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Mahmood sa cantare? Sì. Ha qualcosa da raccontare? Sì. Doveva vincere? Forse. Ma non erano solo canzonette?

Taccia chi schifa il vincitore di Sanremo solo perché un nome mediorientale annullerebbe la vita tutta italiana di un artista che non rivendica nulla se non il diritto di fare l’artista. Ma tacciano anche quelli che Mahmood lo santificano per reazione ai deficienti, ergendolo a simbolo di integrazione e intreccio di culture
Dal blog di Carmine Ragozzino - 11 febbraio 2019 - 16:14

Quando sul palco dell’Ariston la “Hola” di Marco Mengoni e Tom Walker ha trasformato il teatro in uno stadio e l’Italia tele-sociale in un picco modello Everest dell’audience nessuno deve aver pensato a Mahmood. Eppure una canzone non è mai solo di chi la canta. Una canzone è scritta da qualcuno: spesso più d’uno. Una canzone è musicata da qualcuno: spesso più d’uno. Ebbene, se ad “Hola” di Mengoni-Walker il pubblico e il mercato fanno giustamente la ola, (orpo se è bella, orpo se intriga), un po’ di merito va anche al vincitore divisivo - e per fortuna non ancora divo - di Sanremo 2019.

 

Alessandro Mahmood ha collaborato al testo di Mengoni. Non sappiamo in quale passaggio, ma poco importa. Conta il fatto che Mahmood non viene dal nulla. Conta che nella hit ipnotizzante del momento, (due voci splendide, fuse ancor più splendidamente) ci sia una frase che sta dentro un contesto per nulla politico – (Hola è una canzone d’amore) - ma che ai politici farneticanti di questi tempi ignoranti dovrebbe essere inculcata con qualsiasi mezzo. “Come fai a vivere se intorno al cuore hai il muro di Berlino?”: questo cantano Mengoni e Walker in “Hola”. Ebbene, impazzano quelli che hanno il cuore prigioniero di mille muri: costruiti con i mattoni della scemenza e di un egoismo che dà solidità al vuoto. Muri alti, sempre più alti a destra. Muri alti, purtroppo alti, anche in una sinistra che rincorre senza correre. Destra e sinistra dovrebbero, almeno una volta, praticare la nobile e complicatissima arte del silenzio. E dell’ascolto.

 

Taccia chi schifa il vincitore di Sanremo solo perché un nome mediorientale annullerebbe la vita tutta italiana di un artista che non rivendica nulla se non il diritto di fare l’artista. Senza dover spiegare il cognome sulla carta d’identità. Ma tacciano anche – per favore tacciano perché il loro ciarlare è perfino peggiore – quelli che Mahmood lo santificano per reazione ai deficienti, ergendolo a simbolo di integrazione e intreccio di culture. Non se ne può più. Non ci salveremo più da questa lobotomia del buonsenso e del buongusto. Se “Sanremo è Sanremo” – con il bello e il brutto perché nella musica c’è e ci deve essere di tutto – sarebbe un atto rivoluzionario smetterla di pretendere che un festival canoro sia “altro” che un festival canoro.

 

Specchio d’Italia? A volte sì, altre no. Ma chissenefrega. Canzonette per la doccia o Bignami filosofici della durata massima di quattro minuto con orchestra al seguito? Chissenefrega. “Sanremo è Sanremo” : una volta chiusa la maratona che impone ettolitri di caffè per non cedere al calo della palpebra la vita – la vita di tutti – è “altro”. Sanremo, semmai, una parentesi. Per molti, moltissimi, è una bella parentesi. Per una quota minoritaria di popolazione è una noia: annuale condanna alla quale nessuno è condannato perché il telecomando, nel suo piccolo, è uno strumento di democrazia. Ma non va così. E va male. Va malissimo. Non c’è Sanremo che non faccia resuscitare i Guelfi e i Ghibellini del commento a sproposito, gli Orazi e Curiazi dell’arte ignobile dello schierarsi tra puri e impuri, duri e molli, intellettuali e qualunquisti.

