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"Pagheremo caro, pagheremo tutti" per questa classe politica (e per le nostre scelte)

Le tasse? Via le tasse. E così, in nome di un’equità da bancarotta l’evasore seriale sarà sdoganato. Le leggi? Via le leggi. Come? Con una stellare lotteria web. Se per candidarsi al Parlamento bastano una decina di clic di famiglia. La sanità? Modello Lambertucci: “Più sani, più belli” : lifting gratis per tutti. La politica promette tutto e il contrario di tutto. Ma un paio di idee qualcuno ce le ha?
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 15 gennaio 2018

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Non le hanno mica promesse tutte. Non ancora, almeno. Da qui al 4 marzo manca troppo. A partiti e movimenti – tutti i partiti e tutti i movimenti – sono partiti i neuroni. Non c’è modo di rimediare. Neuroni in libertà. Il neurone del buonsenso? Quello della credibilità? Fuggiti, forse perfino per vergogna. I neuroni se ne sono andati dai cervelli di destra, centro, sinistra, centro-sinistra, sinistra-centro. Nel vuoto cerebrale che accomuna vecchio e nuovo - il neonato e il resuscitato di una politica con la “p” minuscola che sta per "p"uzza - c’è spazio solo per ogni genere di vaniloquio. Non è una campagna elettorale. E’ la riedizione del vecchio Colpo Grosso. Ma quella di Umberto Smaila e Maurizia Paradiso era lo strip - tease per un’innocua prurigine da tv privata.

 

Adesso, oggi, siamo alla pornografia vera: in tailleur e in doppiopetto. Nella campagna elettorale in corso non vince chi mostra tette o muscoli. Vince chi nasconde meglio la coincidenza tra faccia e posteriore. “Chissà perché non piove mai quando ci sono le elezioni”, cantava quell’eroe di una disillusa lungimiranza a nome Giorgio Gaber. Ma per portare via lo sporco del turlupinamento non basteranno poche gocce. Servirebbe un diluvio. Servirebbe un Noe selettivo: via dall’Arca tutti gli animali che dicono di far politica senza nemmeno immaginare cosa la politica la politica sia davvero: servizio al prossimo anziché a se stessi. Un diluvio servirebbe oggi, a meno di due mesi dal voto. Un diluvio che renda inagibili gli uffici stampa dei partiti e dei movimenti.

 

Un diluvio che allaghi gli studi radio-televisivi pubblici e privati che amplificano il nulla senza chiedere conto di nulla a chi conta ogni sera quanti italiani è riuscito a prendere per i fondelli. Un diluvio che imponga un uso diverso della carta, (stampata): da contenitore di scemenze a mezzo almeno un poco utile. Se c’è bagnato la carta asciuga. Se c’è un water, pulisce. Ecco un’idea di carta utile. E infine anche un diluvio di “En” che riduca l’ardore dei webeti ad un sonno finalmente vegetale. Ma non ci sarà diluvio. Nemmeno un acquazzone. Forse neanche uno sputo. Per troppi giorni sconteremo la pena. Da innocenti? Probabilmente no. Se “lor signori dell’urna” non hanno ritegno è perché in troppi credono che per levarceli di torno basti sorridere. Oppure ignorarli.

 

Gli ipocriti rappresentanti dell’irrealtà sono come gli zombie: morti negli ideali. Ma per il resto sono vivi. E sono perfino vitali nel rincorrersi l’un l’altro nella maratona senza fine della fandonia. Le tasse? Via le tasse. E così, in nome di un’equità da bancarotta l’evasore seriale sarà sdoganato allo stesso modo in cui si sono sdoganati in questi anni fascisti e cretini d’ogni risma. Le leggi? Via le leggi. Come? Con una stellare lotteria web. Se per candidarsi al Parlamento bastano una decina di clic di famiglia, per togliersi la grana di una gabella basterà anche meno. La sanità? Modello Lambertucci: “Più sani, più belli” : lifting gratis per tutti. Dante e Patrarca? Merce scaduta. Basterà conoscere Rovazzi. “Andiamo a comandare” porterà il cento e lode nella libera università dell’incultura. Libera, ovviamente, anche dalle tasse perché anche i ricchi piangono.

 

Lenin si chiedeva “Che fare?”. Noi “lepennisti”, (nel senso che usiamo la penna stupidamente convinti che possa uccidere più della spada) ci limitiamo a dire “Che non fare”. E senza punto di domanda. Non fare buon viso, (per disperazione, mica per gentilezza) a pessimo gioco. Non fare insomma né i creduloni né quelli che stanno alla finestra. E’ dura, fa schifo, ma non c’è alternativa: vanno inchiodati, dobbiamo inchiodarli. Alla politica politicante va comminato un ergastolo di realtà. I politicanti vanno costretti a mettersi una tuta da operaio per sudare frustrazione. Devono mettersi il camice sporco di piscio di chi lava gli anziani. Vanno messi in fila in un ufficio di collocamento per sentirsi dire giorno dopo giorno “non c’è posto, arrangiati”. Oppure “Hai studiato? Povero scemo”.

 

Bisogna imbarcarli. Ma non su una nave da crociera dove giocano alla roulette con i nostri soldi. Bisogna imbarcarli su una bagnarola in mezzo ad un mare in tempesta. E poi vedere se ancora diranno “aiutiamoli a casa loro”. Bisogna imporgli un mutuo in Euro, poi di botto virarlo in lire: quando l’interesse sarà al mille per cento forse proveranno un altro interesse. Stavolta, per l’Europa. Insomma, facciamo qualcosa. E facciamolo anche in questo bel Trentino che vota per l’Italia e tra meno di un anno voterà per se stesso. Chissà, a forza di sentire la furbissima pubblicità di “PoltroneSofà” i politici trentini vi si sono identificati. Per quelle poltrone, per quei sofà, si scannano nei coordinamenti e nelle conventicole. Ma non ci sono in giro “artigiani della qualità”. Ci sono “artigiani della quantità”. Per qualcuno è la quantità di legislature già vissute in un totale anonimato. Per altri è la quantità di rivincite sul collega di partito che non hai mai sopportato e che “stavolta lo frego”.

 

Non che si pretenda una gran quantità di idee da mettere nella eventuale valigia per Roma. Ne basterebbero un paio: visibili, misurabili, comprensibili. Recentemente, in consiglio provinciale, la festa al femminile ha prodotto più fragore che al Maracanà. Preferenza di genere nelle liste elettorali: bene, brave e bravi, bis, era ora. Eppure il disastro resta. E’ un disastro unisex. Il disastro di una politica che non può continuare ad essere una politica “del genere”. Una politica piena di pensieri per le caselle da occupare ma priva di pensiero. E allora – visto che siamo al cinquantenario – riadattiamo uno slogan del Sessantotto o giù di lì: “Pagheremo caro, pagheremo tutti”.

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