ci si comporta?: “Non li blocchiamo e non li mandiamo a casa, però spieghiamo che sarebbe meglio avere scarpe con il grip. Molti turisti asiatici salgono così - spiega la ranger a Il Dolomiti -. Quando li avvisi ti ringraziano e di base noi cerchiamo di assicurarci che facciano attenzione a dove mettono i piedi. Spesso poi, alcuni finiscono per acquistare una felpa direttamente in quota perché, nonostante gli avvertimenti, si rendono conto che quassù la temperatura è un’altra”. 

 

L’area di competenza lassù è relativamente contenuta e la maggior parte dei visitatori resta concentrata nei punti panoramici più famosi per farsi le foto da caricare sui social o da condividere in fretta ad amici e parenti: “Molti sì fanno un giro breve, giusto per scattare qualche fotografia e qualche selfie e poi scendere giù - racconta sempre Chiara Baù - . La cosa bella di questo lavoro? È che in una sola giornata posso incontrare anche venti nazionalità diverse. Ho parlato con americani, israeliani, olandesi, francesi, irlandesi e inglesi. Molti mi dicono che tra l’altro preferiscono avere una persona con cui parlare piuttosto che leggere un cartello. Quelli li leggono in pochi”.

 

In cima, vicino alla croce, Chiara diventa anche un punto informazioni: “Apro la cartina e subito si avvicinano tutti. Mi chiedono dove andare, quali sentieri scegliere, dove trovare le stelle alpine.  Quando si possono vedere le Dolomiti colorarsi di rosa. Molti sanno già cosa vogliono fare, ma magari cercano una conferma. Avere qualcuno che li rassicura significa tanto” spiega la specialista. 

 

L’approccio resta sempre e comunque lo stesso: spiegare prima ancora che richiamare.

 

L’anno scorso passavo metà della giornata a chiedere alle persone di far atterrare i droni. È vietato sia perché qui c’è la stazione dell’elicottero sia perché siamo in un parco naturale. Quest’anno, sorprendentemente, gli episodi sono diminuiti di oltre la metà. Forse anche grazie al lavoro fatto nella stagione precedente - spiega la ranger -. Quando è necessario fare un’osservazione, il mio tono non cambia. Cerco sempre di pormi con gentilezza. Spiego che esiste un divieto e mostro il cartello. Se mi vedono in divisa, rimuovono subito il drone e si scusano. Non mi è mai praticamente capitato che qualcuno rispondesse male”. 

Per Chiara Baù, il turismo di massa in queste aree montane è ormai una conseguenza inevitabile dell’accessibilità delle Dolomiti e della loro immagine diffusa in ogni piattaforma: “L’overtourism è una realtà con cui dobbiamo convivere. Nel momento in cui ci sono funivie che ti portano in quota e i social, da Instagram a TikTok, mostrano continuamente questi luoghi, è normale che arrivino persone da tutto il mondo - dichiara -. Ho incontrato visitatori perfino dalla Malesia. Basta cercare ‘Dolomiti’ su Google e compaiono tutti gli hotspot più famosi”

 

Questo, però, non significa che il turismo sia necessariamente un problema: Qui c’è un fiume di persone sì, ma nella maggior parte dei casi non fanno nulla di male. Anche di rifiuti ne raccogliamo pochi: qualche buccia di banana e qualche cartina” dichiara sempre Baù. 

 

In mezzo a migliaia di persone, il compito della ranger rimane quindi quello di informare e prevenire: “Quando bisogna riprendere qualcuno, è importante spiegare il perché. Noi siamo qui per educare alla montagna - conclude Chiara -. Il nostro compito è aiutare le persone a vivere questo ambiente con maggiore consapevolezza e rispetto”. 

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