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| 02 mag 2025 | 18:23

Tra poco si vota e finalmente: ci libereremo degli imbarazzanti spot elettorali sui social dove si gesticola all'infinito nell'imbarazzo di chi guarda

DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 02 maggio 2025

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Coraggio, siamo agli sgoccioli. Domenica, temporalmente uno sputo, si vota e poi si saprà: sindaci e consiglieri eletti, gioie o dolori, bile o adrenalina, pronostici azzeccati o miseramente sbagliati, recriminazioni o feste. Ma non è questo il punto. Il punto – l’unico che mette un briciolo di buon umore - è una finalmente vicinissima “liberazione”. Dalla prossima settimana i cellulari verranno “liberati” dal diluvio di spot che in questi ultimi mesi, con frequenza esponenziale in questi ultimi giorni, hanno ingolfato la parte “social” dei telefoni: Facebook, Instagram, X (e se ci fossero pure Y e Z), Tic Toc, You Tube e chi più ne ha più ne clicchi. Va così da quando la carta (volantini, pieghevoli e quant’altro) è diventata un residuo – un poco nostalgico - della propaganda politico elettorale.

 

Sì, quella carta che riempiva le bussole delle lettere con una sequenza di faccioni e di faccine, con gli scampoli di programma. Quella carta era pur sempre un tormento per abbondanza e ridondanza, ma almeno era “gestibile”. Di più, la carta elettorale permetteva – infatti - una scelta: ci guardo o la butto, la uso per accendere la stufa e togliere il bilico al tavolo o me la leggo, ci medito. Oggi, con i “social media”, la scelta è molto, ma molto, più complicata. Anzi, non c’è scelta (e forse nemmeno democrazia, ma questa è materia da non banalizzare). Oggi scorri su e giù – sul cellulare – tra una ricetta, un pettegolezzo vestito malamente da notizia, un nonnulla tra i tanti che provano ad influenzarti i neuroni di giorno e anche la notte. Scorri lo schermo che sempre più si potrebbe definire uno scherno ed ecco che schiere di candidati te la raccontano: come se fosse vera, come se lì avessi lì a portata di clic, come un “a tu per tu” che però non attizza. Che stanca.

 

Non c’è modo di sfuggire se non spegnendo il telefonino rischiando, però, che quando la nonna ha bisogno si disperi. Il progresso – bandiera bianca – non si può fermare nemmeno quando è terribile regresso nella comunicazione (ed un po’ pure nella cultura). Ma se proprio è obbligatorio imporsi il sacrificio della sopportazione sarebbe stato utile (o almeno simpatico) che in quell’invasione di spot sponsorizzati a pagamento per garantire ai candidati presenza costante e capillare ci fosse stata un minimo di normalità, di spontaneità, di empatia. Questo senza voler pretendere la creatività e l’originalità che è materia decisamente ardua da praticare improvvisandosi. Invece no. Invece nelle devastanti, respingenti, riprese del candidato che in primo piano sembra affannarsi a convincere più sé stesso che l’elettore è prevalso – per lo più – l’impaccio. E l’impaccio – si sa – non impiccia.

 

Nel catalogo infinito dei mini video casereccio/artigianali la distanza è sembrata troppo spesso prevalere sulla vicinanza, l’ansia di dire troppo in troppo poco tempo la fa da padrona, l’eccesso di concentrazione esilia la simpatia (che pure in tanti, probabilmente, avrebbero). Ancora, il trauma “da ripresa”, da telecamerina, manda rapidamente in coma anche il messaggio più serio, più convinto ed impegnato ma raramente convincente. Negli spot si parla più con le mani che con la voce in una palestra di gestualità gratuita, fuori contesto, che svia ogni ambizione di suscitare attenzione. Nel bestiario della campagna elettorale certamente “social” ma certamente meno sociale di un bicchiere al bar o di un campanello suonato con l’indomabile masochismo dei Testimoni di Geova si è potuto annotare di tutto. Ma quasi tutto, purtroppo, caratterizzato da una comicità inconsapevole anche quando i protagonisti più smaliziati, (o più avvezzi alla telecamerina con microfono) hanno provato a dare il loro meglio. A volte con goffa solennità. Resterà negli annali del “noi la sappiamo lunga” il duetto prolungato tra due candidati che hanno passato ore ad intervistarsi a vicenda sull’intero scibile cittadino. Cambiavano, i due, solo i luoghi della corrispondenza di amorosa stima - complimentandosi l’un l’altro e gongolando tra una promessa e l’altra. Alla terza “lezione”, (ma forse anche alla seconda) scattava la voglia di “bigiare” dallo spot. Ma contenti loro.

 

E le contraddizioni poi? Vabbè che alla pubblicità non si guarda in bocca ma vedere un’assessora che denuncia la chiusura di troppi negozi in città come se invece che in giunta comunale fosse stata per cinque anni alle Maldive, beh lascia un poco interdetti. In un’elezione c’è un dopo (l’esito del voto) ma anche un prima. Chissà, e se la credibilità si misurasse più con i mea culpa che con le promesse? Beh, lo spot diventerebbe dirompente invece che irritante. Non che quelli che vogliono fare le scarpe a chi ha governato brillino. Non è che usare un vocione al posto della voce e puntare un dito accusatore anche se piove invece che soleggiare sia una gran trovata. Se ripeti – per altro con difficoltà verbale imbarazzante – mille e mille i mali altrui senza proporre una soluzione che sia una finisci con l’assomigliare troppo a quel Sior Todero Brontolon che in Goldoni era sinonimo di fastidio. Lo spot – pur con le braccia roteanti e lo sguardo truce – si perde nel deserto dello scontato. Non fa breccia, nemmeno con le braccia e gli occhi che disperano perché la filippica fa acqua anche se studiata a memoria e senza un guizzo.

 

Di esempi – divertenti o irritanti, fate vobis – ce ne sarebbero davvero a centinaia. Quelli dallo spot facile (che più lo paghi, più lo vedono) ignorano in massa l’abc di una comunicazione che se non ficcante sia almeno un po' intrigante. S’accontentano (con impegno inversamente proporzionale al risultato) e se a loro va bene così, tutto bene. Certo, non tutti si sono arrangiati alla bene meglio e la differenza tecnica si vede. Qualcuno s’è affidato (sborsando) ai professionisti ed il prodotto non fa grinze o strafalcioni. Anche se poi la discriminante è lì come una spada di Damocle se il protagonista dello spot è l’antitesi della spontaneità, se è troppo preso da sé stesso, dalle sue pose e dalle sue espressioni, se è irrimediabilmente concentrato su una “buona recitazione” del suo messaggio elettorale.

 

Questo è quanto? Questo è poco – ma davvero poco – di un tanto elettorale che sui social potrebbe aver dissociato dall’interesse al voto ancor più di quanto le previsioni più nere non prevedano. Nessuno – si è sicuri – si porrà il problema di un uso dissennato e forse perfino presuntuoso di uno strumento comunicativo solo apparentemente miracoloso. Cosicché l’unica consolazione è rifugiarsi nell’assurdo. Per esempio in quello spot fuori di testa di un candidato di sobborgo che ha messo malamente in musica il suo programma per provare a distinguersi. In realtà c’è riuscito poiché lo hanno preso in giro in tutta Italia con lo spot che ha facilmente superato i confini trentini. Con i social va così: il confine tra stupidaggine e genialità non prevede dogane.

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