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| 01 apr 2025 | 18:02

Altri soldi ai nostri politici e la distanza siderale con il mondo reale aumenta. Se questa è l'Autonomia: opporsi si poteva? Sì e ci si poteva anche dimettere

DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 01 aprile 2025

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Scandalizzarsi per aumenti stratosferici prima e per altrettanto stratosferici arretrati di stipendio dei consiglieri regionali? Cercare di frenare gastrite e conati per questi eroi (si fa per dire) di una pervicace Autonomia dall’equità, dal buongusto, dalla dignità? Incazzarsi, denunciare, protestare, maledire. E ancora, implorare rinunce, suggerire vie d’uscita (o toppe) indicando la strada della solidarietà? Tutto, va bene tutto. Tutto è lecito – anzi doveroso – se non fosse che ogni reazione appare un frustrante sfogatoio. Siamo prigionieri di un’impotenza (arrabbiata, certo, ma pur sempre impotenza) che cozza contro il muro del “partito unico” degli esosi. Sì, il partito unico del “batter cassa”: oltremisura. Oltre il buon senso.

 

Incassano i signori e le signore che stanno in consiglio regionale. I più – trasversalmente – tacciono e non vedono nulla di scandaloso in un privilegio che grida tutte le vendette possibili al cielo della giustizia sociale. Alcuni, pochi e tardivamente - s’arrampicano goffamente sugli specchi. Adducono spiegazioni perfino tragicomiche, perfino più irritanti dei silenzi di chi ha fatto propria l’equazione (assurda) tra elezione e compenso esagerato. Politica come servizio o come redditizio investimento? “Non li volevo, non è colpa mia, c’è una legge brutta e cattiva da me rifiutata (la legge, non i soldi però) che ingrassa il conto corrente anche a me che in politica andrei contro corrente”. Queste ad altre giustificazioni incollate alla meglio con lo sputo (e dunque senza tenuta alcuna) vengono dai sedicenti “sensibili” tra i consiglieri del Trentino e dell’Alto Adige. Promettono, costoro, di porre rimedio allo scempio dell’equità scegliendo autonomamente (anche un poco segretamente) un po’ di generosità. Ma non dicono né come né con chi, né, soprattutto, quanto saranno generosi. Non dicono se la loro generosità (certificata?) ha scadenza annuale o mensile. Non se sia una tantum dopo la legittima levata dui scudi popolare, sindacale, associativa.

 

La beneficenza si fa ma non si dice: eccolo il mantra dei pochi che a dirla tutta fanno perfino più impressione dei tanti colleghi consiglieri che se ne fottono senza porsi alcun problema di morale. Davvero dovremmo berci le rassicurazioni che emergono solo nel momento in cui le notizie di stipendi e arretrati da favola finiscono al centro dell’informazione e scatenano la pubblica condanna? No, non ce le beviamo. Non senza appropriata e puntuale documentazione. Non basta – anzi perfino offende – dire che si è contrari ad un privilegio economico che è molto più di un pugno in faccia a chi campa di precariato, di stipendi da fame, di fatiche, di studi e di competenze compensate meno della metà di quello che dovrebbero valere. Non basta ricordare di essersi opposti schiacciando il bottone di una votazione che ha imposto l’obbligo di esosità anche ai contrari. Non basta barricarsi dietro un penoso “ci abbiamo provato…ma la maggioranza…”.

 

Soprattutto a chi predica i valori della giustizia sociale e della lotta ai privilegi (mettiamo, ad esempio, il centro sinistra in Provincia/Regione) non dovrebbero essere permessi attendismi, né ridicoli equilibrismi. Non ci stai, davvero non ci stai? Allora – per esempio – bivacca per settimane dentro il consiglio provinciale, blocca i lavori, fai casino, pratica resistenza attiva o passiva, cerca una sintonia fatta di fatti e non di sole parole vuote con i tuoi elettori (ma anche con gli elettori degli altri che su questo argomento hanno la stessa bile). Fai tutto quel che puoi e devi per cambiare l’andazzo. Evita i bluff. Insomma, fai quel che ti pare ma facci capire che la tua opposizione allo schifo non è un rituale, una facciata, una presa per i fondelli, eccetera.

