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| 19 ott 2025 | 16:57

Dai genitori agli insegnanti, l'educazione spaventa ma la realtà grida che c'è bisogno di quella affettiva: meglio farlo con consapevolezza

DAL BLOG
Di Idil Boscia - 19 ottobre 2025

Amo raccontare frammenti di vita e tutto ciò che lascia un segno

L'educazione spaventa. Spaventa i genitori, quelli che leggono libri e articoli su come essere bravi genitori, se non addirittura perfetti, quelli che ascoltano dibattiti in tv, quelli che hanno in famiglia dei modelli che vogliono seguire o da cui vogliono distanziarsi, quelli che genitori lo sono per scelta o per caso. Ma spaventa anche gli insegnanti, quelli con tanta esperienza e quelli con poca, quelli che hanno trovato una strada e quelli che la stanno ancora cercando, quelli che si mettono in gioco e quelli un po' più rigidi. Non per questo ci si può esimere dall'educare.

 

E proprio perché l'educazione spaventa è importante essere insieme, genitori e scuola. Anzi, di più: non basta un'accoppiata, serve una rete, che includa anche i servizi e che tenti di avere uno sguardo ampio e vero sulla nostra società. Forse è proprio questo che spaventa la politica, cioè che l'educazione stessa diventi politica. Parafrasando il pedagogista Piero Bertolini: un'educazione che costruisce la società e favorisce la partecipazione democratica, un'educazione che passa attraverso la relazione.

 

A questo punto viene da sé che chi considera i nostri ragazzi e le nostre ragazze solo come un contenitore da riempire con un imbuto, come dei satelliti isolati, come qualcosa da plasmare a propria immagine, quella persona non potrà mai comprendere che la scuola non è scuola senza una dimensione educativa. Dove l'educazione è qualcosa di globale, che ha a che fare con la cittadinanza, con i saperi, col fare, con le relazioni, ed anche con l'affettività. Dove l'educazione è un percorso che forma la persona, l'alunno e contemporaneamente l'insegnante. Dove l'educazione è uno strumento potente di trasformazione, di cambiamento, di "pratica della libertà" (cit. Paolo Freire).

 

Da insegnante, ma anche da genitore, penso che si debbano focalizzare i punti critici e lavorare su quelli, insieme. Sono gli esperti esterni, il problema di un'educazione affettiva? L'inadeguatezza, oppure il futuro? Noi o i nostri ragazzi? I nostri pregiudizi o i nostri ideali? Meglio cercare delle risposte, non per fermarsi, ma per camminare, guardando ciò che la realtà ci grida: c'è bisogno di educazione affettiva.

 

Ad ogni modo, la scuola, per sua natura, non può non educare, nemmeno se cancelliamo la parola educazione e la sostituiamo con istruzione, o con didattica. La scuola educa, alla cittadinanza come all'affettività, anche laddove non vorrebbe. Meglio, dunque, a questo punto, farlo con consapevolezza. E con sinergia.

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