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Indifferenza e valori cristiani, da ''Il fardello dell'uomo bianco'' alle tragedie nel Mediterraneo, tutto cambia e nulla cambia

A 120 anni dalla pubblicazione di queste parole, il fardello dell’uomo bianco è più pesante che mai e diverrà insostenibile quando, un giorno, i figli, i fratelli, le sorelle, i padri e le madri di quei 117 sventurati e di tutti coloro che hanno condiviso la loro stessa sorte racconteranno le loro storie. Quel giorno non potremo più nasconderci nell’indifferenza
Dal blog di Anansi - 22 gennaio 2019 - 13:23

Nel 1899 Rudyard Kipling pubblicò “Il fardello dell’uomo bianco”, una poesia con cui lo scrittore britannico invocava l’annessione delle Filippine da parte degli Stati Uniti in seguito alla guerra ispano-americana, conclusasi l’anno prima con la vittoria schiacciante degli statunitensi. Kipling offrì il componimento al fervente imperialista Theodore Roosevelt, all’epoca governatore dello Stato di New York, il quale lo utilizzò per i propri scopi politici e propagandistici.

 

In breve tempo la poesia divenne un manifesto dell’imperialismo e del colonialismo occidentale: il fardello dell’uomo bianco finì per giustificare qualsiasi efferatezza compiuta dall’uomo europeo nella sua missione di civilizzazione di un mondo “inquieto e selvaggio”, di popoli “metà demoni metà bambini” in virtù della sua presunta superiorità intellettuale.

 

Ora, accusare Kipling di razzismo sarebbe anacronistico, tanto più se si considera che il termine racism apparve nell’Oxford English Dictionary soltanto nel 1910 (beninteso, non che precedentemente il concetto fosse sconosciuto).

 

È comprensibile che le parole di Kipling possano scandalizzare un lettore moderno, ma non a tal punto da spingerlo a censurarle, come hanno fatto qualche mese fa gli studenti dell’Università di Manchester, i quali hanno sostituito un murale contenente If del tanto vituperato poeta britannico con la poesia – peraltro meravigliosa – Still I rise della poetessa afro-americana Maya Angelou. Per certi versi, sarebbe come se in Italia ci mettessimo a demolire gli edifici e i monumenti – anche quelli più offensivi ed infamanti – eretti in epoca fascista. Insomma, anche la letteratura può fungere da pietra d’inciampo.

 

Nei giorni scorsi, alla luce dell’ultimo tragico naufragio nel Mediterraneo, ho avuto modo di rileggere “Il fardello dell’uomo bianco”. E una rilettura non implica soltanto una seconda lettura, ma, talvolta, una nuova lettura.

 

Disperdi il fiore della tua progenie / Obbliga i tuoi figli all’esilioPer assolvere le necessità dei tuoi prigionieri”. Stiamo ancora parlando dell’uomo bianco? O di chi è costretto a lasciare le proprie terre e le proprie famiglie in cerca di un futuro migliore?

 

Osserva l’Ignavia e la Follia pagana / annientare la tua speranza”. Stiamo ancora parlando dell’uomo “selvaggio”? O dell’indifferenza e dei valori cristiani di cui la società europea continua ipocritamente ad ammantare se stessa?

 

E ancora “La storia delle cose comuni. / I porti in cui non entrerai / Le strade che non percorrerai / Le costruirai con i tuoi vivi, / E le contrassegnerai con i tuoi morti”. Stiamo ancora parlando dell’uomo occidentale?

 

A 120 anni dalla pubblicazione di queste parole, il fardello dell’uomo bianco è più pesante che mai e diverrà insostenibile quando, un giorno, i figli, i fratelli, le sorelle, i padri e le madri di quei 117 sventurati e di tutti coloro che hanno condiviso la loro stessa sorte racconteranno le loro storie. Quel giorno non potremo più nasconderci nell’indifferenza.

 

In questo senso, suonano terribilmente profetici gli ultimi versi della poesia di Kipling:

Dimentica i giorni dell’infanzia / L’alloro offerto con leggerezza / Il premio facile, concesso di buon grado. / Viene ora a esaminarti, nell’età adulta, / Per tutti gli anni ingrati, / Freddo, affilato da saggezza costata cara, / Il giudizio dei tuoi pari!”

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