 

C’è differenza tra chi vota senza patema alcuno i propri emolumenti da nababbo (nella fattispecie la destra regionale, muta e felice alla cassa tranne rare e solitarie eccezioni) e chi si autoassolve ricordando un voto contrario ma poi incassa “per forza”? No, non c’è differenza perché il discrimine della moralità è impedire l’amoralità con ogni mezzo. Compreso – altro esempio – quello di dimettersi in massa se ci fosse bisogno di marcare clamorosamente differenze ideali sbandierate come mantra. Un privilegio senza giustizia e soprattutto senza seria giustificazione quali sono stipendi, bonus, arretrati eccetera dei consiglieri regionali (parliamo al momento di oltre 11 mila euro al mese più, appunto, botte di arretrati oggi da 20 e domani da 30 mila euro) chiama a responsabilità i partiti (tutti) e quella responsabilità dovrebbe escludere iniziative singole. Si sono sentite, invece, singole promesse (da verificare): rinunceremo, devolveremo.

 

Ma pur considerando la possibilità di una nostra carenza uditiva non si è registrata alcuna posizione di partito del tipo: “I nostri consiglieri non incasseranno, dateci forza per impedire che incassino anche gli altri”. Il silenzio, in politica, fa spesso rima con dimenticanza (che non fa rima, ma fa lo stesso). Come è sempre stato, si scorderà lo scandalo, oggi testimoniato dall’informazione che registra le reazioni esterrefatte. Ingiustizia in archivio almeno fino a qualche altro aumento o a qualche altra camionata di arretrati. Ovviamente di fronte a queste considerazioni chi si picca di saperla lunga sproloquierà le solite accuse di qualunquismo spicciolo e demagogia a palate. E come sempre queste accuse verranno dall’area progressista perché l’area politica opposta (e maggioritaria) tace a acconsente senza cruccio ad ogni aumento, ad ogni botta di fortuna in più su una busta paga sempre più gonfia.

 

Se così è – e pare purtroppo così – anche gli ultimi annunci di iniziative di legge per impedire in futuro altri scatti a più zeri e altri arretrati vergognosi (idea di Onda, favore del Pd) sembra solletico e non solletica. Il tema va oltre la rinuncia ad un “di più” immorale. Il tema è l’anormalità del “quanto” mensile, dei rimborsi forfettari, delle competenze aggiuntive legate alle cariche consigliari, eccetera. Un’anormalità fatta passare con la sicumera della retorica come “normalità”. Ma quale mole di sudore, di fatica, di sacrificio, di “lavoro” tra voti in aula, mozioni, interpellanze e “giri sul territorio”, può davvero giustificare stipendi da undicimila euro mensili per fare il “mestiere della politica” (di governo e di opposizione)? Con quale faccia si può perorare la causa (ormai, purtroppo, persa) dell’utilità della politica quando la politica fa sempre più i conti con il proprio portafoglio piuttosto che con il portafoglio di chi al supermercato trova impraticabili anche le offerte più stracciate?

 

Sarà illusorio e sarà ingenuo, ma qui si crede ancora e nonostante al valore degli esempi. Ebbene, uno stipendio esagerato e senza limiti di aumento è un esempio di distanza siderale tra politica e realtà. Con la realtà che – inevitabilmente – guarderà sempre più altrove e che se guarderà la politica la guarderà in cagnesco. Tutte cose già dette. Tutte cose già scritte. Tempo perso? Probabilmente sì visto che in una regione che oggi è in campagna elettorale per il rinnovo dei comuni queste quisquilie verranno dopo (se mai dovessero venire) ciclabili, funivie, montagne trasformate in groviera per i treni, voli pindarici e futuribili. E perfino tombini.

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