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“Fu detto... Ma io vi dico”: dal Vangelo secondo Matteo, il più "ebraico" di tutti i vangeli

Gesù dice di non essere venuto ad abolire la tradizione, ma di volerla portare a compimento. E prima di questo compimento nemmeno uno “iota” verrà tolto dalla Torah
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Di Alessandro Anderle - 11 febbraio 2017

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

PREMESSA. La libertà, com'è noto, sgorga dalla fonte della conoscenza e, purtroppo, quest'ultima sembra non godere di ottima salute nell'epoca della cosiddetta post-verità, o del post-factum. Queste riflessioni, un po' controcorrente, nascono invece proprio da questo “bisogno”: conoscere, provare a capire, capirmi e capirci.

 

La religiosità, in quanto fenomeno umano che si apre al sacro, ha una storia, molteplici narrazioni che compongono una buona parte – in modo più o meno consapevole – della nostra cultura. Per questo, accostandosi in punta di piedi a queste narrazioni perlopiù antichissime, si cercherà di seguirne alcune tracce per gettare sguardi di conoscenza.

 

Cercando così di svolgere quel compito che il Concilio Vaticano II esprime nel documento magisteriale Nostra Aetate, nel quale si spiega che, pur non ignorando le molte differenze che vi sono tra i precetti e le dottrine delle altre religioni e quanto propone e crede la Chiesa cattolica, essa: "nulla rigetta di quanto vi è di vero e santo in queste religioni"; perciò esorta i suoi figli "al dialogo e a collaborazione con loro, con prudenza e carità".

 

Non avendo la benché minima intenzione di entrare nel dato più intimo delle Scritture, quello della fede, ne seguiremo alcuni dati storici ed interpretativi, per gettare qualche seme nel vento del dialogo.

 

***

 

Il brano evangelico di questa domenica è tratto dal Vangelo secondo Matteo, il più “ebraico” dei quattro vangeli, poiché l'Apostolo operò la sua missione in comunità cristiane di cultura prevalentemente giudaica. In questo Vangelo possiamo scorgere le parole di Gesù nella sua cultura originaria.

 

Dopo le Beatitudini (Mt 5,1-12) e l'inciso su chi vive come “sale della terra e luce del mondo” (Mt 5,13-16) si entra nel corpo del “Discorso sul Monte”: il Vangelo di questa domenica (Mt 5,17-37).

 

L'incipit è particolarmente significativo, Gesù dice: "Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto" (Mt 5,17-18).

 

In seguito l'insegnamento di Gesù è caratterizzato da una fortissima ri-significanzione della Legge, alla quale è attribuito un senso nuovo, lontano dall'esteriorità. Ciò viene espresso dalla formula paradossale per un ebreo del tempo (e di oggi): "Vi è stato detto... Ma io vi dico!” Ma di quale Legge parla Gesù?

 

Per un ebreo del primo secolo della nostra era la Legge non poteva che essere la Torah. La Bibbia ebraica, che coincide grosso modo con l'Antico Testamento cristiano, è composta da tre rotoli: la Torah/Legge, il pentateuco; i Profeti e gli Scritti.

 

Oltre alla Torah scritta, però, al tempo di Gesù vi era sicuramente una grande e ricca tradizione orale, che verrà poi messa per iscritto nel Talmud babilonese ed in quello gerosolimitano. Questo, per un ebreo oggi, si traduce nel rispetto incessante di 613 precetti, mitzvot. Gesù, quindi, dice di non essere venuto ad abolire la tradizione, ma di volerla portare a compimento. E prima di questo compimento nemmeno uno “iota” verrà tolto dalla Torah.

 

L'immagine dello iota è molto evocativa. Nella lingua ebraica la lettera yod è, fisicamente, la più piccola dell'alfabeto. Per questo nella tradizione rabbinica è ritenuta la lettera più umile e, proprio perché umile, rappresenta anche il legame profondo e inscindibile fra la divinità, YHWH, e il suo popolo, Ysrael. Gesù articola semplicemente il concetto: nemmeno la più piccola ed “insignificante” lettera della Legge, nemmeno un piccolo trattino verrà cancellato fino al compimento.

 

E non c'è da stupirsi, poiché la concezione ebraica della Torah è quella di una prassi rivelata, "concezione ricavata dalla Torah stessa, in particolare da Es 24,7: 'Tutto ciò che il Signore ha detto, lo eseguiremo e lo ascolteremo', cioè prima lo metteremo in pratica poi lo faremo oggetto, per dirla con parola poco ebraica, di teologia" (P. De Benedetti).

 

Ne approfittiamo per fare un augurio alla comunità ebraica che lo scorso Shabbat ha festeggiato Tu Bishvat, il Capodanno degli alberi. Anticamente radicata nel ciclo dell'agricoltura, oggi per questa festa è uso che in Gerusalemme vengano piantati moltissime piante.

 

Nell'epoca in cui anche la crisi ecologica è post-verità e  la “Laudato si'” di Papa Francesco viene dimenticata, le parole del profeta sembrano sempre più lontane: "Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca". (Is 35,1-2).

 

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