Microplastiche anche nei sedimenti delle grotte più profonde e inesplorate del sottosuolo
E' una scoperta, quella dell'Università di Trieste, che rafforza l'idea di quanto i sistemi idrici ipogei possano essere interconnessi e sensibili alle attività umane nel loro complesso, un dato che conferma come questi frammenti non restino confinati in superficie, ma seguano per intero il sistema idrico naturale

TRIESTE. Le microplastiche sono presenti anche nei sedimenti delle grotte più profonde e inesplorate del sottosuolo. In un contesto nel quale saremmo portati a immaginare ambienti sotterranei situati a centinaia di metri di profondità come spazi misteriosi, pericolosi, ma certamente incontaminati, come per certi versi accade in “Viaggio al centro della terra” di Jules Verne, ecco che, al contrario, una nuova ricerca ci dimostra il contrario.
Si tratta di una ricerca condotta dall'Università di Trieste assieme alla Società Adriatica di speleologia e al Bioscience Research Center, che ha divulgato i risultati delle ispezioni ipogee nelle cavità più recondite del Carso, quelle scavate dal fiume Timavo, il corso d'acqua che attraversa per buona parte il sottosuolo della provincia di Trieste. Lo studio ha quantificato infatti, per la prima volta, la presenza di frammenti plastici in cavità carsiche situati ad oltre i 300 metri di profondità, grazie ai campionamenti che, effettuati sin dalle primissime fasi esplorative, si sono articolati attraverso i meandri più inaccessibili, come ad esempio la caverna Maucci, uno spazio ipogeo raggiungibile esclusivamente attraverso immersioni speleosubacquee, oppure come il tratto finale della celebre grotta Luftloch, tornata recentemente agli onori della cronaca in quanto luogo della scoperta del proteo più grande mai osservato in Italia (QUI ARTICOLO), antro raggiunto dopo trecento metri di calata verticale.
A ben guardare, che il sistema carsico attraversato dal Timavo possa trasportare materiali provenienti dall’esterno non è certo una novità, comportando rischi legati alla presenza di sostanze inquinanti che le acque catturano strada facendo. Ciò che invece sorprende è la profondità nella quale queste microplastiche possono andare ad insinuarsi. E' una scoperta che rafforza l'idea di quanto i sistemi idrici ipogei possano essere interconnessi e sensibili alle attività umane nel loro complesso, un dato che conferma come questi frammenti non restino confinati in superficie, ma seguano per intero il sistema idrico naturale, penetrando negli ambienti sotterranei e depositandosi anche nelle cavità più remote.
Ecco quindi che le grotte non risultano mondi isolati, ma contesti collegati direttamente al ciclo dell'acqua e questo studio contribuisce a comprendere meglio la distribuzione delle microplastiche negli acquiferi carsici e a rafforzare gli strumenti di monitoraggio ambientale.












