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Vi lascio la pace, vi do la mia pace

Si continua la lettura, nel tempo pasquale, del vangelo secondo Giovanni, il più “spirituale” dei vangeli – e storicamente il più tardo. Gesù si sta congedando dai suoi discepoli e trasmette loro gli ultimi “insegnamenti”, cerca di trasmettere in parole il “senso” del suo operato
Dal blog di Alessandro Anderle - 26 maggio 2019 - 08:10

Gv 14,23-29 [In quel tempo], Gesù disse ai suoi discepoli: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: «Vado e tornerò da voi». Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l'ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.

 

Si continua la lettura, nel tempo pasquale, del vangelo secondo Giovanni, il più “spirituale” dei vangeli – e storicamente il più tardo. Gesù si sta congedando dai suoi discepoli e trasmette loro gli ultimi “insegnamenti”, cerca di trasmettere in parole il “senso” del suo operato. Ed in questo caso è proprio la parola al centro della prima parte della pericope: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». Osservare o, meglio, custodire la Parola. Qui la parola non è intesa come qualcosa di astratto che semplicemente serve a definire un oggetto, un concetto. La Parola qui, come la tradizione ebraica insegna, è creatrice, performatrice. La Parola schiude nuovi orizzonti di senso per far essere chi la fa propria. Qui il concetto è espresso attraverso l'inabitazione nell'uomo da parte di Dio stesso. Come se il Signore abitasse la parola per soffiare eternità nell'anima dell'uomo.

 

La permanenza di Gesù dopo la sua morte nel mondo è garantita dall'invio del Paraclito (lett. “avvocato difensore”) da parte del Padre. Il Nome creatore non può lasciare sola la propria creatura, non dopo la sua incarnazione, il suo essersi fatto carne, l'evento che ha permesso a Dio – se così ci si può esprimere – il “salto qualitativo” di aver provato, di aver assunto, anche il dolore e le pene quotidiane di cui la sua creatura geme. Un Paraclito, lo Spirito, per soffiare nuovamente Dio nell'uomo, fino alla fine del tempo.

 

E come ha mostrato Gesù nella sua vita, la sola percezione della presenza del Padre nel mondo a fianco dell'uomo, mostra al mondo la vera pace. Già, perché la pace è cosa ben diversa dall'assenza di guerre. Una tregua armata, quella che ha vissuto e sta vivendo in definitiva il mondo, è cosa ben lontana dalla pace, dalla vera pace. La pace è forse quell'unico attimo in cui si possono percepire assieme fiducia e speranza illimitati, in cui si sente che (finalmente) il vero riposo è possibile. È quel momento in cui tutto risulta possibile, perché nulla è realmente possibile. È quell'armonia che si raggiunge liberando il mondo dalla propria volontà di sopraffarlo, e dalla quale si riceve l'autentica libertà.

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