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Il Pd riparte (finalmente) dai circoli. Da San Giuseppe l'appello: basta con la presunzione

Lo si è capito lunedì sera in un’assemblea ad inedito tasso di partecipazione. Alla circoscrizione del rione di San Giuseppe. Erano in tanti. Erano in tanti con una ritrovata voglia di un “dire”. Un dire umorale più che un dire razionale. Il voto è stato un’umiliazione. Ma il voto è stato anche un’occasione per rendersi conto di una distanza ormai siderale
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Di Carmine Ragozzino - 21 marzo 2018

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

TRENTO. "Abbiamo un problema che si chiama Renzi". "Manca il vivaio". "Ma qui in Trentino c’era davvero una segreteria? C’era un segretario?". "Riportiamo il partito con i piedi per terra, ascoltiamo chi non ci vota". "La difesa dell’autonomia non si può fare senza autocritica". "Serve capacità di comprendere le ragioni altrui". "Il problema è non vedere i problemi: scuola, sanità, case di riposo eccetera". "Abbiamo accettato acriticamente la globalizzazione, prima gli italiani non è uno scandalo". "L’orgoglio è pericoloso, l’umiltà è salvifica. Parliamo con i Cinque Stelle". "Troppo dibattito ma pragmatismo zero". "Loro offrivano sogni, noi tecnicismi". "Con le nostre forme di partecipazione burocratiche e farraginose non andiamo da nessuna parte".

 

Voci dal Pd. Dalla base del Partito Democratico. Voci che richiamano un vocione. "E lasciami gridare. E lasciami sfogare. Io non posso stare seduto in disparte, né arte né parte. Non sono capace di stare a guardare. Ricominciamo". Adriano Pappalardo – qui riveduto e strumentalmente corretto - violentava le corde sue vocali e l’udito del pubblico per urlare sgraziatamente, (e anche un po’ disgraziatamente) la sua speranza d’amore. La “base” del Pd – militanti e simpatizzanti - ha un’anagrafe sempre più artritica. Ancora non è facile capire se per istinto di conservazione o per sussulto di vitalità, ma pare abbia davvero voglia di “ricominciare”. Urgenza di ricominciare.

 

Lo si è capito lunedì sera in un’assemblea ad inedito tasso di partecipazione. Alla circoscrizione del rione di San Giuseppe. Erano in tanti. Erano in tanti con una ritrovata voglia di un “dire”. Un dire umorale più che un dire razionale. Ma non ci si poteva e non si doveva aspettarsi altro. Un dire accusatorio se guarda al governo. Quello del Paese? Macché, quello del partito: nazionale e locale. Chissà se il “dire” anticiperà anche un “fare” . Un “fare” meno anonimo e meno presuntuoso di quello che ha portato a “disfare”. Ma cosa fare? A chi “far fare”? E, soprattutto, “come fare?” Boh. Il passaggio dallo sfogatoio - la stura di un malessere a lungo covato - all’azione, (alla ricostruzione), obbliga ad un’energia e ad un bagno di umiltà. Ma se l’energia – ce lo insegna la scienza – è rinnovabile, l’umiltà non si può produrre per decreto o norma di statuto dopo una prolungata abitudine al sentirsi “superiori”.

 

Eccola l’incognita: l’incognita delle incognite. Per troppo tempo il Pd – inteso più come organigramma e forse solo un po’ meno come popolo - ha fatto dell’autoreferenza l’unica strategia politica. O almeno l’unica “visibile”. Il 4 marzo, il giorno della batosta, ha presentato un conto che era prevedibile. Ma il 4 marzo potrebbe avere iniziato a mettere all’angolo la presunzione. A sentire quel che s’è sentito in una maratona di sfoghi “senza cariche” intriga una sensazione. E’ la sensazione di un salutare realismo. Un realismo che arriva tardi, Ma che arriva. Forse. Si spera. Se un cambiamento culturale dentro il Pd non si affermerà presto – se non sarà presto concreto, coraggioso e trasparente – all’uppercut penta-leghista che il 4 marzo ha tramortito un centrosinistra, (“suonato” più di Rocky), seguirà, inesorabile, il definitivo ko alle provinciali.

