Undici cestini su un marciapiede dove non passa nessuno e pochissimi dove servirebbero: la contabilità dell'assurdo mentre si multano i furbetti dei rifiuti

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino
La guerra – quella vera che oggi più di ieri spaventa gli onesti (impotenti) – dovrebbe indurre a limitare almeno l’abuso lessicale. L’abuso, appunto, della parola guerra. Invece no: buonsenso e buongusto sono defunti da tempo. Domina la semplificazione. Da troppo.
Un’informazione sempre più incapace di adeguare il vocabolario alla portata dei fatti, titola “guerra” per qualsiasi cosa: una zuffa tra condomini, un battibecco politico, una protesta bonaria, una polemica appena accennata, eccetera. Non che ci si abitui: semplicemente, si subiscono le esagerazioni che – cronaca dopo cronaca – diventano una normalità capace di togliere significato alla terribile anormalità della guerra. Di quella guerra vera che ammazza l’innocenza (dei civili) e gonfia i patrimoni di chi è già straricco.
Nell’infinità delle guerre farlocche titolata e quattro colonne e mezza resta impressa quella letta qualche giorno fa sulla stampa locale. Si dava notizia di una schermaglia in consiglio comunale a Trento. Il titolo? “In città la guerra dei cestini”. Per indicare le guerre basta, purtroppo, sempre meno. Bastano gli strali (spesso motivati) che le opposizioni dirigono verso la maggioranza. E, al contrario, bastano le difese sempre più ardite e impettite (ma scarsamente consistenti) di una maggioranza che se viene criticata s’offende ma glissa. Un giorno sì e l’altro pure.

La presunta “guerra” dei cestini è stata argomentata secondo un cliché piuttosto stantio. Da una parte una parte della minoranza che l’ha messa così: troppo pochi i cestini per la raccolta dei rifiuti e la città – di conseguenza – appare sempre più sporca. Dall’altra parte la giunta (con la sua maggioranza “pappagallante” o arrogantemente zitta) che fa spallucce. Tutt’al più si lancia nei “vedremo” e nei “valuteremo” che di solito finiscono in un mortificante nulla.
L’eroe delle certezze incerte è sembrato – in questa fattispecie – l’assessore all’ambiente. Ha difeso con il sapientino in mano la scelta poco lungimirante di una considerevole riduzione dei cestini. Scelta decisa qualche anno fa in accordo tra Comune e Dolomiti Ambiente, ma da lui fortemente condivisa. Una scelta probabilmente mai sottoposta a verifica seria riguardo il possibile incentivo alla maleducazione “forzata” che ha provocato. Sì’, maleducazione “forzata” da non confondere con quella dei cretini che resteranno tali anche se ci fosse un cestino ogni metro.

Se si parla di rifiuti va da sé che il rifiuto di affrontare interrogativi legittimi diventa un modus operandi da parte di chi pare convinto che facilitare le buone pratiche sia un cedimento piuttosto che una virtù. Sembra di capire – insomma – che secondo l’assessore di cestini in giro per città ce ne sono anche troppi. Di più, l’assessore lascia intendere che se aumentassero i cestini crescerebbe il loro “uso improprio” da parte di chi li scambia per i bidoni dell’umido casalingo, utili a smaltire le schifezze che andrebbero consegnate al porta a porta. Eccetera.
In questo “eccetera” – il verbo messianico dell’assessore che aborrisce il beneficio sano del dubbio – ci sono certamente comportamenti sbagliati. Comportamenti che pure esistono e che, giustamente, vanno puniti.
Sarà, ma se ci fossero anche altre questioni? Se – come dicono le minoranze – un aumento dei cestini ed una loro diversa e più razionale collocazione aiutasse ad evitare un malcostume “obbligato”, anzi forse perfino indotto? Mica tutti sono cafoni. Se buttare cartacce, cicche e quant’altro insozza le strade fosse più semplice – se dunque i cestini non fossero una rarità proprio laddove servono di più – il civismo potrebbe anche prevalere.

Certo, non c’è la riprova del concetto. Ma se non si prova a modificare in meglio una situazione che in molti casi puzza di paradosso non si saprà mai chi ha ragione e chi ha torto. Laddove i cestini servirebbero di più – zone dove è maggiore la concentrazione di passaggi e soste – ce ne sono di meno. O non ce ne sono. L’esecrabile pratica del “cestino selvaggio”, che l’assessore crociato dichiara di voler combattere lancia in resta e post sui social (un comune mal di giunta), non si elimina complicando la vita a chi magari vorrebbe essere educato ma non al punto di girovagare vanamente per la città in cerca di un contenitore? Sarà, ma si stenta a crederlo. I fatti dimostrano il contrario. Così come si resta interdetti di fronte ad un assessore che si fa filmare ad uso di “social” mentre metaforicamente applaude Dolomiti Ambiente e Polizia Locale quando scovano e multano non tanto i “furbetti dell’immondizia” quanto chi mette in strada nel giorno sbagliato i bidoncini della differenziata.
Un tempo si predicava che l’educazione è più produttiva della coercizione. Ebbene, se davvero si credesse con misura ed intelligenza al valore dell’educazione ecologica ci si farebbe in quattro per rendere meno complicato il civismo. Invece pare tornare attuale – in giunta comunale – una vecchia massima di Mao. “Colpirne uno per educarne cento”? Può essere, ma non è detto che i 99 si spaventino al punto di portarsi a casa cartacce, ciccotti e involucri. E non è detto che i ragazzi in uscita dalle scuole con in tasca di tutto non si divertano a lordare. Se davanti ad una scuola – di esempi se ne possono fare da nord a sud – c’è un solo cestino per centinaia di studenti lamentarsi della loro diseducazione ecologica è ipocrisia.
Gira che ti rigira la faccenda della carenza di cassonetti sembra avere ragioni tutt’altro che dottrinali. È questione di soldi: i soldi che spende Dolomiti Ambiente per lo svuotamento dei cestini che se fossero di più richiederebbero più personale. Se è così – ed è così – il Comune eviti gli equilibrismi su teorie diverse da quella biecamente economica. Sarebbe un passo avanti nella chiarezza pur rimanendo un passo indietro nel decoro.
Tuttavia anche le spese – che certo ci sono – non sono aliene da contraddizioni. Ecco, riguardo mil tema, una delle più ridicolmente incomprensibili. Mentre si denuncia la mancanza di cestini chi dovesse percorrere il tratto di via Brennero che va dalla rotatoria Bermax a Lavis potrebbe contare ben 11 cestini (tre non utilizzabili) posti a distanza di 150 metri l’uno dall’altro. Undici cestini su un marciapiede dove passa – forse – una persona all’ora. È una contabilità dell’assurdo e dell’inspiegabile. Finirà con l’assessore all’ambiente che prenderà la palla al balzo? Già ci si immagina il video messaggio: “Mancano i cestini? Balle. Guardate qui quanti sono”. Cestini inutili e vuoti. Ma mica vorremmo attaccarci ai dettagli.












