''Il maestro'', un film che appena uscito dalla sala vorresti tornare dentro a rivedere dove il campo da tennis è l'allegoria della vita

Ribelle quanto basta amo gli animali e in particolare i gatti. Inseguo sempre i miei sogni come quello di scrivere e da sempre racconto storie spesso e volentieri di mici e micie.
Due occhi nocciola pieni di pagliuzze dorate. Ciglia scure, lunghe …. Lunghissime, ed uno sguardo dolce…che dice tutto. Piantati sullo schermo. In primo piano. Tiziano Menichelli. E Francesco Favino. “Il maestro”. Diretto da Andrea Di Stefano. Terzo in classifica al box office, appena uscito.
Echi lontani della fine degli anni ottanta, molto ben ricostruiti, soprattutto musicalmente parlando, fanno da sfondo a questa vicenda di redenzione, di ribellione, di ricerca della felicità. Favino stesso, in un’intervista, ha dichiarato che questo film è arrivato “quando mi stavo chiedendo se ero ancora capace di fare questo mestiere e ne avevo ancora voglia”. E direi che Raul Gatti, è stato interpretato dall’attore in stato di grazia, visto che il personaggio in sostanza … è tutti noi. Viviamo in un’epoca in cui il magico mondo patinato dei social e mass media ci propone incessantemente il modello di una società massimizzante, dove il mantra della vita è vincere.
Vincere da tutti i punti di vista, colui che non lo fa, e questa connotazione ha mille sfaccettature… è un reietto della collettività. Si vince in primis con l’apparire. Il modello del nostro tempo è un essere perfetto, bello, levigato, assolutamente inserito una comunità dove il suo compito è trionfare…. Pensiamo alle scene magistrali di “The substance”, dove una magica Demi Moore interpreta efficacemente una lei in perenne guerra con il proprio aspetto, calata in una realtà che promuove la bellezza come unica e sola ragione di vita.
La metafora che accompagna questo road movie, così reale tanto da circondare emotivamente chi guarda, è che non sempre è la vittoria a guidare l’esistenza. Raul, tennista in disarmo dalle passate vittorie, è un uomo fragile, depresso, ben lontano dai modelli che lo circondano, sempre in alternanza fra esaltazione e fallimento…sempre in bilico. Un uomo che deve accettare un doppio fallimento, nella vita e nello sport. E le sue lacrime sono reali. Tangibili.
Felice è un ragazzino sensibile e dolce… che vive un sogno in realtà non suo. E agisce secondo dettami imposti, che soltanto per amore e affetto condivide. Una coppia straordinaria che fa ridere nella sua pungente ironia di talune situazioni e piangere sulle lezioni di vita che si susseguono come in un affresco. Un’estate anni 80 che non dimenticheremo facilmente. Emblema di essa… un sacchetto di gettoni telefonici. E una lotta senza confini con le padelle al posto delle racchette. Un film che appena uscito vorresti rivedere, perché senti di non averlo gustato abbastanza.
Il campo di tennis è l’allegoria della vita… attaccare, segnare i confini, osare senza paura e soprattutto sbagliare. Perché farlo ci rende umani, unici irripetibili e ci insegna che la vita non è tutto rose e fiori, ci insegna che le spine pungono, ma c’è sempre la possibilità di redenzione, di sollevarci dalle nostre insicurezze. Di sentirsi vivi. Anche senza trionfi e vanaglorie. “Il tennis è come la vita.. tu entri in campo da solo” Raul.












