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Tommaso e il bisogno di ''toccare per credere'' che solo Giovanni racconta

Dalla figura dell'Apostolo Tommaso nacque una “corrente” gnostica. Secondo una parte degli studiosi, il vangelo secondo Giovanni venne scritto in parte anche come risposta a tale corrente, e questo brano ne è il centro
Dal blog di Alessandro Anderle - 27 aprile 2019 - 20:36

Gv 20,19-31 La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.

 

E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

 

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

La prima lettura che la chiesa cattolica propone nella domenica dopo la Pasqua è conosciuta con il titolo di “incredulità di Tommaso”, ed è certamente uno dei brani più conosciuti e rappresentati della letteratura evangelica – uno su tutti il magnifico dipinto del Caravaggio. È una narrazione interessante sotto diversi aspetti, per alcuni studiosi addirittura centrale per lo scopo della scrittura del vangelo secondo Giovanni. Prima di tutto va precisato che questo episodio è “proprio” del quarto vangelo, il ché significa che si trova narrato solamente qui.

 

Di qui la domanda di molti studiosi: perché Giovanni è l'unico a presentare un racconto sull'incredulità di Tommaso? Anzi, perché la figura di Tommaso – uno dei dodici – compare protagonista di una narrazione compiuta solamente in questo vangelo? Bisogna sapere che dalla figura dell'Apostolo Tommaso nacque una “corrente” - anche se non è del tutto esatto definirla così – interna al cristianesimo dei primissimi secoli, che si legherà in seguito inscindibilmente alla cosiddetta eresia gnostica (un movimento che credeva in una rivelazione segreta, comunicata da Gesù ad alcuni Apostoli “eletti”, Tommaso e Maria Maddalena in primis, la quale portava alla salvezza – rivelazione da cercare spesso dentro di sé, dove l'elemento centrale da trovare è la luce in cui rinascere. La salvezza, insomma, non era per tutti e si basava sul raggiungimento di una conoscenza, gnosi, appunto, in greco).

 

La letteratura apocrifa – anche molto antica (parte del Vangelo secondo Tommaso viene fatta risalire dagli studiosi ad una scrittura precedente il vangelo secondo Matteo, Luca e Giovanni) – testimonia l'esistenza di questo mondo di credenze articolato e difficilmente “semplificabile” in poche righe. Resta il fatto che secondo una parte degli studiosi, il vangelo secondo Giovanni venne scritto in parte anche come risposta alla corrente gnostica, e questo brano ne è il centro. La figura di Tommaso, infatti, non esemplifica il comportamento del buon cristiano - «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» -, non fa certo una bella figura! Ed allo stesso tempo vi si trova una indicazione sulla “via” della salvezza: questa non è basata su nessuna sapienza misterica, da raggiungersi attraverso una conoscenza speculativa, ma sulla fede nella tradizione grazie alla quale l'umanità è venuta a conoscenza del vangelo, della notizia della resurrezione di Gesù.

 

La fede è una dimensione così personale, che non può essere indagata altri che da Dio. Vi è una difficoltà intrinseca nel dichiarare ciò che è giusto o cosa sbagliato, e prima di tutto ci si dovrebbe intendere su cosa significhi “salvezza”. Qui è difficile immaginare che sia riservata a pochi, che sia una dimensione elitaria. Allo stesso tempo questo brano ci dice che, forse, la salvezza sta proprio nel saper affidarsi, nel fare il salto di chi abbandona per un attimo le briglie del razionalismo per affidarsi a qualcun Altro. Salvarsi, quindi, in prima istanza dall'idea di bastare a se stessi, che è il primo modo di uccidere la speranza. Fede come fiducia nell'atro e nell'Altro, e fiducia come luce che mi permette di guardare oltre me stesso. Fiducia di poter ancora sperare di essere sognato dal Padre.

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