 

Accade dai tempi di “Grazie dei fiori”. E’ successo quando i rinsecchiti “fiumi di parole” dei Jalisse hanno allagato le pagine dei giornali e gli studi dei talk show. Diurni e notturni. E sarà sempre così – non ci si scappa – perché in una nazione di milioni di commissari tecnici i commissari musicali sono ancora di più. Forse è anche giusto che vada così. In fondo accapigliarsi sulle ingiustizie di chi si chiama Ultimo e arriva secondo, (bastava che si fosse chiamato Primo…) è molto più semplice e molto più innocuo che ragionare del reale, (lavoro, lunario, diritti e doveri, eccetera). Per ragionare del reale – fuggendo dalle frottole di un quotidiano dove il dichiarante ha sostituito il pensante – è necessario non svendere la propria autonomia di giudizio. È obbligatorio non iscriversi alle tifoserie politiche che oggi sono più pericolose di quelle calcistiche.

 

Ma riconquistare autonomia di giudizio vuol dire – prima di tutto – soppesare. E i pesi non sono uguali, l’uno non vale mai l’altro. Un giovane cantautore italiano dal nome arabo, (egiziano), è solo un giovane cantautore italiano dal nome arabo. Ma se fosse stato un arabo e basta, se fosse stato straniero e basta, non sarebbe cambiato nulla perché il Medioevo è in archivio nonostante chi ne ha nostalgia. Soppesare vuol dire anche valutare il contesto, (il festival canoro) e la capacità o meno di stare dentro quel contesto. Per Sanremo vuol dire scegliere tra chi sa cantare o chi annaspa sulle note. Per Sanremo vuol dire capire chi sa emozionare e chi cura la tecnica più dell’animna. Per Sanremo vuol dire differenziare tra chi ha qualcosa da dire, cantando, è chi si canta addosso.

 

Il resto – dal Salvimaio che non perde occasione per seminare il vuoto a chi risponde loro seminando altrettanto vuoto – è fuffa. Se non fosse che l’italiano non è manipolabile, (lo si può fare solo se si viene da Pomigliano), si potrebbe semplicemente dire “stuffa”. Mahmood sa cantare? Sì. Mahmood ha qualcosa da raccontare? Sì, (e chi ha avuto naufragi famigliari forse ci si riconosce senza badare alla pelle color oliva o all’inciso in arabo di una canzone). Mahomood doveva vincere? Forse no, forse sì. Ma chissenefrega. Se Sanremo serve a gettare “anche” piccoli semi di inconsueto Mahmood era in ottima compagnia dentro un campo che da 69 anni coltiva troppi riti.

 

Daniele Silvestri, Cristicchi, gli Zen Circus traducono in musica scorci di realtà un po’ più complessi della “barca che va” di Bertiana memoria o dei “bambini fanno oh” di di Povia, (memoria resettabile che è meglio). Non sarà una classifica a testimoniare la qualità della loro coerenza, del coraggio di dedicare una canzone ai dannati adolescenti della vita virtuale o all’irrituale di chiamare l’amore “dittatura” in una canzone che di tutto parla meno che d’amore. Sanremo è una parentesi ma anche nelle parentesi - volendo – si possono sintetizzare intere pagine di presente. E per fortuna sono sempre più spesso pagine inedite, magari crude, a volte sanamente provocanti e spiazzanti. Il vincitore di Sanremo è bravo. Forse diventerà bravissimo. Forse no. Quello che sarà, si vedrà. Ma quello che è si vede già oggi. E’ un cantante autore che non scrive capolavori ma neanche ciofeche.

 

E’ un cantante credibile per quello che scrive e per come lo descrive. Il resto? Chissenefrega. Il resto è solo malattia. La malattia grave – ormai quasi incurabile - di chi vuol vedere nemici o eroi in ogni angolo aggiungendo ogni minuto un mattone in più al muro della stupidità. “Ma come fai a vivere se intorno al cuore hai il muro di Berlino?”

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