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Appello al Pd: Lega e 5 Stelle non sono uguali. La destra felpata mi fa paura

Temo i muri mentali. Li temo più di quelli fisici. Schifo gli imperativi, gli eccessi di sicurezza, la cancellazione di ogni dubbio che porta all’impero delle sicumere. Ma più di ogni cosa mi spaventa un deja vu che non vorrei mai rivivere. Mi spaventa chi sdogana l’intolleranza e produce intolleranza uguale e contraria. Ho vissuto un tempo gramo (gli anni settanta/ottanta), nel quale lo “scontro” – anche fisico – era l’unico metodo di confronto. C’è bisogno di riportare indietro le lancette e poi piangere se si perderà il controllo? Anche no
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 15 marzo 2018

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Il mantra? “Gli elettori ci hanno spedito all’opposizione, ora si arrangi chi ha vinto”. Gli elettori? Il Pd li declina al plurale. Generalizzando e sbagliando. Evitando, cioè, la fatica di capire. Il Pd immagina un plurale indistinto. E qui toppa: più di sempre. Gli elettori sono – semmai - una pluralità di singoli. Una pluralità di singoli istinti. Oggi sono - questo è certo - istinti scomodi. Sono istinti furbacchioni oppure, al contrario, onestamente disperati. Sono istinti speranzosi oppure, al contrario, illusi. Sono istinti docili e sono istinti feroci. Sono istinti confusi: tutto e il contrario di tutto. Ma sono istinti reali. Drammaticamente reali.

 

Un solo - definitivo – harakiri può fare un Pd umiliato nell’urna del 4 marzo. Umiliato ma non ancora “debullizzato”. Ma il bullo non è uno solo. Nel Pd che va in Tv il bullismo – quello sì – si declina spesso al plurale. Un pensiero unico, un copia-incolla. Oggi il Pd sta condannandosi – e ci condanna – ad un surplus di nichilistica presunzione: “L’hai voluta la bicicletta? Ora pedala”. Il Pd fa l’errore di scambiare l’urgenza dell’umiltà con l’emergenza di un’unità che è tutta interna al proprio microcosmo. Chi lo dirige si picca di parlare a nome di tutti. A nome di tutti gli elettori che hanno disintegrato Pd e satelliti. Tra i “tutti” c’è anche il sottoscritto. Ho votato Pd identificandomi con Tafazzi: quello che si martellava gli zebedei quando il trio Aldo, Giovanni e Giacomo sintetizzavano in un solo gesto tanto le analisi politiche quanto quelle sociali.

 

Non sono pentito. La fede interista mi ha insegnato – una vita di sofferenze calcistiche – che in fondo è terapeutico toccare il cielo con un dito per poi, inesorabilmente, franare. Scegliere di essere interisti a vita fa danno solo a sé stessi. Ma l’Italia di oggi non è calcio. Anche se in Italia troppi, davvero troppi, vivono di calci in faccia. L’Italia di oggi rischia di elevare al diapason lo spread dell’incultura. E questo spread devasterebbe la società molto più di quanto non la possa azzoppare lo spread economico. L’incultura non si combatte con l’ipocrisia del “tanto peggio, tanto meglio” o del “adesso provate gli altri, poi ne riparliamo”. Gli “altri” – i vincenti elettorali – non sono – purtroppo- un indistinto. Lega e Five Stars pari non sono. Con un po’ di cervello, con un po’ di umiltà le distinzioni si possono fare. Si devono fare.

 

Io credo – ad esempio – di avere molto chiaro il futuro di un’Italia salviniana. Non la odio perché non si odia chi vota per un vocabolario minimo di fronte alla Treccani di un intellettualismo che non abita la terra. Ma l’Italia salvinista la temo. Ho paura dell’egoismo. Aborro, (con tre erre), che una visione del mondo “ad escludendum”, possa aumentare fino a degenerare. Ho l’angoscia che la nostra storia più dolorosa possa essere ancora più manipolata, più strumentalmente revisionata, di quanto non si sia fin qui sentito. Temo i muri mentali. Li temo più di quelli fisici. Schifo gli imperativi, gli eccessi di sicurezza, la cancellazione di ogni dubbio che porta all’impero delle sicumere. Ma più di ogni cosa mi spaventa un deja vu che non vorrei mai rivivere. Mi spaventa chi sdogana l’intolleranza e produce intolleranza uguale e contraria. Ho vissuto un tempo gramo (gli anni settanta/ottanta), nel quale lo “scontro” – anche fisico – era l’unico metodo di confronto. C’è bisogno di riportare indietro le lancette e poi piangere se si perderà il controllo? Anche no.

 

Ho chiaro il futuro, prossimo, dell’Italia salviniana. Immagino che sotto il doppiopetto resterà la felpa. Non ho chiaro il futuro dell’Italia “dimaiana”. Non lo ho chiaro perché dei cinquestelle so e non so. Ma sono convinto – o forse semplicemente m’illudo – che anche i cinquestelle sappiano e non sappiano da che parte andare. Da che parte portarci. Se è vero che nella messe di voti pentastellati anche chi crede nei valori della sinistra e della democrazia ha cambiato simbolo senza smarrire l’essenza, il Pd potrebbe, dovrebbe, tenerne conto. Non dovrebbe fuggire sognando una rivincita da Calende greche. Nonostante Calenda. Il Pd dovrebbe, insomma provarci perché l’arrocco è l’arte dello sciocco.

 

Mi diranno, piccati, che con “quelli non c’è nulla da fare”. Rispondo, sereno, che “gli altri”, la destra felpata e quella che rigurgita, faranno. E faranno disastri. Non credo che il rancore reciproco debba per forza essere l’unica categoria politica. Non credo che sul lavoro, sull’economia, sulla salute, sull’istruzione e sulla cultura sia “eretica” ogni comunicazione tra Pd e Cinquestelle. Tra gli elettori del Pd e gli elettori dei Cinquestelle. Credo che ogni spiraglio vada colto. Per provare a farne un varco. Un varco di democrazia, di motivazione. Di partecipazione. Non è un problema di reddito di cittadinanza. Appena chiuse le urne i programmi e le promesse di tutti sbattono sulla realtà.

 

Ma qualcuno nel Pd ha davvero a cuore la necessità, la missione di garantire con la fatica e l’onestà della mediazione la cittadinanza dei valori? Il Pd ha a cuore davvero i diritti di giustizia, di equità, di parità tra i generi, di una convivenza non avvelenata e mistificata dalle ideologie? Se sì, per il Pd è l’ora di stanare. Non è l’ora di rintanarsi nella beatitudine beota del “chiamarsi fuori”. Certo, trattando il Pd sarà trattato male. Forse malissimo. Ma per il bene comune di quell’Italia che anche da penta stellata non vuol cambiare in peggio qualche schiaffo in più non sarà la fine del mondo.

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