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La parabola dei talenti: fra il fine vita e la morte di un mafioso

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno»...
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Di Alessandro Anderle - 18 novembre 2017

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

La liturgia cattolica si avvia alla conclusione della lettura del Vangelo secondo Matteo. La parabola letta questa domenica, nota come la parabola dei talenti, segue direttamente quella della scorsa domenica (la parabola delle dieci vergini) e si avvia verso la conclusione: il giudizio universale. La tematica dominante, quindi, rimane il modo in cui ogni cristiano dovrebbe vivere in vista, ed in preparazione, all'incontro con il Padre, al ritorno di Gesù. Prima di inoltrarci nel commento, rileggiamola:

 

Mt 25,14-30 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno» poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.

 

Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: «Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque». «Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: «Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due». «Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone».

 

Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo». Il padrone gli rispose: «Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».

 

 

Il finale lascia un poco perplessi: perché il Signore è così duro con il servo che, apparentemente, non ha fatto nulla di male? Forse che il non fare sia esso stesso un male? Ma se non faccio non faccio, non posso nemmeno nuocere a nessuno. E la logica di Gesù non sembra forse il contrario della conclusione di questa parabola - «perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha»? Analizziamo il racconto dall'inizio.

 

La parabola si apre con un atto da parte del signore, il quale, ovviamente, rappresenta il Padre e la sua logica. Questo atto è particolarmente rivelante in due dimensioni distinte: prima di tutto esso è completamente gratuito, in secondo luogo è – si potrebbe dire – più che sovrabbondante. È completamente gratuito perché il Signore dona a dei servi – degli schiavi a cui nulla era dovuto – del denaro prima della sua partenza. Questo denaro, si badi bene, non rappresenta un carico, un impegno, sproporzionato. Esso viene elargito in modo oculato, calibrato: «A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno». E, nonostante questa assoluta gratuità ponderata, esso rimane comunque sproporzionato per uno schiavo, infatti «cinque talenti costituivano una somma ingente: un talento valeva [al tempo di Gesù] 6000 denari, pari ad altrettante giornate lavorative» (A. Poppi).

 

Questo regalo, completamente gratuito e sovrabbondante, rappresenta il Vangelo, la “buona notizia” portata da Gesù sulla terra, il Figlio di Dio – completamente umano quanto completamente divino – che ha svelato il vero volto del Padre nella sua esistenza che continua. Il Messia che ha vissuto come un servo, che è morto in modo infamante non solo per mostrare al mondo la misericordia del Padre, ma anche per mostrare all'uomo come dovrebbe essere, autenticamente, la sua esistenza. Una vita vissuta nella passività di chi riesce a far fruttare a pieno i doni che ha ricevuto da Dio. Una passività che non è inattività – come quella del servo che nasconde il dono per non disperderlo -, questa passività si traduce nel vivere per gli altri e per il tutt'Altro che chiamiamo Dio. In questa dimensione che annienta l'egoismo il cristiano, l'essere umano, trova veramente se stesso.

 

Alla luce di questo, la conclusione non solo non appare più in contrasto con il messaggio di Gesù, ma essa è pienamente comprensibile. Quanta retorica si legge in questi giorni sul tema della morte, dimensione che viene sempre più disconosciuta dall'uomo contemporaneo. Un uomo, quello d'oggi, che tenta con ogni mezzo di prolungare i suoi giorni sulla terra, arrivando a dimenticarsi la dimensione della dignità della Vita. Non stupiranno, quindi, la parole di Papa Francesco sull'accanimento terapeutico.

 

E non stupirà nemmeno la posizione della Chiesa sui funerali da non concedere ad un mafioso – capo dei capi chiamavano un uomo che i pochi talenti che aveva li ha banalmente, banale come il male, bruciati. È vero che non sta all'uomo, né alla Chiesa, giudicare, ma – come ci insegna questa parabola – all'uomo sta sicuramente l'essere uomo, non il tornare ad essere un animale. Un animale, per furbo che sia, rimane un semplice animale. Cosa significhi essere, o provare ad essere uomo, per il cristiano lo ha indicato Gesù nella sua esistenza per l'altro.

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