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Il Pd Trentino ha sempre predicato a distanza. Urge la rivoluzione ma non degli assetti di partito

Il giorno in cui i politici e gli amministratori di sinistra si metteranno al servizio piuttosto che “alla guida” delle energie e delle competenze di chi non ha altri interessi se non quello di far valere le proprie energie e le proprie competenze, beh allora forse qualcosa cambierà
Dal blog di Carmine Ragozzino - 08 marzo 2018 - 16:18

Riflettere. Rifondare. Ripartire. Riaggregare. Quanti bei propositi iniziano per R. Nel Pd trentino il Recupero, (altra R, altra speranza), è un’urgenza che impone di partire da un’altra lettera dell’alfabeto politico: la U di umiltà. Senza umiltà ogni ipotesi di Rilancio, (e ci risiamo con le lettere), del Pd e del centrosinistra naufragherà nel mare dei personalismi che in questi anni hanno prodotto cariche e anonimato. L’anonimato dei progetti. L’anonimato degli ideali. L’anonimato dei valori. Azzerare? Aprire porte e finestre al “nuovo”? Ad ogni batosta si reagisce così: promettendo innovAzione. Si immagina una Rivoluzione, (altra R, altro regalo) ma ci si ingegna quasi sempre per rivoluzionare gli assetti di partito.

 

Qualcuno disse che la Rivoluzione non è un pranzo di gala. La Rivoluzione in un partito batostato non è impossibile. Ma se il tavolo del pranzo di cui sopra si apparecchierà con le Rivincite, (e daje con sta R), dell’uno sull’altro trionferà solo – e di nuovo – la rivoluzione dell’ipocrisia. Umiltà dunque. Umiltà che non è farsi da parte e soprattutto chiedere che qualcuno si faccia da parte, (cercare un capro espiatorio è lo sport più praticato a sinistra). Umiltà è imparare a fare la propria parte con meno sicumera e con la virtù rara del dubbio. L’umiltà a sinistra è smetterla di considerarsi depositari di verità che si crogiolano in un microcosmo, (per altro sempre più ristretto), ignorando il cosmo. Sottovalutando, cioè, la società degli umori: contraddittori fin che si vuole ma drammaticamente reali.

 

L’aria che tira – un’aria di “vaffa” a tutto e tutti che non è certo solo pentastellata – non permette di rifugiarsi nell’area protetta dei militanti, (o meglio, dei milipochi) che ha fin qui gratificato l’ego di sinistra. Se “Chi l’ha visto” non fosse programma di “nera” avrebbe certo un bell’impegno a scovare i desparecidos di sinistra. Desparecidos, ad esempio, laddove i giovani bevono spritz ma non sprizzano alcuna gioia per un quotidiano e per un futuro precario. Se “Chi l’ha visto” registrasse il malessere di una città e di una periferia dove il senso di insicurezza è diventato senso comune troverebbe un leghista, ultimamente anche un fascista. Sempre fisicamente presenti e sempre pronti ad accendere fuochi. Se c’è, il “democratico” c’è solo con la mente. Lui fa il pompiere a distanza. A distanza predica serietà, onestà intellettuale, realismo. Non ci mette la faccia. Semmai – grande, gradissimo sforzo - alimenta il suo “profilo social” di indignazione contro chi strumentalizza problemi veri o presunti. Dice “percezione” dei problemi e li lascia lì, tali e quali. Il “becero” è sul campo? Il “saggio” è in perenne fuorigioco.

 

Di esempi come questo se ne potrebbero fare a iosa. Purtroppo. Il Pd, la sinistra, il centrosinistra deve cambiare. C’è chi vorrebbe affidare il cambiamento all’anagrafe: ma intelligenza e scemenza non sono legati all’età. C’è chi rincorre un redde rationem in cui i gelosi e i rancorosi potranno finalmente ingolosirsi con nuove ed insperate porzioni di protagonismo. Eppure cambiare politica oggi è paradossalmente meno ostico, seppur più oneroso, di quel che si può immaginare. Si può cambiare politica tornando a “fare politica”. Frequentare i luoghi in cui la politica è un improperio generalizzato o un’imbarazzata richiesta di aiuto. Fare politica è sporcarsi le mani, accettare gli sputi, (non sempre metaforici), di chi sa che la sanità trentina funziona più che altrove ma che non meno che altrove deve mettere mano al portafoglio per curarsi “in tempo utile”.

 

Fare politica – a sinistra, perché della destra non mi importa – è non pensarsi e non atteggiarsi a tuttologi. Il giorno in cui i politici e gli amministratori di sinistra si metteranno al servizio piuttosto che “alla guida” delle energie e delle competenze di chi non ha altri interessi se non quello di far valere le proprie energie e le proprie competenze, beh allora forse qualcosa cambierà. In meglio. A chi ha qualcosa da dire perché lo dimostra ogni giorno nel suo lavoro la sinistra troppo spesso promette di aprire le porte. Poi non lo fa. E quando lo fa – qualche volta accade – scatta la sindrome: “E se poi questo ci prende gusto? E se diventa una minaccia alla mia poltrona?”. Beh, avanti di questo passo da gambero i tuttologi che stanno in politica saranno sempre più alieni e chi potrebbe aiutarli a tornare sulla terra si terrà sempre più alla larga.

 

Al Trentino, alla sinistra del Trentino, urge l’umiltà di avviare un processo onesto di coinvolgimento e di Ritrovata, (arieccola la R) fiducia. Si può – si deve – dar vita a delle Agorà dei senza tessera e senza padrini. Senza tessera ma bravi a tessere qualche prospettiva. Servono Agorà tematiche – visibili, trasparenti - dove chi vuole spendersi possa confrontarsi e lavorare alla costruzione di una “visione” del Trentino: l’ambiente, le convivenze, l’urbanistica, il welfare, la cultura eccetera. Governare il giorno per giorno non è facile ma nemmeno è un’impresa così difficile. Governare l’oggi immaginando come cambieranno il domani e il dopodomani è altra cosa. Serve studiare certo. Ma la consulenza più utile è quella garantisce una “frequentazione sociale” non episodica, non casuale, non strumentale. Un gazebo elettorale dopo anni di assenza è una presa per il culo.

 

La sinistra è senza antenne da molto, ma molto, prima del 5 marzo. Lenin – (che non è un esempio, si badi) - diceva “Che fare?”. Il sottoscritto – (che non vuol dare alcun esempio, si badi), dice solo “Fare”. Ma “fare” smettendola una buona volta di sentirsi “superiori” culturalmente, moralmente, ideologicamente. “Fare” smettendola di minimizzare. Smettendola di parlare d’altro – sfuggendo alla fatica del confronto - di fronte a chi parla di qualcosa anche quando straparla. Anche quando bisticcia con la grammatica. Anche quando esagera.

 

Banalità? Può essere. Ma se in Piazza Dante o in Santa Maria non ci fossero stati per anni solo i leghisti ad aizzare chi ha legittimo diritto alla serenità magari gli slogan razzismo-non razzismo, accoglienza-non accoglienza avrebbero lasciato il posto ad un po’ più di profondità. Ad un contraddittorio serio. E chissà, magari anche a qualche soluzione coraggiosa, laica, meno approssimativa e rattoppata da teorie asettiche e stantie. La politica ha disperato bisogno di profondità. Ha bisogno di non stare seduta solo su uno scranno istituzionale. Se il Pd (e il centrosinistra autonomista) non se ne renderà conto in fretta il conto che i trentini presenteranno tra pochi mesi sarà ancora più duro del salasso del 5 marzo.

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