La spada di Damocle dei dazi di Trump incombe sul vino. I prezzi potrebbero quintuplicare e un bicchiere potrebbe arrivare a costare 350 dollari

Cercherò di stuzzicare curiosità e piacevolezze. Lasciando sempre spazio nel bicchiere alla fantasia
E' la spada di Damocle che incombe sull’agroalimentare italiano, specificatamente sui tappi delle bottiglie di vino. Se Trump impone dazi per il 200%, stappare una bottiglia di vino italiano diventerà molto, ma molto impegnativo. Penalizzando in primis le produzioni di grandi riserve, incidendo anche sulle fasce di vini di pronta beva. Qualche dato a partire dal Pinot grigio, vino ‘commodity’ dato l’enorme produzione che il Trentino - leader nella tipologia - esporta negli States.
E’ la ritorsione di Trump contro l’azione di Bruxelles di imporre dazi onerosi sul whisky stelle e strisce, con una serie di ripicche e minacce commerciali decisamente inquietanti.
Il prezzo del vino Made in Europa potrebbe quasi quintuplicare. Il Pinot grigio, per esempio, costare oltre 40 dollari la bottiglia, quotazione riferita all’offerta sullo scaffale di enoteche e negozi della distribuzione, mentre al ristorante - sulla ‘carta vini’ - avrà una calibratura di almeno 60 dollari. Una follia, se il confronto è mirato sul "prezzo partenza cantina".
Proibitivi i rincari pure per i grandi marchi, dolomitici compresi, vini assolutamente blasonati. Il San Leonardo dei marchesi Guerrieri Gonzaga si potrebbe stappare a non meno di 350 dollari, ovvero attorno ai 50 euro a bicchiere. Idem per le cuvèe del Trento Doc, come subito hanno ribadito i più autorevoli spumantisti trentini. Tutte le aziende enologiche stanno attendendo il 2 aprile, per capire le reali intenzioni del presidente Trump.
Intanto ogni esportatore verso gli Usa non ha registrato nelle scorse settimane sostanziose richieste. Non solo: sono allo stoccaggio nei porti di partenza anche i bancali di vino ordinati nelle ultime settimane. Tutto fermo, container sigillati nelle navi già pronte a prendere il largo. L’incertezza e i dubbi daziari costringono le aziende americane distributrici di vino a vigilare su ogni scambio.
Ecco allora l’urgenza di trovare nuovi sbocchi commerciali, magari aggirando i - speriamo presunti - dazi della Casa Bianca con una sorta di ‘triangolazione’, spedire vino in Stati attigui l’America, per poi ‘penetrare’ la frontiera trumpiana, anche se l’operatività non è sicuramente di facile applicazione.
Particolarmente angosciati sono i produttori di Prosecco, il vino da sempre amato dai bevitori americani. Che stappano ogni anno oltre 150 milioni di bottiglie. Prosecchisti mobilitati, con la richiesta al ministro Lollobrigida di un suo deciso intervento.
"Il venir meno di un mercato simile comporterebbe la necessità di individuare paesi alternativi ove andare a collocare queste produzioni e, nell’emergenza, questo comporterebbe di sicuro una pesante contrazione del valore, con ripercussioni per le nostre aziende, sia in termini economici che sociali", hanno spiegato in quel di Valdobbiadene.
La perdita di quote sul mercato americano andrebbe a vantaggio di competitor internazionali esenti da dazi così pesanti (Argentina, Nuova Zelanda, Cile, Australia). “Se le tensioni Usa-Ue dovessero continuare – conferma Federvini – bisognerà individuare eventuali mercati di sbocco per tutte le giacenze e per i prodotti che non potrebbero più essere esportati negli Stati Uniti o potrebbero venire esportati a prezzi decisamente superiori”.
Le aziende tengono il fiato sospeso, ma si devono preparare al peggio. E si spera in una svolta diplomatica, per salvare il mercato verso l’America, esportazione enoica non sostituibile.












