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In politica Trento è periferia, Palermo no. E la cultura guarda anche al futuro

Trento ha perso la sfida per Capitale della Cultura 2018. Lavoriamo a temi nuovi come la nuova demografia, ad esempio. E tanto per fare esempi, Gardolo. In questa città nella città c’è un "molto per cento" di stranieri e ci sono una cinquantina di etnie che potrebberro essere laboratorio culturale permanente
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 06 febbraio 2017

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

In Italia c’è sovrabbondanza di profeti del giorno dopo. Ma corro il rischio: pacatamente, serenamente. In tempi non sospetti – alla prima lista delle città candidate con Trento a capitale italica della cultura – avevo pronosticato Palermo. Qualche amico mi è testimone. Perché? Perché sono un ragazzo di mondo: il mondo dei disillusi. La Roma può anche patire il Cesena in Coppa, ma alla fine un rigorino ci scappa sempre. E rimette le gerarchie al loro posto. Trento può competere con Recanati o Comacchio, ma sui divani parlamentari castelli, anguille e poeti contano poco. Dal Buonconsiglio ai “buoni consigli”. Chi crede agli asini volanti continui pure a pensare che anche dietro una bazzecola quale in fondo è una competizione come quella della capitale nazionale della cultura non ci sia una pressione politico - lobbistica. E in politica Trento è periferia della periferia. Palermo no.

 

Tuttavia vade retro dietrologia. Annotiamo gli auguri postumi e reciproci tra gli amministratori in concorrenza. Prendiamo per buono il decoubertiano “l’importante è partecipare” sapendo che così non è stato per nessuna delle ventuno città ridotte a dieci e poi, pare, a cinque, (Trento compresa). E andiamo oltre. Magari andando anche oltre quell’Oltre le Mura che era - e si dice continuerà ad essere - lo slogan della Trento culturale. Epperò da profeta del giorno dopo - che provò a dir la sua anche il giorno prima - scelgo scientemente di stonare. Ecco la mia stecca nel coro dei “peccato, ma bravi” che ha cantato su Facebook. Io azzardo un “per fortuna”. Per fortuna, cioè, che Trento, perdendo, può farci capire se c’era o non c’era bluff. Dovrà dimostrare che saprà rendere reale almeno una parte dei sogni di carta condensati nel progetto da “capitale”.

 

Il sindaco, l’assessore, la squadra mezza pubblica e mezza privata che si è giocata la partita affrontata con il fiato affannato dei tempi corti, hanno solennemente dichiarato il loro “andiamo avanti”. Avanti, dunque, nel celebrare anniversari doc che cadono nel 2018: dalla fine della prima guerra all’inizio del Sessantotto. E via fino all’Europa degasperiana, al nuovo Concilio di quei popoli e di quei diritti che stanno naufragando sotto i colpi di capipolo felpati solo nel vestire ma rozzi nell’arrogarsi un solo diritto: sparare fesserie. Ma proprio qui, nella foga da anniversario, s’affaccia una prima domanda. Se la candidatura di Trento avesse avuto come mèta il 2019? Niente guerra? Niente Sociologia e niente presunte rivoluzioni? Niente da celebrare? Ma no. Certo che no. Non c’è epoca in cui non ci si possa guardarsi indietro di qualche decina o centinaia di anni. Il fatto è che guardare sempre indietro è un esercizio fin troppo facile (convegni, a volte palate di soldi dispensati senza criterio). E’ più faticoso interpretare con lo stesso trasporto il presente, orientando il futuro.

