Castelli stufo? Sarà, ma sul palco non si vedrà

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino
Tanto bulimico nella parola (con smorfia annessa perché sul palco conta anche il cosiddetto “linguaggio del corpo”) quanto anoressico nei titoli. Da “Sol” a “Stuf”, dunque. Rieccolo qui. Riecco, a quasi tre anni di distanza, Andrea Castelli. Nel febbraio 2023 al Sociale (nel senso del teatro ma, allargando il concetto, nel senso di una salutare socialità artistica) non ci fu un Sol posto libero. Dall’8 all’11 del mese corrente il più piccolo (e famigliare) Cuminetti non riuscirà a contenere l’abbondanza di stima, simpatia e affetto per un mattAttore che da “illo tempore” racconta e spesso fustiga un Trentino amato sì ma non al punto di farselo andar sempre bene.
“Stuf” allora per il nuovo monologo che promette morigerate confidenze su una carriera indubitabilmente lunga e indubitabilmente ricca. Se generalmente gli spettacoli si giudicano “dopo” – una volta visti e, volendo, meditati – con Castelli si può giocare d’anticipo. Si può immaginare, azzardare (beh, la conoscenza aiuta) e recensire “ex ante”. Cioè prima. Finirà in gloria – non serve alcuna capacità di preveggenza per sbilanciarsi. Finirà con un pubblico sorprendentemente intergenerazionale che si spellerà le mani per ringraziare Andrea Castelli. Ringraziarlo di che? Di aver recitato “sé stesso” senza la prosopopea dei recitanti. Castelli dirà quel che in tanti pensano senza trovare la chiave per dirlo e senza cadere nei tranelli della troppa seriosità, di un irritante “adesso ve lo spiego io”, eccetera.
Decenni e decenni di teatro che ha scelto di non crogiolarsi nella faciloneria furbesca della battuta volgare, pruriginosa o ammiccante, possono dare sostanza ad un diario che trasborda di storie, situazioni alterne, comicissime casualità, incontri e scontri, personaggi che forse loro malgrado diventano interpreti. E ancora, entusiasmi e fastidi, adrenalina e stanchezza spossante.
“Stuf” sarà un sunto – altro non potrebbe – con al centro non un protagonista (non Castelli, il che sarebbe troppo facile e troppo scontato) ma un mondo di protagonisti inconsapevoli. Il mondo, i mondi, che Andrea Castelli ha frequentato navigando tra il faceto ed il serissimo artistico, provando a governare in ogni mare il timone più difficile da guidare. E cioè il timone di una semplicità che è l’opposto della semplicioneria. Semplicità forgiata nello studio e nelle sfide da polsi tremanti: il passaggio dal dialetto all’italiano, dal “fai da te” al “fai quello che ti impone una regia che ti pretende diverso da quello che il pubblico si aspetta”.
Semplicità (il frutto di un lavoro su sé stessi e con gli altri) come guida irrinunciabile di una prosa che non si mette in posa, che non si coccola l’ombelico. Semplicità di quel controluce che è la forza – da sempre ma forse oggi di più -. di un attore/autore che pur zuccherando le sue critiche, a volte perfino le sue denunce, non le edulcora nella banalità “battutara”. Al contrario, le amplifica senza forzare, con l’efficacia magica della leggerezza.
Di cosa si può essere stufi oggi? Perché Castelli è “stuf”? Beh, sto pianeta che viaggia iperbolicamente verso l’autodistruzione imbarazza chi cerca spunti: ce ne sono troppi. E troppo brutti. È quindi meglio non aspettarsi filippiche (seppur comiche) sui “massimi sistemi” che ogni giorno di più ci convincono che non c’è limite al peggio.
Ci si può e ci si deve invece aspettare che Castelli affondi i suoi colpi, i colpi dell’ironia ma ancor più dell’autoironia, su quel che ancora, forse, si può rimediare. Ad esempio la sua crociata (amaramente disillusa ma per fortuna abbastanza diffusa) contro l’ipocrisia, le piccolezze di chi si crede grande senza dote, arte o parte. Ad esempio la bocciatura solenne del buonismo un tanto al chilo. Ad esempio le magagne di un Trentino senza la T maiuscola perché la sua storia nobile di fatica e umiltà l’ha immolata sull’altare degli affarismi, del gigantismo (le grandi, grandissime, opere) del non guardarsi indietro senza saper guardare avanti. Oppure di un’Autonomia che se un tempo fu fortuna per molti ora è sempre più privilegio per pochi. Pochi “votati” sì, ma allo stipendio.
A questo punto qualcuno, leggendo, penserà “Orca, Castelli non farà mica il tribuno?” No, è certo che non ci cascherà: non è la sua indole. Ma a volte basta poco. A Castelli, da solo su un palco, basta un niente. Gli basterà accennare a quel teatro che, in Trentino, aveva una colonna piazzata in mezzo al palco: esempio di tante architetture culturali architettate da una ricca e sperperante insipienza. Oppure a quegli innominati assessori alla cultura che in un teatro non hanno mai messo piede ma che se la tirano come se fossero l’incarnazione di Strehler. E ancora al traffico che in uno sputo di provincia pare peggio di quello di New York senza che nessuno, nelle istituzioni, faccia una piega. E così via: ripercorrendo e ripercorrendosi, Castelli apparirà stufo di molto, ma non di un lavoro che nonostante tutto ancora lo ripaga. E ripaga il suo pubblico.
Eh sì, perché se per la Treccani la definizione di “stufo” (stuf in dialetto) è “stanco, annoiato, senza più voglia di resistere”, lo “Stuf” di Castelli è probabilmente un messaggio al contrario: quello di cui è stufo lo inquieta ma in fondo lo diverte, gli dà pane per dialogare e misurarsi con il pubblico, lo sprona a non “stufarsi” di riderci su anche se spesso viene da piangere.
E poi – chiudendo – occhio a non equivocare: è impossibile, improponibile, “stufarsi” di un pubblico che s’è spanciato quando c’era da ridere e s’è commosso quando – tra Cermis ed il padre di Mara Cagol – c’era molto di cui commuoversi. E se da un attore il pubblico riesce ad accettare di essere spiazzato, se abbandona l’idea penalizzante del “cliché”, l’attore è in debito. Un debito perenne, che non si estingue mai.
Può essere, allora, che dopo questo “Stuf” Castelli – ligio all’anoressia dei titoli, metta in scena “Strach” (stanco). Con gli anni che passano sarebbe possibile, quasi preventivabile.
Ma anche lì si può probabilmente andare sul sicuro. Stanco o no continuerà nella sua carrellata di personaggi “veri” (anche di veri vizi) ma talmente strambi da diventare unici. Li accennerà, li disegnerà con qualche tratto accentuato, ma – come sempre – lui li rispetterà senza deformarli. Lasciando semmai allo spettatore la scelta se infierire o meno.
“Sol”, “Stuf” e semmai anche “Strach”. Può sembrare la trama di una tragedia. Ma niente paura, è la commedia. E la commedia, se fatta con onestà, è forse l’unica arma che ci è rimasta. Finalmente incruenta. Certamente salvifica.