 

E’ stata un'inevitabile coacervo di sentimenti non più celabili, di rabbia per troppe aspettative frustrate, l’affollata assemblea del Pd. Potrebbe essere stata anche un confortante punto di partenza, forse perfino di ripartenza. Qualcosa potrebbe cambiare in meglio se il diffuso appello all’umiltà venuto da molti interventi imporrà a chi ha rappresentato il Pd nelle istituzioni nazionali e locali di smetterla di rappresentare solo le proprie ambizioni, atteggiandosi a depositario di verità che la realtà rende tanto fragili quanto inconsistenti. Drammaticamente respingenti. Il voto – questo s’è intuito azzardando un’ardua sintesi delle tre ore di parole che mescolavano tristezza, qualche rancore ma anche parecchio orgoglio - non è stato una sorpresa. O meglio, lo è stato solo nella dimensione della sconfitta.

 

Il voto è stato un’umiliazione. Ma il voto è stato anche un’occasione – amara, amarissima – per rendersi conto di una distanza ormai siderale. E’ la distanza tra il “sentire” della comunità e l’ìnterpretazione che di questo “sentire” ha fatto il Pd. Il centrosinistra. La politica, quella di sinistra s’intende, si rintana troppo spesso in una superiorità intellettuale che si infastidisce di fronte alle approssimazioni, all’analfabetismo, alla scarsa profondità e alla volgarità con cui le vengono sbattuti in faccia problemi. Non sono problemi che riguardano “il mondo” . Sono problemi che riempiono spazi per nulla planetari: spazi di periferia, spazi di città, spazi di lavoro, spazi di convivenza. Al quotidiano, a quel malessere quotidiano, la sinistra reagisce indicando il mondo. Un mondo di numeri e di statistiche.

 

Ma il mondo di chi cerca semplicemente di campare con un po’ meno angosce è un mondo minimo. Il quotidiano di un presente che muta più velocemente di quanto lo si possa analizzare è una domanda di serenità. La richiesta di serenità obbliga a frequentazioni scomode delle quali il Pd ha da troppo tempo smarrito o ignorato gli indirizzi. Frequentare chi ha un figlio che studia per niente ed è costretto a lavorare – quando lavora – per quasi niente. Frequentare chi vede un appartamento svaligiato e non abbocca alle rassicurazioni di chi indica i reati in calo. Frequentare chi non odia gli immigrati ma non accetta di vederli ciondolare. Frequentare chi sa che l’Autonomia è un privilegio ma dell’Autonomia s’è stancato di sopportare i privilegi di chi vince concorsi pilotati e fa la spesa in orario di lavoro.

 

Frequentare i ragazzi che vogliono vivere la loro età di sogni e di speranze ad alta voce ma che non trovano nessuno disposto a dare loro voce. Davvero. Frequentare una società che a sinistra s’è stroppo spesso liquidata come “imbarazzante” o “ingrata” per provare a proporle una direzione valoriale. Ma di valori “aggiornati” dallo sforzo di leggere la realtà per quello che è e non per quello che si vorrebbe che fosse. Valori da tradurre in visioni e progetti che non siano più avvelenati dai dogmi dell’ideologia. Cambiare, insomma. Ma cambiare mentalità provando a fare entrare nel Pd chi pratica più dubbi che certezze, chi è disposto più a prendere lezioni che a darle dall’alto di uno scranno, di un posto in segreteria, di un post su Facebook che non costa nulla e nulla produce.

 

Stavolta non c’è modo di scherzare. Se il Pd si guarderà solo “dentro” – organigramma, posti, ambizioni e rivincite - sarà il solito Pd. Se guarderà fuori potrebbe essere un’altra storia. Ma va scritta da subito. Il più collettivamente possibile.

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