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L'amore del Padre e la sua Misericordia. La parabola del “figliol prodigo”

A detta di molti commentatori e studiosi, questa parte rappresenta il vertice letterario e dottrinale dell'intera narrazione evangelica. Se si volesse riassumere il contenuto delle tre parabole gesuane che compongono questo brano, si potrebbe dire che in esse Gesù porta la sua rivelazione all'apice: egli mostra il vero volto del Padre, quello dell'amore misericordioso
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Di Alessandro Anderle - 14 settembre 2019

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Lc 15,1-32 [In quel tempo], si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l'ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta».

 

Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto». Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli.

 

Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci.

 

Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio».

 

Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo.

 

Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

 

La lettura di questa domenica è particolarmente lunga, ed è composta dall'intero capitolo quindicesimo del vangelo secondo Luca. A detta di molti commentatori e studiosi, questa parte rappresenta il vertice letterario e dottrinale dell'intera narrazione evangelica. Ma di che cosa si parla in questo capitolo? Se si volesse riassumere il contenuto delle tre parabole gesuane che compongono questo brano, si potrebbe dire che in esse Gesù porta la sua rivelazione all'apice: egli mostra il vero volto del Padre, quello dell'amore misericordioso.

 

Lo scenario in cui si svolge la narrazione differisce leggermente da quanto il vangelo secondo Luca ci ha abituato nelle ultime settimane. Sicuramente Gesù è in viaggio verso Gerusalemme, ma in questo caso viene presentato come attorniato dai peccatori e dai pubblicani, dagli ultimi della società del tempo. Non era consentita la vicinanza di un pio ebreo con tali persone, a causa delle svariate norme sulla purità. Per questo i farisei, orgogliosi del loro essere rigidi osservatori degli insegnamenti di Mosè, guardando la scena, cominciano a mormorare.

 

Proprio ai farisei Gesù rivolge le sue parole, sperando di operare un cambio di paradigma, una conversione, nel loro cuore. Le prime due parabole – forma letteraria volta proprio al sovvertimento del normale sentire – sono molto simili. Sia la pecora smarrita che la dracma perduta rappresentano i peccatori, coloro che hanno portato la loro anima lontana dal Padre. Gesù afferma molto chiaramente che «vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione».

 

Chiaramente qui non si intendono svalutare i giusti (se solo Dio vede nel cuore delle persone, chi può definirsi giusto?), essi sono certamente amati dal Padre. Piuttosto Gesù dice qualcosa proprio a coloro che si ritengono giusti (nel caso specifico i farisei): Gesù afferma che il giusto è colui che cerca di ricondurre i peccatori al Padre. La festa nel Regno di Dio, così, celebrerà colui che stimola la conversione, ed il convertito.

 

Vero e proprio capolavoro della letteratura evangelica, la parabola del “figliol prodigo” la abbiamo commentata poco tempo fa. Già il nome “comunemente” attribuito a questa parabola, c'è da dire, tradisce un'incomprensione: ciò che Luca vuol mettere in luce non è il ravvedimento del figlio – il quale, tra l'altro, non è nemmeno così limpido nella narrazione -, ma il fatto che il Padre sia misericordioso. La parabola del padre misericordioso, quindi.

 

Un altro equivoco frequente su questa parabola riguarda il tema del peccato del figlio. Per la cultura del tempo, chiedere la propria parte di eredità in anticipo era del tutto legittimo (soprattutto per i figli minori dato che, una volta morto il padre, sarebbe spettato al figlio maggiore dividere l'eredità). Il vero peccato del figlio è stato, piuttosto, quello di allontanarsi dalla via di Dio, pensando – grazie all'iniziale abbondanza di denaro – di essere completamente autosufficiente. In questo senso il padre afferma che quel figlio era morto, ma ora è tornato in vita. Il figlio maggiore, sicuramente meno misericordioso del padre (o per nulla misericordioso) rappresenta i farisei.

 

Queste parabole rappresentano un insegnamento ed un monito sempre molto attuali, sia per il semplice fedele che per chi è chiamato a guidare le comunità ecclesiali. Gesù ci ha mostrato il volto di Dio che emana infinito amore, stiano attenti gli uomini e le donne a voler cercare inutili restrizioni a questo amore, che per l'umanità non è afferrabile, ma è certamente intuibile.

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