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Coronavirus, per la multa al pizzaiolo che portava cibo in ospedale c'è il crowdfunding lanciato da un sanitario. Ma quel che conta è riaffermare il buon senso

Nel mio articolo sulla vicenda del pizzaiolo chiedevo nulla più che il buon senso. Molti di coloro che hanno commentato sui “social” si sono detti d’accordo. Qualcuno ha rincarato con giudizi generalizzanti e sbagliati sulla categoria dei tutori dell’ordine. Qualcun altro è andato oltre la decenza nel considerare l’iniziativa solidale di un ristoratore un’operazione di marketing. Ecco perché è sempre importante leggere l'articolo e non fermarsi al titolo
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 13 aprile 2020

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Calma, un momento, ragioniamo. Fa piacere leggere un bel numero di commenti ad un proprio articolo. Fa meno piacere avere la conferma che troppo spesso ci si ferma al titolo o ad una frase per dare libero sfogo a considerazioni che “nulla hanno a che fare”. Due giorni fa ho raccontato e ragionato sulla vicenda spiacevole della multa comminata ad un pizzaiolo (QUI IL VIDEO) che aveva deciso di donare le sue pizze all’ospedale Santa Chiara, in segno di gratitudine al personale sanitario. Multa – piuttosto salata – ricevuta sulla via del ritorno alla pizzeria, dopo la consegna.

 

Multa motivata dal fatto che il titolare della pizzeria era accompagnato in auto da un dipendente, lo stesso che lavora con lui al forno per le “pizze a domicilio” che nessun decreto al momento vieta. Sfido qualsiasi lettore - attento o disattento che sia – a trovare nell’articolo un qualsiasi critica generalizzata alla polizia municipale di Trento. Ho sempre e solo cercato di sottolineare la necessità di usare il buon senso di fronte a casi particolari di “infrazione” alle norme. Buon senso non significa cedimento, lassismo o peggio favoritismo. Significa valutazione corretta e sensibile delle situazioni. E la solidarietà parrebbe una situazione che merita una certa considerazione. Ma vale la pena di ripetersi: nessuna mancanza di rispetto, nessuna volontà di mettere in cattiva luce i vigili o altre forze dell’ordine che stanno svolgendo un compito di controllo e prevenzione per il quale vanno sostenuti e ringraziati.

 

Ma è proprio questo il punto. Sostegno e ringraziamento si rafforzano se c’è una gestione ponderata e razionale – vorrei dire sensibile se il termine non fosse spesso abusato – dei compiti di vigilanza e anche di legittima coercizione. La rigidità è condivisa quando colpisce chi “sgarra” per furbizia o menefreghismo rispetto all’obbligo di sicurezza propria e altrui. La rigidità mina la credibilità e il riconoscimento collettivo di un ruolo quando cede alla miopia burocratica, quando non distingue caso da caso. È così che si cade nella contraddizione di sanzionare chi fa solidarietà. O di sanzionare chi torna a casa dopo il lavoro da psicologa che non solo è permesso ma sta diventando una pratica indispensabile di salute mentale in un momento di generale smarrimento da reclusione mai provata e mai immaginata. O di sanzionare un’infermiera che dopo una giornata di trincea decide di lavare e sanificare la sua automobile.

 

Nel mio articolo alla vicenda del pizzaiolo chiedevo nulla più che il buon senso. Molti di coloro che hanno commentato sui “social” si sono detti d’accordo. Qualcuno ha rincarato con giudizi generalizzanti e sbagliati sulla categoria dei tutori dell’ordine. Qualcun altro è andato oltre. È andato oltre la decenza nel considerare l’iniziativa solidale di un ristoratore un’operazione di marketing. Quasi che la multa fosse stata cercata per dare più forza alla pubblicità. Ma va così. I social non si governano. Nel mio articolo, poi, provocavo. O forse no. Chiudevo suggerendo non solo al sindaco ma anche a tutta la sua giunta di pagare loro quella multa. Perché? Semplice. Perché quando si predica l’utilità del buon senso in situazioni drammatiche e potenzialmente esplosive come quella che stiamo vivendo/subendo, è giusto essere conseguenti e coraggiosi. E' giusto dare segnali.

 

Dal predicare buon senso il sindaco Andreatta non si sottrae. Né in pubblico, quando parla alla sua comunità ai microfoni e al telefono. Né in privato. Un privato che – lo confesso – a volte mi coinvolge. Nell’amministrare i segni contano. Anche quelli inusuali. Ecco perché la proposta di saldare la multa con una presa d’atto collettiva – sindaco e giunta – che gli errori sono errori anche quando i codici e le norme non li considerano errori. Che il sindaco e la giunta mettano mano al portafoglio in realtà mi importa poco. E credo importi poco anche al pizzaiolo. Che sindaco e giunta si facciano sentire, che assicurino per quel che è di loro competenza – (la moral suasion) – una gestione di buon senso della parte più ostica e delicata tra le tante incombenze dell’emergenza, beh quello mi importa.

 

Importa perché il “distacco sociale” non può e non deve diventare – specie ora - distacco dalle istituzioni. Ma le istituzioni devono oggi più che mai essere vicine in efficienza, coraggio, innovazione. E perché no, irritualità: compresa l’irritualità di ammettere errori. Questo importa il sottoscritto e Il Dolomiti. Tutto qui. Senza fare battaglie campali e soprattutto senza pregiudizi. Quanto alla multa, la cronaca ci inietta una fiducia della quale non c’erano per altro dubbi. Un operatore socio sanitario che lavora in un pronto soccorso – Loris Campestrin – ieri ci ha fatto sapere di avere avviato una raccolta di fondi per finanziare il pagamento .

 

“Devo dire – scrive - che mai come oggi abbiamo goduto della solidarietà e della vicinanza di tutta la popolazione e mi sembrava giusto ricambiare il gesto di gentilezza lanciando una raccolta fondi a sostegno della pizzeria Albert , i fondi raccolti serviranno a finanziare il pagamento della multa ,se si raccoglieranno più fondi verranno donati in beneficenza”. Qualcuno ha già accolto la proposta, versando cifre sul conto e arrivando in poche ore a ben oltre 100 euro (QUI IL LINK PER CONTRIBUIRE). Iniziativa encomiabile.

 

Ma insisto. Il tema – davvero - non è il “chi paga”. Il tema è non sbattere la porta in faccia al buon senso. Perché solo il buon senso – il nostro ma anche quello di chi amministra l’emergenza – può aiutarci a sopportare.

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