 

Cosicché un prurito insiste, fastidioso. Non è che prima di lanciarsi “Oltre le mura” Trento farebbe opera meritoria a concentrarsi su quello che c’è “Dentro le mura”? Sì, perché “dentro le mura” di Trento c’è sicuramente tanta ricchezza culturale, (istituzionale, multidisciplinare, professionistico e amatoriale, di mestiere o volontaria), ma c’è anche l’incultura di troppe autoreferenzialità mai messe in discussione. Dentro le mura ci sono sacche ampie di dimenticanza. Ci sono le tante spurie ma vitali forme della creatività e dell’aggregazione giovanile. Non chiedono “visioni” ma semplici spazi “liberi” da burocrazia, da cacadubbi, inciampi, ostacoli e spallucce e inciampi. Non c’è una valorizzazione culturale, (cioè sociale), di quartieri e sobborghi. Certo, in ogniddove si costruiscono o si ristrutturano contenitori, (teatri, sale). Ma lo si è fatto senza ragionare sulle identità da assegnare alle strutture di incontro o di spettacolo. E l’identità, che poi è anche funzionalità e sostenibilità, può venire solo da una trasparente e partecipata idea preventiva di gestione e di fruizione di ogni spazio.

 

Si vagheggia, (giustamente), una città Oltre le mura – di orizzonti altri e ampi, di confini annullati – ma si stenta a concentrare in un disegno visibile e condivisibile la forza ideale prima ancora che economica che moltiplichi le molte potenzialità che stanno dentro le mura. Cultura e nuova demografia, ad esempio. E tanto per fare esempi, Gardolo. In questa città nella città c’è un molto per cento di stranieri e ci sono una cinquantina di etnie. Ci sarebbe terreno per un laboratorio culturale permanente – coraggioso, innovativo - su tutte le virtuosità possibili dell’integrazione e del confronto tra culture. Potrebbe diventare, quello sì, un paradigma nazionale. Ecco, forse anche lì il Comune potrebbe mettere alla prova se stesso e chi ha mobilitato, (Centro Santa Chiara, Fondazioni e privati) nel perorare il dossier Capitale.

 

Si blatera poi troppo spesso di “rete” e di “reti”. E’ la panacea che apre e chiude ogni convegno sul tutto e sul nulla. Ma la rete tra le culture e tra chi le traduce in pratica, a suo modo e in mille modi, non basta evocarla. Bisogna, pur gradualmente, imporla. Per chi amministra imporre significa innanzitutto conoscere. E poi, semmai, premiare. Politiche premianti per chi accetta di percorrere la strada delle contaminazioni tra le culture, ( le forme d’arte, espressive, eccetera), per chi fa delle sinergie e delle collaborazioni un impegno costante e verificabile, (invece che solo dichiarato). E sulle sinergie, sulle contaminazioni, sulle collaborazioni che in soldoni significano anche risparmio, chi amministra dovrebbe fondare i propri progetti. Pare che questa sia la direzione indicata per l’ex facoltà di lettere. Speriamo che in Comune abbiano un Tom Tom coerente con gli auspici.

 

Ma intanto, un suggerimento. Perché non individuare anno dopo anno un tema “sociale” al quale far concorrere tutte le risorse culturali cittadine che si rendono disponibili? Dall’ambiente alla salute, dalla cittadinanza, alla sicurezza fino alle diseguaglianze: non c’è che leggere la realtà che non funziona, (ma anche quella che funziona) e provare a comunicarla attraverso il linguaggio coinvolgente delle arti.

 

E poi, semplicità. E poi, coraggio. La semplicità è una necessità: per far crescere le culture, per darle protagonismo e “potere”, (l’unico potere che fa del bene), bisogna liberarla dalle pastoie, sostenerla nei bisogni minimi di promozione, facilitarla, (affitti, service, eccetera). Il coraggio è invece l’uscita dagli schemi fissi per sperimentare l’irrituale: il teatro, la musica, la pittura e tutto il resto sono anche strada, condominio, spiazzo. Non sono poltrone da prenotare ma spazi da vivere, facilmente adattabili alla bisogna artistica. La cultura a domicilio, magari sulle ruote, magari itinerante tra un territorio e l’altro per annullare le distanze più mentali che fisiche tra centro e periferie. Si potrebbe farla lunga. La finiamo qui. Con una sola convinzione.

 

La vera lungimiranza è la concretezza: un amplificatore che non si spegne quando vanno a dormire le galline, una movida delle idee, uno spazio che non seleziona la creatività in base alla capacità di pagare un affitto. Non si diventerà capitale di nulla ma si inizierà ad investire meglio il capitale delle energie.

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