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"Cedi la strada agli alberi", poesie dello sguardo per sguardi di vita

Il libro di Franco Arminio è un libro che sa di terra e di uomini, di amore, di vecchi paesi e di vecchi e basta. È un libro che parla di vita, come tutta la poesia io credo, e lo fa in un modo così semplice, diretto, tagliente, che incontrarlo può significare non riuscire più a lasciarlo e leggerlo d’un fiato.
DAL BLOG
Di Camilla Endrici - 08 febbraio 2017

Il mio comodino è un'instabile pila di libri, e in questo blog proverò a condividere alcune delle letture più belle che mi accompagnano.

Ci provo. Ho deciso di provarci anche se per certi versi so che è un rischio: parlerò di un libro di poesia. È un rischio per ragioni diverse: innanzitutto perché non l’ho mai fatto, e poi perché la poesia incute spesso un timore reverenziale, per cui certe persone non l’affrontano per paura di non “capirla”. A questo punto so che alcuni potrebbero aver già deciso di abbandonare la lettura di questo post; ma vi prego, restate. “Cedi la strada agli alberi” di Franco Arminio, appena uscito per Chiarelettere, è un libro che non deve incutere timore, anzi. È un libro che sa di terra e di uomini, di amore, di vecchi paesi e di vecchi e basta. È un libro che parla di vita, come tutta la poesia io credo, e lo fa in un modo così semplice, diretto, tagliente, che incontrarlo può significare non riuscire più a lasciarlo e leggerlo d’un fiato.

 

Ai timorosi, voglio regalare subito il conforto dello stesso Arminio, che ridimensiona la sua posizione di poeta e la svela in tutta la sua (umana) nudità: “Sono un poeta, non sono un uomo. (…) Nel dire che mi sento più poeta che uomo non faccio riferimento a una dote in più, semmai a qualcosa in meno. Il poeta non è un uomo più rifinito, ma una sorta di preuomo, una bozza, un tentativo non riuscito di accedere all’umano e alla realtà”. Ecco, spero con queste poche parole di aver convinto qualche lettore a rimanere. Poco più avanti, sempre nelle riflessioni in prosa dedicate alla “Poesia ai tempi della rete”, l’autore scrive: “Il poeta è quella creatura che non può stare in questo mondo ed è la persona che più ha bisogno delle cose del mondo”.

 

Io credo che sia proprio in questo spaesamento che nasce, in modo quasi paradossale, il profondo radicamento del poeta nelle cose, da cui scaturisce la sua poesia. E se forse è vero che questa lontananza/vicinanza dalla vita è un motore potente della poesia in generale, in Arminio questo scarto viene svelato e reso evidente; da qui, anche, la grande potenza dei suoi versi. “Quello che conta è capire che la giornata, / una giornata qualsiasi, è il tuo splendore. / Abbi cura di andare in giro, /non restare fermo come uno straccio/ sotto il ferro da stiro”.

 

Il radicamento nelle cose trova espressione nello sguardo (“il guardare è il mio riposo”), che è ora quello del viandante/paesologo, nella prima parte del libro, ora quello dell’amante, nella seconda. Il tema del guardare percorre tutto il libro ed è la chiave di lettura, una delle tante possibili, che ha catturato la mia attenzione. “E poi arriva uno sguardo, /un urlo in cui il mondo/ si scuce, ti guarda da dentro/ e non ti riconosce. Allora senti/ che non c’è accordo con nessuno. / Dunque: esci per incontrare un albero, / innamorati del mondo, ma non farne una storia, /un vanto".

 

Nei versi raccolti sotto il titolo “Brevità dell’amore”, lo sguardo che è collegamento al mondo si fa porta d’accesso all’altro, senza perdere mai la profonda concretezza del reale: “La fortuna di vedere/nei tuoi occhi/ l’umidità di certe albe/ la necessità di certi sguardi/con cui i cinghiali/ cercano la madre”. Ancora: “Ma se d’improvviso una sera/ ci guardassimo negli occhi/avremmo fatto buon uso, / un uso semplice e profondo/ di noi e del mondo”. Di nuovo, lo sguardo si fa ponte, occasione di un accesso possibile, diverso, alla realtà.

 

Il vedere che Arminio rende visibile, raccontandolo, è quello del poeta: un’attitudine contemplativa che non è mai fine a se stessa ma “porta a uno sfondamento, per sfondare la creazione e vedere cosa c’è dietro questa parata che chiamiamo vita”.

Eccola lì, allora, la forza di questa poesia che si aggrappa alle cose quasi fosse preghiera: qui lo sguardo è sempre uno sguardo che rompe, che squarcia, che “scuce” e, così facendo, rivela. Questa preghiera laica e umana, fatta di attenzione alle piccole cose, è un invito anche a noi lettori a fermarci a guardare con occhi nuovi e magari “concederci una vacanza intorno a un filo d’erba”. E il primo passo di questa vacanza è concedersi qualche ora per leggere il nuovo libro di Franco Arminio.

 

 

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