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Simona Vinci e la sottile linea rossa fra malattia, pazzia e emarginazione

"La prima verità", vincitore del premio Campiello, è un libro che inchioda alla lettura e affronta le tematiche della malattia mentale e dei "diversi" con un linguaggio umano attraverso un virtuosismo fra durezza e lirismo
DAL BLOG
Di Camilla Endrici - 04 ottobre 2016

Il mio comodino è un'instabile pila di libri, e in questo blog proverò a condividere alcune delle letture più belle che mi accompagnano.

“Non potevo immaginare che dietro quella massa di capelli ramati c'era una di quella strane tristezze che non guariscono mai, che a volte per tantissimo tempo restano lì accucciate come cani quieti, poi scattano in avanti, con la bava alla bocca, si mettono a correre all'impazzata e si schiantano contro un muro, e lo fanno ancora, e ancora, finché contro il muro non rimane nient'altro che un pugno di sangue e un'ombra che scivola".

Sono immagini vivide, perforanti, quelle con cui Simona Vinci racconta la follia nel suo ultimo, intensissimo, romanzo. "La prima veritàha appena vinto il premio Campiello, ma non per questo ne voglio parlare.

 

È un libro che mi ha inchiodata alla lettura come solo i grandi romanzi hanno saputo fare. Questa struttura narrativa complessa, sapientemente costruita, è sostenuta da una scrittura potente, che fuoriesce dalle pagine per farsi immagine.

 

Non stupisce che in un’intervista la stessa Vinci abbia detto che per lei un libro è come un dipinto, che procede per scatti lirici.

 

Se questo è vero, questo libro è un’intera galleria d’arte, in cui le immagini si tratteggiano grazie a parole scelte con cura e accostate con raro lirismo.

 

È forse anche grazie a queste parole, che si fanno poesia, che si riesce (per chi ci riesce…) a sostenere la durezza feroce di certe pagine. Pagine vere, come vera è la storia da cui nasce il romanzo, quella dei reclusi nel manicomio-lager di Leros in Grecia.

 

Chiuso solo all’inizio degli anni ’90, in questo ospedale psichiatrico furono costretti tra gli anni ’60 e gli anni ’80 malati psichiatrici, orfani, prigionieri politici. “Diversi” di ogni specie, rinchiusi in questo luogo al confino per essere rimossi dalla vista e da una società per cui erano scomodi.

 

Dalla storia si passa, nelle ultime pagine del libro, al presente: c’è il manicomio di Budrio, paese natale della Vinci, con i suoi “mattucchini”,  ma c’è anche la scrittrice, che entra di soppiatto nel romanzo per rivelare i suoi momenti di angoscia che sono stati, forse, l’inizio della sua attrazione per il tema del disagio psichico.

 

Storia, cronaca, biografia, poesia: c’è tutto questo nel romanzo della Vinci, che è riuscita a restituire alla malattia mentale la sua forma più umana, grazie a uno sguardo attento, pieno di pietas ma mai giudicante.

 

Un libro che parla di “matti”, certo, ma che in termini più universali ci parla di separazione, di emarginazione, di esclusione; e anche se il contesto storico è completamente diverso, fa risuonare in ogni pagina il nostro presente

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