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"Mio, tuo, suo, loro": la maternità surrogata raccontata dalle madri che hanno fatto questa scelta

Mi sono avvicinata a questo libro incuriosita ma anche con molti pregiudizi. Pur da non cattolica anche io sono intrisa di una cultura in cui l'innaturalità della procreazione mi ha sempre reso scettica. Il libro di Serna Marchi permette di fare un passo avanti culturale tramite le storie raccontate
DAL BLOG
Di Camilla Endrici - 11 maggio 2017

Il mio comodino è un'instabile pila di libri, e in questo blog proverò a condividere alcune delle letture più belle che mi accompagnano.

"Sai quando ho deciso di diventare una surrogata? Tre anni fa, in chiesa. Dio ha deciso che io diventassi una surrogata e ha permesso che qualcuno inventasse la tecnica per farlo". Jennifer è californiana, ha 36 anni ed è incinta di due gemelli non suoi quando incontra Serena Marchi per raccontarle la sua storia. È solo una delle donne che la Marchi, scrittrice e giornalista, ha incontrato nel suo lungo viaggio tra le "donne che partoriscono per altri". Ho trovato il suo Mio, tuo, suo, loro (appena uscito per Fandango) un po' per caso, me l'ha messo in mano un'amica e ottima consigliera, ma mi ha subito incuriosito: ascoltare la voce in prima persona di chi vive esperienze così lontane dalla mia è una delle ragioni principali per cui mi nutro di letture.

 

Mi sono avvicinata a questo libro incuriosita ma anche con molti pregiudizi. Pur da non cattolica, devo ammettere che anche io sono intrisa di una cultura in cui l'innaturalità della procreazione con il cosiddetto "utero in affitto" (espressione triste e trita per definire la maternità surrogata, o surrogacy) mi ha sempre reso scettica rispetto a questa pratica. Ho dovuto ricredermi, e riconoscere tremendamente vera la citazione di Montaigne scritta sul retro di copertina: "Noi chiamiamo contro natura ciò che avviene contro la consuetudine". Leggere le storie di queste donne che, in diversi paesi del mondo, hanno scelto di essere "madri surrogate" mi ha instillato quantomeno il dubbio. E ritenendolo senz'altro più prezioso di qualunque certezza, devo solo ringraziare l'autrice, che ha percorso 3316 km in giro per il mondo per ascoltare queste donne e scriverne.

 

Certo sarebbe stato interessante avere anche la prospettiva dei figli della surrogacy o dei genitori effettivi, ma già questa prospettiva incentrata sulle madri è molto interessante e copre un buco delle nostre conoscenze sul tema. Se non altro perché il libro mette in luce quegli aspetti che nella nostra ignoranza forse trascuriamo, almeno per quello che riguarda la pratica della maternità surrogata nei paesi occidentali, dove le donne sono libere di sceglierla. Questi aspetti più nascosti, che Marchi con grazia e leggerezza riesce a far emergere, riguardano principalmente le motivazioni di queste donne: nelle storie raccontate qui, quasi sempre la scelta di essere madri per altri è dettata da un atto di grande generosità, spesso originato dall'aver vissuto da vicino l'esperienza dell'impossibilità di essere madri.

 

Che poi in certi paesi la pratica sia accompagnata da un corrispettivo in denaro, pare essere un elemento che passa in secondo piano (soprattutto se si tratta di paesi come gli Stati Uniti dove la maternità "naturale" non è comunque retribuita); da quasi tutte queste storie traspare una profonda umanità e un grande senso di condivisione di un destino comune tra donne, quasi un'antica sorellanza. Per questo non stupisce, dopo aver ascoltato le storie di Regina, Julia o Danielle, incontrare una voce come quella di Jennifer che, pur con 3 figli suoi da crescere da sola, si sente quasi chiamata da Dio a dare agli altri quello che naturalmente loro non possono avere.

 

Il libro non esplora i meandri molto più torbidi del vero e proprio business legato alla maternità surrogata in quei Paesi (come il Nepal, o la Thailandia) dove la questione ha effettivamente a che fare spesso con una negazione dei diritti delle donne. Ma la scelta di Serena Marchi di fare luce sulle storie di chi sceglie, con un gesto di libertà e innegabile emancipazione (spesso anche contro il volere del partner), di dare la vita per altri, credo sia comunque coraggiosa e molto apprezzabile. Da questo angolo di visuale, seppur parziale, le storie raccontate meritano di essere lette e conosciute, per arricchire il nostro sguardo su una questione tanto dibattuta ma in fondo così poco conosciuta. 

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