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Due libri “verdi”: i ritratti riconoscenti di Pietro De Marchi e l’autoritratto italo-arabo di Claudia Raudha Tröbinger

Entrambi questi libri sembrano sussurrarsi da zone, seppur lontane fra loro per eredità ed estetica, dove la socratica cura dell’anima, la riflessione sulla vita e il dialogo con il mondo, passato e presente, restano prioritari, a conferma di una fiducia ancor sempre possibile nella parola scritta e nella sua funzione espressiva
DAL BLOG
Di Il Lanternino - 13 dicembre 2020

di Stefano Zangrando, docente, traduttore e autore

Scriveva Goethe nella sua Teoria dei colori che di fronte al verde, combinazione di giallo e azzurro, “il nostro occhio trova un autentico appagamento”. Pare del resto che questa sua associazione psichica all’equilibrio e alla pacatezza, che ne contraddice varie altre connotazioni culturali, sia adottata ancora oggi nelle strategie di neuromarketing. Ho però un’interpretazione in parte diversa per i due libri che di recente hanno raggiunto la mia cassetta postale, entrambi con una copertina verde, nella sua gradazione più tradizionale e riposante.

 

Il primo, un volumetto in brossura stampato dalle edizioni Casagrande di Bellinzona, s’intitola Con il foglio sulle ginocchia e lo ha scritto Pietro De Marchi, scrittore e studioso lombardo già premiato per il suo lavoro poetico. Collocata nel medesimo solco di un volume precedente (Ritratti levati dall’ombra, 2013), questa raccolta di prose presenta nella prima parte una serie di scritti dedicati al padre dell’autore: ricordi, evocazioni e ricostruzioni documentarie che compongono il ritratto di un uomo il quale, vissuto in pieno Novecento, ha incontrato la Storia con la discrezione di un nobile di spirito.

 

De Marchi ne dipinge i tratti con la serenità di un figlio riconoscente, che dal padre ha attinto non solo una lezione di umiltà, forse di saggezza, ma anche l’amore per la letteratura. Da una Milano in cui riecheggiano Manzoni e Gadda si passa presto all’arruolamento e al risucchio nella Seconda guerra mondiale, ed è qui che l’autore si sofferma sui fogli che il padre scrive “sulle ginocchia” dal fronte: le lettera ai familiari, le rassicurazioni, la prigionia in Germania, lo sforzo di dissimulare la crescente prostrazione, il silenzio in cui negli anni successivi preferirà custodire l’esperienza bellica. In seguito sono le note di quaderno o a margine di una lettura la fonte biografica e affettiva del figlio, fino agli scambi più recenti e intimi intorno all’arte poetica.

 

Nella seconda parte del volumetto l’autore si dedica poi ad altri ritratti, tra i quali spicca quello del poeta italo-svizzero Giorgio Orelli, nei cui confronti l’ammirazione e l’amicizia di De Marchi sono dichiarati; ma compaiono anche il grande filologo Dante Isella (un ricordo degli anni di studio), nonché Meneghello e Borges (con un cameo di Montale), e infine un “segnalibro” per lo scrittore svizzero bilingue Federico Hindermann, dove il ricordo iniziale del genitore si discioglie in un senso esteso di gratitudine nei confronti di “padri e maestri”.

 

Ora, qui De Marchi cita e traduce dal tedesco un brano di Hindermann di cui riporto l’inizio: “‘E adesso che cosa facciamo?’ Quando un bambino fa questa domanda, di solito a uno viene in mente qualcosa che contiene la promessa di un diversivo.” Mi fermo qui, alla prima età della vita, per provare a introdurre l’altro libro verde che ho ricevuto. È diverso, cartonato, si apre dal basso verso l’alto e ha tutte le scritte bilingui, in caratteri latini e arabi. Quelli latini recitano: Claudia Raudha Tröbinger, Perché studio l’arabo? Ottantanove risposte (l’editore è retina di Bolzano). Se poi lo si apre e lo si legge, per quanto l’autrice lasci chiaramente intendere di essere adulta, sembra di avere a che fare con un candore infantile.

 

Claudia Raudha Tröbinger è una donna e artista di origini sudtirolesi e madrelingua tedesca che ha vissuto in Libano, Siria e Tunisia: un movimento geografico ed esistenziale che, nel libro, viene paragonato con arguzia ai “gran tour” giovanili del Settecento. Oggi l’autrice è tornata a vivere nel Burgraviato, ma l’incontro con il mondo arabo ha avuto su di lei un’impronta determinante – nei termini formativi di un personalissimo rivolgimento biografico e (inter)culturale – di cui questo suo libro d’esordio è una testimonianza fresca e tenace ad un tempo.

 

Non è un romanzo, non è poesia, non è letteratura in senso stretto: è arte verbale allo stato aurorale. Il libro, che si apre appunto “come un calendario” per rispettare i modi di lettura sia italiani che arabi, è suddiviso in tre parti: “Dediche”, “Poesie, proverbi e citazioni” e “Risposte”; al tutto è anteposta un’introduzione, essa stessa nelle due lingue – dove ognuna è a fronte dell’altra come in tutto il volume – in cui l’autrice spiega la genesi dell’opera, ne illustra la struttura, le ragioni preliminari, e la presenta come un libro che “si rivolge sia a chi legge tanto, sia a chi lo fa pochissimo”.

 

La prima metà del testo è occupata dalle prime due sezioni, la seconda agli ottantanove “perché”. Riassumerlo non è possibile, tanto si sottrae a un’idea convenzionale di composizione; citarne un brano o l’altro sarebbe mutilarne la varietà, che spazia dal personale al politico in una continua alternanza di squarci minimi, autobiografici o aneddotici, storici o geo-culturali. Quel che via via emerge, tuttavia, attraversando queste pagine perlopiù parche di parole, è un autoritratto di sorprendente onestà e naturalezza, continuamente aperto al mondo e all’alterità, privo di qualsivoglia vanità o supponenza, sorretto invece da un humour in grado, quando la vita irrompe maggiormente, di schiudersi alla commozione e alla partecipazione.

 

Perché ho scelto di parlare di questi due libri in un’unico articolo? Che il verde del secondo sia riferibile all’islam, peraltro, è cosa che si deduce fin da subito, mentre nel primo caso l’alternanza di colori pastello della collana avrà pur dettato ai grafici l’opzione migliore. Ma c’è dell’altro, ed è nella natura di queste due voci così diverse tra loro, che appaiono però contraddistinte da un garbo comune, da una posatezza dell’intento e da una sorta di grazia nell’esito.

 

Sia lo scrittore e studioso De Marchi che l’artista esordiente Tröbinger mi sembrano infatti parlare dai margini discreti, dai sobborghi verdi del mondo editoriale, nel mezzo del quale schiumano invece le tinte aspre dell’invidia, dell’opportunismo tematico, della competizione all’insegna del mainstream – o del prodotto di consumo che stufa presto e induce a chiedersi: “E adesso che cosa facciamo?”.

 

Entrambi questi libri sembrano sussurrarsi invece da zone, seppur lontane fra loro per eredità ed estetica, dove la socratica cura dell’anima, la riflessione sulla vita e il dialogo con il mondo, passato e presente, restano prioritari, a conferma di una fiducia ancor sempre possibile nella parola scritta e nella sua funzione espressiva. Molto più, insomma, della semplice promessa di un diversivo.

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