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Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce

Concluso l'anno liturgico incentrato sulla lettura del vangelo secondo Marco, la scorsa domenica, oggi viene letto un brano dal quarto vangelo, quello secondo Giovanni, in occasione della solennità di “Cristo re”
Dal blog di Alessandro Anderle - 24 novembre 2018 - 17:35

Gv 18,33b-37    [In quel tempo] Pilato fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

 

Concluso l'anno liturgico incentrato sulla lettura del vangelo secondo Marco, la scorsa domenica, oggi viene letto un brano dal quarto vangelo, quello secondo Giovanni, in occasione della solennità di “Cristo re”. Avevamo lasciato Gesù che, ormai, comincia a svelare pubblicamente la sua messianicità, sulla scorta della profezia del “Figlio dell'uomo” (Dn 7). Oggi ritroviamo Gesù dinanzi all'autorità romana, interrogato da Pilato, sul suo essere “re”.

 

Pilato fa chiamare Gesù per cercare di capire meglio quali siano le ragioni per cui il sinedrio, i capi dei giudei, era giunto a condannare quell'uomo alla pena capitale. Il centro della discussione è la regalità di Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù cerca di far capire a Pilato quale sia la natura del suo “essere re”: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».

 

Il Regno annunciato da Gesù, in cui la sua figura regale va interpretata come il donarsi totale della Parola, l'essere definitivamente Amore del e nel Padre, non è di questo mondo. Ma Gesù è Messia perché viene ad annunciarlo, ad aprirlo qui e ora: il Regno del Padre si fa ogni qual volta gli viene lasciata la possibilità di incarnarsi nell'umanità, di manifestarsi nel più piccolo, apparentemente insignificante, degli atti amorosi.

 

Ma che cosa significa – e qui sta il centro di questa rivelazione narrata -, per Gesù, essere re?  «Io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità». La regalità del Messia è la testimonianza (martirio, in greco) alla verità. Essere Re del Regno del Padre significa testimoniare, a qualsiasi costo, la verità. Ma quale verità? Qui, forse, si cela il più grande malinteso fra Gesù e Pilato, fra il mondo ebraico e quello greco-romano.

 

La risposta di Pilato è, infatti, lapidaria: «che cos'è la verità?». Ed il dialogo con Gesù, con la tradizione biblica, qui si chiude inevitabilmente. Per Pilato, infatti, la verità è un dire “sì” a qualcosa, ad un concetto che deve essere svelato attraverso il ragionamento puramente razionale. Dal punto di vista culturale, l'accusatore diventa sordo davanti al volto dell'accusato. Gesù, invece, intende la verità in modo completamente diverso: la Verità è – per dirla con il grande Paolo De Benedetti -, nel mondo ebraico, un dire “sì” a qualcuno, non a qualcosa. Verità si dice amen, ed amen si dice al Dio che si rivela nella vita, al Padre che Gesù ha conosciuto nella sua esistenza ed ha affidato al mondo sotto forma di Parola creatrice. Come Parola/Amore che va facendosi, facendomi.

 

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