Mario Cagol: astro Nonna Nunzia e un sogno chiamato Castelli

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino
Pistolotto, minimo però, introduttivo. Pistolotto rubato ad una materia di cui non ci importa una cippa – il commercio – che però viene comodo. Ed allora, che differenza c’è tra “Brand” e “Marchio”? Gli esperti ce la spiegano così: “La differenza fondamentale tra brand e marchio sta nell'ampiezza del concetto: il marchio è il segno grafico/visivo registrabile che identifica un'azienda, mentre il brand (marca) è l'insieme immateriale di valori, reputazione e percezioni del pubblico”. Arrovellandosi un poco si capisce che il “brand” è sinonimo di distinzione. Come differenziarsi dalla concorrenza per carattere, personalità ma anche voce, tono e quant’altro “identifica”.
Orbene, non è dato sapere se inventando “Nonna Nunzia” in un’epoca che ormai è catalogabile come notte dei tempi (comici) Mario Cagol si sia dedicato ad un corso rapido di marketing. Certo è che la vecchiarella bardata di scialle, è indubitabilmente un brand che quanto a percezione (e perché no, affetto) del pubblico rischia di avere lo stesso, intramontabile, potere della Nutella.
Mario Cagol non è un’azienda. Epperò ci si avvicina se si considera il fatto che Nonna Nunzia invecchia, così come il suo interprete, restando quasi miracolosamente giovane nell’empatia che dal palco trasferisce a platee generalmente famigliari. Fa ridere Nonna Nunzia. Fa ridere con una leggerezza che diventa proverbiale quando gigioneggia con i proverbi e con i luoghi comuni costruendo (inconsapevolmente? Ma va) un linguaggio comico nel quale il dolce prevale sempre sull’acido. Si diceva del brand. Ebbene, la nonnetta di Cagol pare averne sbagliate davvero poche nel suo moltiplicarsi tra teatri (quasi sempre pieni), spot (spesso azzeccati), narrazioni di fiabe stravolte sì ma con amore e rispetto.
Capita così – e mica è un fatto così normale – quel che Cagol spiega tra l’inorgoglito e l’incredulo: “Ormai il pubblico non viene a teatro per me ma per la Nonna. Quasi che avesse una vita propria, perfino slegata dalla mia”. Di sicuro Mario Cagol esagera sapendo di esagerare (e godendo, legittimamente). Ma se poi si guarda ai botteghini, alla corsa ai posti ogni qualvolta Nonna Nunzia se ne esce con un altro spettacolo ed un’altra situazione, tocca registrare che il concetto sta in piedi.
È il caso della proposta che da giovedì 29 al 1 febbraio andrà in scena al Teatro Cuminetti, con i posti delle quattro serate esauriti in un amen. Ci saranno altre repliche gioco forza già preventivate dal Centro Santa Chiara, così come è stato poco tempo fa per un Andrea Castelli che se fosse davvero “Stuf” come vuol far credere (è solo un titolo) si scatenerebbe la rivolta degli aficionados transgenerazionali.
Nonna Nunzia ritornerà, ma partendo. Per dove? Per un cosmo nel quale con ogni probabilità gli alieni saranno quanto di più terreno si possa immaginare. Con il casco al posto del “fazol” (il foulard che comunque spunterà, ci mancherebbe) la nonna “astronavica” e l’immancabile nipote eroicamente svogliato andranno in missione per salvare le gengive da una fine ingloriosa.
Eh sì, in un mondo al contrario (della decenza) che scatena guerre per petrolio e terre rare, la Nonna in questione cercherà da un astro all’altro l’introvabile materiale per costruire le dentiere, Sì, perché sarà anche ilare la risata degli sdentati, ma quella con tutti i denti, seppur finti, è davvero un’altra cosa.
Di qui in avanti è giustamente vietato spoilerare (svelare, cinicamente) sullo spettacolo. E d’altra parte risulterebbe difficile disquisire su un titolo che dice già tutto “Nonna Nunzia, spazio ultima dentiera”. Senza andare oltre, dunque, è giusto tornare indietro e domandarsi se Cagol, così come la Nonna che mette il turbo alle battute, è coscio della sua missione.
A domanda (che lo ammettiamo, è un po' cretina) il comico trentino (e in dialetto trentino) prima trasecola e poi abbocca. “Missione? Direi far star bene chi viene a teatro. Regalare un paio d’ore di serenità e divertimento senza troppe pretese ma anche senza dare l’idea di buttare tutto in vacca con la battuta facile o peggio volgare. E se mi è permesso, senza narcisismo umoristico”.
Risposta che ci si aspetta ma che comunque fa piacere quella di Mario Cagol. Risposta che vale pure di più se si tiene buono anche il “tra parentesi” del discorso. Cagol lo butta lì con una doverosa umiltà ma anche con convinzione: “Far ridere misurando le battute e i toni, far ridere delle situazioni quotidiane senza sbracare nell’eccesso di macchiettismo o peggio nella presunzione del comico che si permette tutto. Beh, è lavoro duro. Non si può e non si deve improvvisare, nemmeno su testi che sembrano facili”.
Un lavoro che richiede studio, tempi giusti, conoscenza e riconoscenza del e verso il pubblico. “Io ci provo – insiste Cagol - Nonna Nunzia pare ci riesca con una facilità che negli anni è cresciuta proporzionalmente all’amore degli spettatori per il personaggio. Spero anche per me”.
Questa chiosa anziché chiuderlo, apre un capitolo. È il capitolo – qui solo in riassunto mignon - del Mario Cagol “oltre” Nonna Nunzia. E cioè il Cagol conduttore di programmi radio, l’autore recitante di spot pubblicitari, il cartone animato che a volte sbeffeggia certa politica (ma senza infierire), il narratore ma anche il comico che mostra l’altra faccia. E cioè il Cagol che si cimenta con quello che non si può dire, ma si deve dirlo (Il Cermis). O con quello che se si dice bisogna farlo, impegnandosi davvero il cuore e l’anima (Novecento di Baricco).
Insomma, l’antico Super Mario ha capito che in teatro non ci si può trastullare con l’ego e basta.
Eppure – parole sue che riportiamo raccogliendo l’appello – qualcosa gli manca. “Sono nato, non da attore che sarebbe parola grossa ma da ammiratore, con la compagnia storica di Andrea Castelli. Lui è lui, non ci piove per curriculum, palchi di tutta Italia, qualità. Io ho fatto una certa strada e ne sono felice, ma non mi paragono. Semplicemente avrei il sogno di fare qualcosa con lui. Non si tratta di passare il testimone perché io spero e sono sicuro che Andrea non sarà mai Stuf del teatro e di un pubblico che giustamente lo adora. Per me sarebbe, semplicemente, un onore. Anzi, una sfida. O una lezione, fate voi”.
No, noi non possiamo fare. Possiamo però rilanciare un’ipotesi intrigante. Di più, possiamo buttar lì un suggerimento ad entrambi. Nonna Nunzia, per età e per carattere, bofonchia, di tanto in tanto fustiga, ma raramente si indigna. Nel suo ultimo monologo Castelli ha spronato il suo pubblico ad indignarsi perché ormai ne succedono di così brutte che ridere e basta equivale al masochismo, alla bandiera bianca.
Se si incontrassero due comicità che non hanno bisogno di usare la clava per sortire effetto? Ai posteri. Con curiosità. E pure con speranza.












