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Macbeth, quando il rimorso è in bella Compagnia

Alla terza prova con tre registi diversi la "Regionale" di prosa voluta da Santa Chiara, Stabile e Coordinamento mette in scena uno Shakespeare di grande impatto e coinvolgimento grazie alla direzione di Serena Sinigaglia che chiede e ottiene dai bravissimi attori il massimo della comunicazione non solo verbale. Il progetto della Compagnia si dimostra maturo e vincente
Dal blog di Carmine Ragozzino - 31 ottobre 2018 - 13:42

Buona la prima? È stato così con “La cucina”, l’affollato caravanserraglio di talenti formati o in formazione con il quale Marco Bernardi diede corpo alla scommessa della Compagnia di prosa a targa regionale, frutto della sinergia tra Centro Santa Chiara, Stabile di Bolzano e Coordinamento teatrale trentino.

 

 Buona la seconda? Sì, grazie alla divertita scrittura di Fausto Paravidino. Con lui – (alla nuova tappa di un progetto nato triennale e speriamo che duri )– la Compagnia fece trascorrere senza traumatizzare le tre ore e spiccioli di ricerca del “Senso della vita di Emma”.

 

 Buona la terza? Buonissima. Il Macbeth che martedì ha debuttato al Cuminetti è qualità allo stato puro per via di una regia che fa del palcoscenico una macchina emozionale portentosa.

 

 Serena Sinigaglia è serena di nome ma probabilmente non lo è stata di fatto nel dover approcciare l’ostica scrittura del Bardo, la monumentale lungimiranza di Shakespeare.

La tragedia – perché Macbeth è tragedia medioevale al cubo – è spesso un rischio. Il rischio di cristallizzare i personaggi nel loro clichè di cattivi o di buoni, il pericolo di non cogliere il chiaroscuro che sta in ogni carattere. La tragedia fatta solo di bianco e di nero, la tragedia che ignora le sfumature, può essere una fregatura se la trama prevale sulle storie, se l’attenzione inciampa sul didascalico per timore di maltrattare un classico.

 

 Ma  Shakespeare – (e forse ne sarebbe contento) – è un formidabile strumento, un magnifico espediente. Riproporlo è ricomporlo.  La ricomposizione di Macbeth operata dalla Sinigaglia e dal suo team affiatato di collaboratori è un caleidoscopio nel quale l’attore è certo parte principale ma non è mai l’unica parte.

 

  Quello della Sinigaglia è un teatro multisensoriale nel quale recitano parole, movimenti, luci, espressioni dei volti e incroci degli arti. Recita perfino la sabbia quando sotterra cadaveri o alza nuvole di dubbi, maledizioni, contraddizioni. Nuvole di umanità. La vicenda? La solita.  La lotta per il potere non ha data di scadenza. Ai tempi di Shakespeare era il trono di Scozia. Ai tempi nostri è probabilmente il trono dove insediare ogni genere di egoistica sopraffazione.

  Ma nel Macbeth della Sinigaglia – (così come nella fertilità preveggente del Bardo) – sulla vicenda si può soprassedere. Sulle interiorità dei protagonisti della vicenda, invece, è un obbligo fermarsi. Perché? Per farsi spiazzare, per cavare forse anche un barlume di ottimismo dentro un bagno di sangue e ammazzamenti. Il signor e la signora Macbeth fanno male a sé stessi mentre fanno del male agli avversari più o meno coronati. Tramano e tremano, conquistano e sprofondano. Il rimorso, sì il rimorso, sembra potersi ritagliare ancora un minimo spazio.

 

 E’ un rimorso nichilistico, una lucidità perennemente offuscata dall’incubo di nemici in ogni dove. Ma è pur sempre un rimorso e dunque – ieri come oggi – va letto come una speranza. A questo rimorso fatto di cattiveria goffa, quasi obbligatoria nel “mors tua vita mea” così come tragedia vuole, due attori danno un’anima tanto credibile quanto impattante. Bravi fino a sconvolgere.

 

 La regista ha spiegato che Shakespeare è possibile solo con gli attori giusti. Ebbene, Fausto Russo Alesi e Arianna Sommegna sono gli attori giusti, professionisti di una comunicazione a tutto corpo che materializza ogni piega dei turbamenti d’animo. Professionisti loro, i primattori. Ma professionisti tutti gli altri dodici attori che la Sinigaglia ha scelto, (dal bando/selezione annuale che è marchio di fabbrica della compagnia regionale) per guidarli attraverso una concezione fortunatamente maniacale del fare teatro.

 

 Sul palco, ovviamente, non tutte le parti sono uguali. La scena non è mai democratica per quantità. Ma nella regia della Sinigaglia sembra esserci davvero tanta democrazia nel cavare da ogni attore il meglio che può e deve esprimere. Il meglio in una battuta, il meglio in un silenzio, il meglio in un posizionamento e il meglio nella magia di una sincronia che rende semplice il complicato, suggestivo ogni contesto che è mirabilmente “altro” dal solo teatro delle entrate e delle uscite con uso di copione.

 

 Ecco perché nel Macbeth della Compagnia regionale restano impressi momenti che in altre occasioni andrebbero smarriti: la mimica solo apparente casuale di Giovanni Battaglia che si coordina con l’intonazione delle sue frasi da re o da portiere, la melodia gracchiante delle tre streghe (Prezioso, Quartana, Scorza), la forza di Stefano Orlandi quando fa vivere il fantasma di Banquo per trasferirlo nella mente già insicura di Macbeth fino a farla implodere nei propri incubi.

 

 Se dalla Compagnia Regionale ci si aspettava un salto, il salto c’è stato. Ma forse più che un salto, evidente, è bene parlare di logico progresso. Di un percorso di crescita al quale hanno contribuito ognuno per le proprie doti e le proprie sensibilità i tre registi che in questi tre anni hanno lavorato ad un progetto che adesso mette anche un po’ d’acquolina in bocca.

 

 La Compagnia regionale merita una prospettiva solida, misurando altri registi, altri testi, altri attori, altre ambizioni di portare il teatro prodotto sotto le montagne a confrontarsi con il resto d’Italia. In Trentino-Alto Adige la cultura - alla luce delle elezioni appena archiviate – avrà altri “padroni”. Sarebbe delittuoso che la mistica del “cambiamento” portasse a non riconoscere o a minacciare i risultati fin qui raggiunti. Se a qualcuno dei “nuovi politici” dovesse avere idee malsane, beh si guardi questo “Macbeth”.  Forse proverebbe rimorso. E sarebbe un rimorso salutare.

 

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