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E' una bellissima sensazione quella di essere amati: la storia di Birillo e Margherita

Ricordo vagamente che avevo tanti fratellini, ma quello che più di ogni altra cosa rammento, in maniera vivida e inconfondibile, è il buio. Che voglio dire? Io, la mia mamma e i miei fratellini passavano le nostre giornate in una casa terribile, davvero spaventosa
DAL BLOG
Di Barbara Mastronardi - 25 marzo 2018

 Ribelle quanto basta amo gli animali e in particolare i gatti. Inseguo sempre i miei sogni come quello di scrivere e da sempre racconto storie spesso e volentieri di mici e micie.

Ciao a tutti voi, strani esseri su due zampe che mi girate intorno come delle trottole. Io mi chiamo Birillo. Sì. Avete capito proprio bene. Birillo. Non mi ricordo proprio perché ho questo nome così particolare. L'unica cosa che mi viene in mente è quello strano posto. Vi starete chiedendo "Perché strano?" 

 

Le immagini della mia infanzia sono davvero sfocate dentro di me. Ricordo la mia mamma con il suo pelo arruffato e scomposto, con tanti ricciolotti piccoli e tanto dolci e gli occhi color nocciola, grandi  e profondi. Il papà non l'ho mai conosciuto. So solo che doveva avere gli occhi azzurri visto che io sono proprio particolare. Ho un occhio azzurro e uno marrone. E il pelo di tanti colori.

 

Ricordo vagamente che avevo tanti fratellini, ma quello che più di ogni altra cosa rammento, in maniera vivida e inconfondibile, è il buio. Che voglio dire? Io, la mia mamma e i miei fratellini passavano le nostre giornate in una casa terribile, davvero spaventosa.  Le pareti gocciolavano tutto il giorno con piccole stille di acqua che cadevano sul pavimento. Le nostre zampe costrette a planare nel bagnato erano in certi periodi fredde fredde, da non riuscire a muoverle, e in altri calde, quasi incandescenti. Non avevano niente di morbido dove dormire, lo spazio era poco davvero, e quando era tanto tanto freddo, dormivano tutti insieme attaccati sul pavimento bagnato, nel tentativo vano di scaldarci. Non vedevamo mai dove andavano perché era sempre assolutamente e inesorabilmente buio. Era una sensazione assurda. Stavamo tutto il giorno immobili per la paura di urtare qualcosa di appuntito o tagliente. A poco a poco, nel tempo, ci siamo abituati. Nostro malgrado. Di necessità si fa virtù

 

Abbiamo cominciato a pensare che forse questo buio ci proteggeva, quasi fosse uno scudo contro i pericoli della vita. Le giornate passavano lente, sempre uguali. Una volta al giorno, un bipede urlante, che al buio incombeva su di noi come un ombra minacciosa, ci lanciava dei croccantini cattivi come l'arsenico. Meglio che morire di fame. Almeno così la pensavamo. Era difficile, però, raccattare la pappa al buio e mi ricordo che ad in certo punto uno dei miei fratellini, piccolo piccolo, che non riusciva mai a mangiare, da un giorno all'altro era sparito. 

 

Abbiamo sparso tante lacrime per lui. Soprattutto la mamma. Man mano che crescevamo ci siamo abituati anche a mangiare il cibo lanciato sul pavimento. Abbiamo cominciato a pensare che fosse un gioco. Un gioco divertente. Una specie di caccia al tesoro. Un diversivo nella giornata lunga e noiosa. Un giorno, uno dei tanti giorni uguali, successe qualcosa di assolutamente diverso. Assolutamente. 

 

Di punto in bianco, un bagliore luminoso che esplorava la nostra brutta casa, infranse il muro del buio. Una voce dolce ("Ma esistono? Credevamo che i bipedi fossero tutti urlanti") ci chiamò piano piano. "Ehi, piccolini, come state?". Un profumo delicato invase la stanza, ed io venni preso in braccio da un essere morbido e gentile. Fantastico. Mi rannicchiai nelle sue braccia. Beato. Ero arrivato in paradiso? Sempre in braccio a lei (era una femmina, ne sono certo) venni portato piano piano fuori dalla nostra casa. Santo cielo. Cosa stava succedendo? La luce ferì profondamente i miei occhi. Una lama luminosa mi colpì, come un pugnale acuminato. Insopportabile. Cominciai a piangere, a gridare disperato. Non riuscivo a reggere tanto dolore.

 

Si vede che la femmina bipede (che poi, si scoprì, aveva un nome dolcissimo: Margherita ) era molto intelligente perché capì a volo. Mi coprì la testa con una sciarpa di lana, che oltre a proteggermi dal freddo pungente del mattino non faceva trapelare la luce del giorno. Piano piano mi calmai. Il mio cuore smise di battere all'impazzata. È passato tanto tanto tempo da quel giorno. Ho saputo che la mia mamma e i miei fratellini sono stati messi in salvo e hanno trovato, tutti, una famiglia che li ami e li protegga.

 

 

Io sono rimasto con Margherita. Ci vogliamo un mondo di bene. Viviamo in una casa bellissima, dove io ho la mia cuccia, morbida e profumata. Un incanto. Lei tutte le sere mi prende in braccio e mi coccola. Tanto tanto. È così buona. E sapete perché ? Perché mi vuole bene per quello che sono. Per le mie strane paure e per le mie altrettanto strane abitudini. Io non sopporto la luce. Non ci riesco. Lei tiene sempre le serrande abbassate, nella nostra bella casa. E quando mi porta fuori a fare la mia passeggiata quotidiana, lo fa al tramonto e sceglie le strade più buie che trova, così non mi assale la paura.

 

E le pappe? Dapprima ha provato a metterle in un piatto bellissimo, tutto colorato. Io non ci riuscivo. Non riuscivo a mangiare. Accidenti. Stavo morendo di fame. Finché un giorno ha avuto un'idea genialeMe le ha tirate. Al buio. E io finalmente ho mangiato.

 

 

È una bellissima sensazione. Davvero. Quale? Quella di essere amati.

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