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"Cinque Inviti - Come la morte può insegnarci a vivere pienamente", il libro di Frank Ostaseski che dà senso anche al 'senso della vita'

E' davvero un libro per tutti: grazie alla lunga esperienza di chi lo ha scritto può essere approcciato dai neofiti della meditazione ma offrire continui spunti anche a chi da più tempo si interroga sull'impermanenza e l'interdipendenza di tutte le cose in chiave buddhista
DAL BLOG
Di Camilla Endrici - 01 settembre 2017

Il mio comodino è un'instabile pila di libri, e in questo blog proverò a condividere alcune delle letture più belle che mi accompagnano.

Con l'estate che volge al termine e le giornate che ogni giorno ci sottraggono un po' di luce, mi piace parlare di un libro che della fine per antonomasia ci racconta. E non certo per incupire gli animi, ma anzi per mostrarci come osservare la fine delle cose, il loro estinguersi, possa essere uno dei modi per cogliere i nuovi inizi

 

Sto parlando di "Cinque Inviti - Come la morte può insegnarci a vivere pienamente" di Frank Ostaseski (Mondadori), che tra l'altro è stato presentato a inizio giugno all'Hospice  di Mori.

 

Parlare di morte non è mai facile, men che meno pensarla, ma questo libro, che nasce dalla lunghissima esperienza di Ostaseski come accompagnatore spirituale buddhista nel fine vita, è in realtà un vero inno alla vita e alla sua quotidiana sacralità.

 

D'altra parte se è vero che ogni cosa ci aiuta ad illuminare il suo opposto, questo viaggio a fianco di Ostaseski nell'accompagnamento dei malati terminali è un'occasione preziosa per riflettere sul senso della vita. E uso volutamente questa espressione fatta, forse svuotata di senso per il troppo uso, perché credo che questo libro sia uno dei rari che le restituiscono pregnanza e, ironicamente, senso.

 

"L'uomo non viene distrutto dalla sofferenza; viene distrutto dalla sofferenza senza senso": fa bene Ostaseski a citare il grande psichiatra Victor Frankl, per tre anni internato ad Auschwitz e Dachau, che alla ricerca di un significato nella vita, anche in condizioni estreme, dedicò gran parte della sua ricerca.

 

E come non ricercare un senso, se lo si sa ascoltare, proprio là dove la morte lambisce l'esistenza? L'autore lo sa bene essendo stato, da insegnante di meditazione buddhista, tra i fondatori dello Zen Hospice Project, il primo Hospice buddhista degli Stati Uniti.

 

Attenzione: buddhista non significa per praticanti buddhisti, ma gestito da persone che fanno della pratica buddhista di presenza compassionevole il loro modo di stare al mondo, e che usano pratiche di meditazione e consapevolezza nella gestione del dolore, fisico e psichico.

 

Per questo "Cinque inviti" è davvero un libro per tutti: grazie alla lunga esperienza di chi lo ha scritto può essere approcciato dai neofiti della meditazione ma offrire continui spunti anche a chi da più tempo si interroga sull'impermanenza e l'interdipendenza di tutte le cose in chiave buddhista. Fino a questo punto, il libro potrebbe essere inserito nel novero dei tanti usciti negli ultimi anni per proporre a noi occidentali un avvicinamento alle pratiche di meditazione.

 

Ma credo che ci sia molto di più a renderlo diverso da tutti quelli su mindfulness, consapevolezza e pensiero positivo che affollano le nostre librerie: la saggezza che ci propone Ostaseski non si riduce solo a un supporto al "benessere" individuale. Tra le righe si respira soprattutto un grande invito alla relazione, all'apertura all'altro come vero e potente strumento di creazione di significato.

 

"Aiutare, aggiustare e servire sono tre modi diversi di vedere la vita. Quando aiutate, vedete la vita come qualcosa di debole; quando aggiustate, vedete la vita come qualcosa di rotto; quando servite, vedete la vita come un tutto unico. Aiutare e servire possono essere opere dell'egoismo,  ma il servizio è opera dell'anima." Questa frase pronunciata da un medico amico dell'autore è secondo me il cuore vero dell'insegnamento di Ostaseski.

 

E io sento di potermi fidare di un uomo che ha fatto della vicinanza a chi soffre il senso della sua vita, quando ci rivela che "quando gli individui si avvicinano alla morte, si pongono solo due domande: Sono stato amato? Ho amato bene?".

 

Forse allora è vero che in questa nostra epoca che ha fatto del benessere individuale il suo nuovo dio, il ritorno all'altro può essere un'autentica via per ritrovare un senso e, perché no, felicità.

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