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| 08 mag 2025 | 18:50

A Trento ''vincono'' gli astenuti? Vero ma conta solo chi vota, spetta poi a chi è votato cercare di recuperare e capire perché i trentini sono sempre più distanti dalla politica

DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 08 maggio 2025

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Festeggiano nella sinistra-centro che ha sbancato Trento. Vittoria senza sorpresa: i bookmakers non l’avrebbero manco quotata. Festeggiano e ci mancherebbe. La festa di chi vince è sempre legittima. Poco importa che le elezioni modello “formalità”, quelle che hanno riconfermato il sindaco di Trento, somigliassero fin dall’inizio ad una partita impari. Tipo Real Madrid contro l’Ibis Sport Club. Per Wikipedia la prima è la squadra più forte del mondo mentre la seconda ha in bacheca da anni la Champion dei brocchi.

 

L’Ibis Club della politica, nel capoluogo provinciale, era la destra-centro: un festival della disunità e del cagnesco, dell’attitudine autolesionista. Era assente pure quella “cazzimma” che in una rara casistica pallonara supplisce gap e trasforma le schiappe in campionissimi. Talvolta sovverte i pronostici. Se ad un Merlino qualsiasi avessero chiesto di prevedere l’esito della contesa elettorale a Trento il chiaroveggente – se professionista onesto - avrebbe consigliato ai committenti di non buttare i soldi.

 

L’analisi del voto potrebbe anche finire qui. Non c’è, infatti, nulla di cui ragionare se non interrogarsi sul perché il destra – centro (che nella storia di Trento ha sempre contato meno del due di picche) sceglie a tavolino un suicidio politico fatto di sole grida manzoniane monotematiche (la sicurezza). Con proposte più latitanti che vaghe. Sì, lo si sa: suicidio è una parola grossa. Chi ne avesse una (di parola) che spieghi con maggiore eleganza la farsa tragicomica della discesa in campo ben oltre la zona Cesarini dell’ammirevole Goio (da applaudire per il coraggio) avrà i nostri più sentiti ringraziamenti. Così sarà anche per chi riuscirà a renderci meno increduli su quanti altri Patt-i scellerati con l’inconsistenza i sedicenti depositari dell’Autonomia doc riusciranno ancora a rabberciare. A forza di distinguersi da coalizioni che li aggradano solo fino a quando c’è qualche poltroncina da occupare finiranno col trasformarsi in pulviscolo. Accadrà, come è successo domenica scorsa, al momento della conta dei voti “veri”, non quelli barattati in un consiglio provinciale.

 

A Trento ha trionfato quindi chi magnificando oltre misura cinque anni di un governo proiettato piuttosto esageratamente in un immaginifico futuro di tunnel e funi si è potuto permettere una scampagnata. Altro che campagna elettorale.

Tuttavia un successo è un successo, anche quando viene doppiato un avversario senza corsa. Pronti ad ogni improperio (da destra e sinistra passando per il centro, che non sarebbe nemmeno una novità) – ci permettiamo di mettere in guardia sia i vincitori che i vinti. Come? Ricordando che stavolta hanno perso davvero tutti (civici compresi) se è vero – come è vero – che meno della metà della popolazione s’è recata alle urne.

 

Occhio che, però, che questo ragionamento non si presta a speculazioni di infimo profilo. Chi all’indomani della batosta teorizza che la vittoria del centro sinistra è farlocca perché Ianeselli si ritrova i voti del 25 per cento degli abitanti della città (la metà di quello che ha preso) blatera l’ultima delle scemenze. Raschia il fondo di un barile pieno di troppo ed inutile livore. Se si dovesse dar credito all’illegittimità di un voto monco di metà votanti, ai critici andrebbe rammentato con questo criterio chi ha fatto il 5 per cento ha in realtà il consenso di poco più de 2 per cento della popolazione (roba da non entrare nemmeno in consiglio comunale).

 

La democrazia elettorale non prevede la matematica “pro domo mea”. Le regole son quelle, per tutti, e i voti – quanti che siano - vanno rispettati. Danno a chi vince un diritto “pieno” a governare. Danno a chi perde il dovere di non cercare scuse. Detto questo il problema della diserzione del voto c’è (in modo eclatante) e chiama alla serietà, alla coscienza e all’onestà intellettuale. Inchioda sia la classe politica che oggi brinda sia quella che recrimina. Eccolo il punto: se il fare spallucce, il guardare altrove, il “non mi riguarda” di migliaia di elettori non sarà “da ieri” (non da domani, o dopodomani) la priorità di tutta la politica, beh saranno davvero ca…amari (per dirla in latino).

 

Chi non vota non è un eroe della protesta non poco nichilista, ma nemmeno può essere considerato un reprobo. Già provare a capire “chi è” il non votante, se lo fa per scelta, per reazione, per fastidio o solo perché ha altro a cui pensare sarebbe, per la politica, un notevole salto di qualità. Un ritorno alla realtà. Sì ma come tentare di capire (se c’è davvero voglia di capire?). Qui non si hanno ricette ma qualche convinzione sì. Ad esempio sarebbero forse utili l’umiltà e l’intelligenza di non buttare sempre la palla in qualche altro campo. Nelle ore di analisi post voto sulle Tv locali è capitato di dover annotare una trasversalità di giudizi (da destra e sinistra e viceversa) sul babao di un’antipolitica che senza fare differenze accusa chi fa politica di ogni nefandezza, del peggio del peggio, con pericoloso istinto demagogico.

 

Sarà, ma se la politica (tutta) non si sottrae per esempio al privilegio (vedasi solo l’offesa dei super stipendi e degli aumenti dei consiglieri provinciali), se non “rinuncia”, se non dà segnali di equità, se non si stappa occhi e orecchie, non se la può prendere se non con sé stessa. Idem se la politica sembra accorgersi dell’elettore solo poche settimane prima di un voto per poi tornare ad essere “altro” dentro circoli di autoreferenza, presunzione e spesso anche boria. E ancora, che dire (vanamente) della distanza sempre più ampia tra politica e ampissimi pezzi di società? Che dire delle agende politiche costruite troppo spesso sulla filosofia, sull’assenza di dubbio, piuttosto che sulla concretezza e di un onesto confronto tra posizioni che seppur giustamente diverse potrebbero – provando ad uscire dalle cristallizzazioni – trovare mediazioni utili alla comunità?

 

Che dire dell’assenza del coraggio del “cambiare idea” e del praticare la virtù di accettare le proposte buone da de qualsiasi parte esse arrivino? Che dire – ancora – delle mistificazioni come quelle che esaltano il decentramento come panacea ma riducono le circoscrizioni ad orpello burocratico e a fotocopia sbiadita del consiglio comunale? Che dire di una politica che abusa malamente dei social media e scappa dal sociale, che clicca e si fa i selfies illudendosi che così sia più facile o più “figo” comunicare? Che dire degli slogan e degli sfottò al posto dei ragionamenti, dell’eccesso di fideismo o, peggio, di mal sopportazione delle critiche, dell’incapacità di mettersi, di tanto in tanto, un po’ in discussione? Che dire, infine, dei “segnali” che mancano e che potrebbero resuscitare un minimo di fiducia? Se la festa elettorale il giorno dopo quattro “spaccate” di esercizi in un sobborgo si fosse trasformata – tanti per dire – in una presenza solidale della coalizione vincente ma anche dei perdenti col cervello davanti alle vetrine infrante qualche non votante maledirebbe - al vento - di meno.

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