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E quindi uscimmo a riveder la gente, il libro dal lockdown di Gabriele Di Luca

Così Di Luca permette anche a chi legge di guardarsi alle spalle, verso il periodo appena concluso, come a un frangente di smarrimento di cui serbare un qualche senso duraturo, forse un messaggio, o almeno di rielaborarlo attraverso il filtro di una vita interiore mai arresa – a ricordarci che, tutto sommato e per fortuna, non abbiamo mai smesso di essere creature pensanti e sociali
DAL BLOG
Di Il Lanternino - 29 maggio 2020

di Stefano Zangrando, docente, traduttore e autore

C’è questo momento all’inizio dell’Inferno dantesco in cui il poeta, giunto ai piedi del colle della virtù e alzato lo sguardo verso il sole, sente placarsi la paura che lo aveva attanagliato nella selva oscura. Dante paragona il proprio animo a un naufrago che, raggiunta finalmente la terraferma, si volta a guardare con affanno il mare della dannazione che si è appena lasciato alle spalle. Per ragioni personali che qui non approfondisco – Dante non sa ancora che, invece di poter risalire il colle verso la luce divina, lo aspetta ora la traversata dei tre oltremondi –, l’immagine mi si è riproposta di recente, quando l’allentamento delle restrizioni ci ha permesso di tornare ad uscire di casa e muoverci, almeno, in un territorio più ampio del nostro isolato. Certo è che, se non dannazione, per molti, anzi per troppi e in vari modi, le chiusure e la reclusione sono state traumatiche e dolorose (con strascichi in parte destinati a protrarsi).

 

E non bastava coltivare le proprie relazioni in forma virtuale per tamponare l’isolamento e, con esso, la pena e la sfida di un confronto con se stessi forse senza precedenti.  Eppure c’è chi ne è uscito meglio di altri, e Gabriele Di Luca, docente, giornalista e traduttore livornese trapiantato da anni a Bolzano, ci ha fatto pure un libro. La prova del suo salvataggio è già nel titolo, sempre dantesco, sempre infernale, ma l’autore ha ritoccato proprio l’ultimo verso della cantica: E quindi uscimmo a riveder la gente (sottotitolo: Diario dalla Grande Reclusione, edizioni alphabeta Verlag), optando così per una prima persona plurale che dice fin da subito la sua vocazione a rivolgersi a una comunità, e a sentirvisi parte.

 

La matrice, perché negarlo, è quella di un instant book, ma nel suo fondo vi è una scelta, quasi un’urgenza individuale: nelle prime settimane di confinamento in casa, Di Luca, impossibilitato come tutti alle frequentazioni reali, ha intrattenuto se stesso e la sua “bolla” social con post in cui modellava riflessioni, commenti e micro-narrazioni di vario genere, esercitando lì la verve intellettuale che lo contraddistingue e che, tutt’a un tratto, non poteva più esprimersi nelle conversazioni che l’autore ama condurre con amici e sodali nel suo caffè preferito.

 

Poco ne resta escluso, quasi ogni risvolto di una cronaca che a ognuno giungeva quotidianamente ansiogena e indecifrabile è qui filtrato da un’ironia sottile, ora polemica ora satirica, un po’ flaianesca, che spazia disinvolta dal locale al globale, dal politico al sanitario, dal pubblico al privato, dalle citazioni autorevoli a quelle di semplici amici o “contatti”. In ventotto capitoli intercalati da foto in bianco e nero si dispiega così il mosaico di una sopravvivenza quotidiana ai minimi giri, sempre orientata a preservarsi in relazione:  «Viviamo ore che si sfaldano, si decompongono e si ricompongono in figure inservibili agli incastri usuali. Anche il confine tra la notte e il giorno è diventato labile e poroso. L’insonnia si allarga come un liquido freddo versato sul lenzuolo. Così, alle tre di notte accendiamo di nuovo lo smartphone, chiediamo agli amici di Facebook “chi è sveglio?”, e dopo cinque minuti ecco che hanno già risposto in quattordici».

 

Presto fa capolino anche l’invenzione: emerge un personaggio, l’avvocato Augusto Nicotra, prima solo sbozzato nelle sue pratiche di ogni giorno, poi via via più delineato in un suo anelito amoroso, a proiezione di una malinconia forse dissimulata, ma che rimane il flusso sottotraccia di una pudica sofferenza. È allora di nuovo l’esercizio dell’intelletto a farsi carico dell’elaborazione in chiaro, fino a un approdo cosmico e filosofico che dà forma alle pagine migliori del libro, come in questo brano:

«Forse si potrebbe scrivere una storia dei giorni e delle notti, ma saranno sicuramente in maggior numero le notti, in cui gli uomini, tutti gli uomini, hanno reclinato la testa e pensato alla storia dei loro punti critici, cercando di recuperare l’irrecuperabile memoria di ciò che li ha fatti diventare ciò che adesso sono, e tutti i momenti felici, ma forse più spesso i momenti infelici, che adesso gravano su di loro come un doloroso punto di domanda: perché è andata così, sarebbe potuta andare in modo diverso?».

 

Così Di Luca permette anche a chi legge di guardarsi alle spalle, verso il periodo appena concluso, come a un frangente di smarrimento di cui serbare un qualche senso duraturo, forse un messaggio, o almeno di rielaborarlo attraverso il filtro di una vita interiore mai arresa – a ricordarci che, tutto sommato e per fortuna, non abbiamo mai smesso di essere creature pensanti e sociali.

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