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L'Islam celebra la fine del Ramadan e ai cattolici il Vangelo di oggi dice questo: "Non abbiate paura"

Il mondo cristiano cattolico, da poco uscito dal tempo di Pasqua, conclusasi con la Pentecoste e seguita dalle Solennità della SS. Trinità e del Corpus Domini, prosegue con la lettura corsiva del vangelo secondo Matteo. Si ricomincia dal decimo capitolo, dal discorso di Gesù sulla missione dei discepoli nel mondo
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Di Alessandro Anderle - 24 giugno 2017

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Ieri, il mondo musulmano, ha celebrato una delle sue due feste (Eid al-Saghīr), e più precisamente quella detta minore. Eid al-Fitr, la “festa dell'interruzione”, poiché viene celebrata alla fine del mese lunare di digiuno di Ramadan, più precisamente il primo giorno del mese seguente, Shawwal.

 

È una festa dal preciso significato spirituale, dove la preghiera comunitaria all'aperto di ringraziamento ad Allah è celebrazione. “Id Mubarak”, benedetta [sia] la tua celebrazione, è saluto ed augurio che si scambiano i fedeli, in una festa da passare con parenti ed amici, soprattutto con quelli che puoi incontrare meno spesso. Un augurio ai fedeli, antropologicamente e spiritualmente fratelli, mussulmani.

 

Il mondo cristiano cattolico, da poco uscito dal tempo di Pasqua, conclusasi con la Pentecoste e seguita dalle Solennità della SS. Trinità e del Corpus Domini, prosegue con la lettura corsiva del vangelo secondo Matteo. Si ricomincia dal decimo capitolo, dal discorso di Gesù sulla missione dei discepoli nel mondo, «un discorso che risente dell’esperienza dei dodici apostoli in missione tra i figli di Israele e dei missionari della chiesa di Matteo nei decenni precedenti l’80 d.C.» (E. Bianchi)

 

Mt 10,26-33  [In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli] : «26 Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. 27 Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. 28 E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo. 29 Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30 Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31 Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! 32 Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33 chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.»

 

Il brano dell'evangelista succede direttamente a quello in cui Gesù annuncia ai discepoli le persecuzioni che spetteranno loro, dopo di lui, in futuro. È una grande esortazione alla fiducia, desunta da una fonte di cui si è servito anche l'evangelista Luca (il parallelo è Lc 12,2-9), oggi forse perduta. Questi detti, in greco, sono «collegati dalla parola-chiave “non temete”, ripetuta tre volte (vv. 26.28.31 (A. Poppi)

 

Se Gesù ha predicato il suo Vangelo, la sua buona notizia, ai soli discepoli, alle persone che fisicamente e storicamente erano in grado di riceverla, tutti quelli che l'hanno ricevuta hanno l'obbligo di fare altrettanto. Come? «quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze».

 

Non ci sono mezze misure in questo, per quanto il singolo possa avere una fede in cammino, imperfetta come quella di tutti gli uomini, l'annuncio ricevuto come un dono va gridato, discusso, ragionato. Mai sottaciuto, mai compromesso a compromessi di falsa (buona) coscienza.

 

Il centro, il modo e la motivazione lo dice abbastanza chiaramente il versetto 28, tradotto letteralmente: «E non temete da parte di quelli che uccidono il corpo, ma che non possono uccidere l'anima; ma temete piuttosto colui che può far perire e anima e corpo nella geenna» (A. Poppi). La geenna – termine ebraico - equivale, con alcune approssimazioni culturali, al nostro “inferno”, che in realtà ne deriva concettualmente, per forza di cose.

 

Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, commenta così questi versetti: «Ci siano oggi di esempio quei cristiani che in Egitto e in medio oriente scelgono di partecipare alla liturgia sapendo che rischiano la vita e diventando vittime, in grande numero, di una cieca violenza anticristiana. Il martirio è ricomparso e oggi ci sono più martiri cristiani che nei secoli dell’impero romano. È dunque l’ora del coraggio, del non temere, sapendo che Gesù è accanto a noi nella potenza dello Spirito santo e lo sarà, come “altro Paraclito” (cf. Gv 14,26), avvocato per noi davanti al Padre. Coraggio!»

 

Nessuno spiraglio al fanatismo idealista e fondamentalista, in cui solitamente a morire devono essere gli altri. Qui Gesù dice chiaramente di non perdere la fede in lui e nel Padre, nemmeno davanti a coloro che possono/vogliono ucciderti.

 

Quale fede? Quella dell'amore assoluto. Quello che fa qui Gesù è un invito sconcertante, ma essenziale nella fede matura, per un cristiano: l'invito a non preoccuparsi degli uomini, poiché essi tutt'al più hanno potere sul corpo degli altri. E il corpo, per quanto essenziale, è custode di un'anima che non solo è, se così si può dire, centro spirituale del soggetto, ma anche collegamento con il sacro, il divino. Ponte dello Spirito con il Figlio e il Padre.

 

E quest'anima, così essenziale, va da sé che vada curata, ascoltata. Portata alla luce in noi per vedere con una luce diversa, una trasparenza assoluta. La trasparenza degli occhi dell'anima.

 

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