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"Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio", Gesù parla ai discepoli

Il cosiddetto “Discorso della montagna”, il quale contiene le “beatitudini” pronunciate da Gesù all'inizio della sua predicazione pubblica, è certamente una delle parti più celebri (e, ci si passi il temine, laiche) dell'intera letteratura evangelica: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati"
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Di Alessandro Anderle - 01 febbraio 2020

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Mt 5,1-12a [In quel tempo] Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

Il cosiddetto “Discorso della montagna”, il quale contiene le “beatitudini” pronunciate da Gesù all'inizio della sua predicazione pubblica, è certamente una delle parti più celebri (e, ci si passi il temine, laiche) dell'intera letteratura evangelica. Un'attenta riflessione sulle parole del Rabbì Gesù sarà sicuramente “ricompensata” da qualche frutto – non solo di carattere spirituale, si spera, ma anche pragmatico. Gesù aveva da poco cominciato la sua predicazione itinerante in Galilea. Si era volutamente tenuto lontano dal centro politico-economico-religioso rappresentato dalla città di Gerusalemme. La Galilea era la “terra delle genti”, dove giudei convivevano con pagani, gli usi, i costumi e le credenze, spesso, attraversavano i loro confini per incontrare quelli di un'altra cultura. Una terra “mista”, impura per i giudei gerosolimitani. In questo contesto il Rabbì scelse i suoi primi discepoli: poveri e poco istruiti, ma grandi lavoratori. Chissà come sarà stato per quegli uomini, abituati a modellare i propri ritmi di vita sulla pesca in barca, sulla fame, ritrovarsi da un giorno all'altro a camminare fianco a fianco con uno sconosciuto, che pronunciava parole affascinanti – ed un poco misteriose – e che accettava chiunque avesse bisogno di lui, guarendone le ferite.

In questo contesto il narratore presenta uno dei discorsi più importanti che ci siano stati tramandati di Gesù. Il Rabbì si appresta a pronunciare qualcosa di solenne: prova ne è il fatto che si sia seduto, prima di cominciare a parlare. Solitamente i Maestri erano avvezzi a parlare ai propri discepoli in piedi. La salita al monte richiama, chiaramente, la salita al Sinai di Mosè – non è la prima volta che le figure di Gesù e Mosè vengono “sovrapposte”. Le nove beatitudini pronunciate dal Rabbì riguardano: i poveri in spirito, gli afflitti, i miti, coloro che cercano la giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati a causa della giustizia e a causa della fede in Gesù.

 

I poveri, nell'Antico Testamento, rappresentano una categoria a cui JHWH pone particolare attenzione: i poveri erano considerati appartenenti a Dio stesso. La giustizia, va sottolineato, qui non è fine a se stessa, non è ceco giustizialismo, ma è da coniugarsi con la misericordia. Solamente una giustizia misericordiosa può pallidamente riflettere l'Amore del Padre, aprendo lo spazio terreno al Regno di Dio. Una parentesi a parte va dedicata alla pace. L'evangelista, si badi bene, non riporta una generica benedizione alle persone pacifiche, poiché l'essere pacifico potrebbe portare con sé anche una sorta di ignavia, una dimensione del “vivi e lascia vivere”.

 

In realtà qui si parla di coloro che la pace la cercano promuovendola attivamente, inseguendo sempre attivamente la dimensione della riconciliazione. Beati saranno coloro che riusciranno a perdonare e a riconciliarsi anche con il proprio nemico. Amore e pace non potranno mai esistere l'una senza l'altra – concetto che non bisognerà mai stancarsi di sostenere, soprattutto in questi tempi, in cui i venti fondamentalisti (che qui si usa volutamente come sinonimo di “tradizionalismo”) tornano a soffiare dagli Stati Uniti d'America.

 

L'ultima beatitudine si riferisce allo stato in cui versavano le comunità cristiane a cui l'evangelista si indirizzava: i gruppi giudeo-cristiani, circa attorno all'85 d.C. Queste comunità erano composte soprattutto da ebrei che, pur volendo mantenere la propria identità, avevano riconosciuto in Gesù il Messia. Questi gruppi erano ritenuti dagli altri giudei delle sette facinorose e scismatiche, e verrà ben presto vietato loro di accedere alla preghiera in sinagoga. A questi gruppi di fedeli, come ai
perseguitati in tutta la storia, Gesù dice: «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

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