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Il ludico e l’abissale: la scrittura dell’altoatesina Maddalena Fingerle, premio Calvino 2020

Dalla vittoria, com’è comprensibile, sono fioccate le interviste, le foto, i filmati e, nei social, anche qualche imbarazzante tentativo di lusinga della nuova stella delle lettere nostrane: l’assedio distratto all’autrice e alla sua immagine, al suo “corpo” anziché al “corpo del testo”. Del resto, va riconosciuto, nessuno avrebbe potuto soffermarsi sul valore dell’opera vincitrice: il romanzo è ancora inedito e per regolamento non sarà diffuso fino alla pubblicazione.
DAL BLOG
Di Il Lanternino - 08 luglio 2020

di Stefano Zangrando, docente, traduttore e autore

A volte anche nel mondo letterario succede che “i conti tornino” – in inglese it all adds up, come recita il titolo di una memorabile antologia di saggi di Saul Bellow, premio Nobel per la letteratura nel 1976. In uno di quei saggi, Il pubblico distratto, Bellow sostiene che un vero scrittore dovrebbe risvegliare nei lettori l’«attenzione» per l’essenziale e avvicinarlo al «regno della felicità estetica». Ma quanti testi, oggi più che in passato, ci distraggono dall’essenziale e dalla felicità estetica, cavalcando invece temi e forme di facile presa sul pubblico o tendendo piuttosto a volgere i riflettori sui loro autori?

 

Bellow non risparmia neppure i «metacritici» e le «persone sofisticate», la cui distrazione sarebbe ancora più difficile da dissipare, perché «per influenzarli sono necessarie credenziali prestigiose». Vale a dire che non solo il pubblico è spesso distolto dall’essenziale, quando non distratto dagli artisti medesimi e dalla loro vanità, ma gli stessi “lettori esperti” possono perdere di vista il regno della felicità estetica, attirati invece da caratteristiche extra-estetiche o riconoscimenti sociali che con l’opera d’arte c’entrano poco. I conti tornano, invece, quando l’attenzione è rivolta alle opere e al loro valore.

È successo qualcosa del genere di recente quando il premio Calvino, il più prestigioso riconoscimento per esordienti italiano, è stato assegnato al romanzo inedito Lingua madre dell’altoatesina Maddalena Fingerle. Di questa scrittrice, nata a Bolzano nel 1993 e oggi residente a Monaco di Baviera, fino a poco tempo fa si sapeva poco.

 

Chi segue la letteratura in rete sa che è nella redazione di “Fillide”, una rivista on line sul comico, e che negli ultimi anni alcuni suoi racconti sono apparsi su diversi siti letterari, tra i quali Nazione indiana e Crapula club. Ma il suo nome è rimasto ignorato dai più fino al 22 giugno scorso, quando la diretta Facebook del premio ha sancito il vincitore fra gli undici finalisti nominati una settimana prima.

 

Da allora, com’è comprensibile, sono fioccate le interviste, le foto, i filmati e, nei social, anche qualche imbarazzante tentativo di lusinga della nuova stella delle lettere nostrane: l’assedio distratto all’autrice e alla sua immagine, al suo “corpo” anziché al “corpo del testo”. Del resto, va riconosciuto, nessuno avrebbe potuto soffermarsi sul valore dell’opera vincitrice: il romanzo è ancora inedito e per regolamento non sarà diffuso fino alla pubblicazione. I conti non potevano tornare del tutto. Così alla neo-premiata non è rimasto che assecondare i riflettori puntati addosso, rispondendo ai giornalisti ed eludendo i cicisbei. Ma davvero la stampa, almeno quella, non aveva alternativa? O qualcuno si è preso la briga di andare a vedere almeno ciò che Maddalena Fingerle ha scritto e pubblicato fino a questo momento? Non risulta.

 

Eppure ha un proprio sito in cui sono linkati i suoi testi apparsi in rete. Saggi e interviste a parte, che documentano gli interessi letterari dell’autrice fra letteratura italiana contemporanea e del Seicento (Fingerle sta svolgendo un dottorato di ricerca alla Ludwig-Maximilians-Universität), quel che emerge dalla sua scrittura è una sensibilità decorticata alla natura linguistica del reale. C’è sempre una narrazione, ma la sua trama è più nel tessuto idiomatico che negli agiti dei personaggi, la cui voce in prima persona, maschile o femminile, è la materia in fermento in cui le parole diventano lettera, e dunque cose: si tratti di semplici modi di dire, come nei primissimi racconti, o come in seguito di un approccio ossessivo al linguaggio e alle sue potenzialità, nei testi di Fingerle l’esistenza umana è un bollore d’indicibile sul quale volteggiare armati di segni e di sensi possibili.

 

A volte è il comico il registro prevalente, altre un’inclinazione alla visione fantastica o delirante che non abbandona mai del tutto una matrice quotidiana, fatta di pratiche, rituali e abitudini comuni. È forse questa una delle maggiori qualità della prosa di Maddalena Fingerle: muoversi sfrenata e precisa, con taglio ora ludico ora abissale, in una dimensione di mezzo dove ad accadere non sono le cose da sole, ma anche – o soprattutto – i loro riflessi dirompenti nel personaggio che, trasfigurandole in lingua nel mentre stesso in cui fa della lingua un oggetto, dà forma alla realtà.

 

È una scrittura che a qualcuno potrebbe far venire in mente Thomas Bernhard o qualche altro autorevole centro-europeo (anche se la giuria del premio a proposito del romanzo inedito ha parlato di Salinger e Malerba), ma non è questo il punto. Il punto è che si tratta comunque di una prosa forte e consapevole, priva di cedimenti rispetto alla propria funzione poetica, che basterebbe di per sé a risparmiare un po’ di riflettori all’autrice per rivolgerli al suo lavoro, che è davvero promettente. Tanto più che all’assedio alla persona concreta replica con feroce nitore almeno uno dei racconti più forti di Maddalena Fingerle, Eidos: vi si esprime una coscienza profonda di cosa significhi essere corpo e voler scomparire, dissolversi e non lasciare tracce – se non appunto in forma di parola e quindi, nella transizione dal fittizio al reale, di scrittura.

 

Rivolgersi soprattutto a quest’ultima, pertanto, è già un modo per comprenderla. Come poi questa si declini in Lingua madre, il romanzo vincitore del premio Calvino, lo lascia presagire quanto emerso finora: che il protagonista Paolo Prescher cresca in una Bolzano sedicente bilingue, ma in un contesto familiare italofono, distinguendo parole «pulite» e parole «sporche», fino a rifiutarsi di parlare italiano e trasferirsi a Berlino per parlare solo in tedesco, dice già abbastanza della declinazione provocatoria che l’apparente “glottopatia” dei personaggi di Maddalena Fingerle assume in questa sua prima opera maggiore.

 

Sbaglieremmo, tuttavia, se ci aspettassimo un’opera solo engagée che ponga sotto scacco l’Alto Adige, la sua presunzione politicamente corretta e un tantino ipocrita di “terra modello”. Lingua madre, per quel poco che se n’è saputo e letto finora, è un romanzo che trasporta sul piano del linguaggio, delle sue risorse vitali e dei suoi smottamenti, ogni questione esistenziale o socio-politica, facendone sfida e bellezza testuali. Siamo più vicini al regno della felicità estetica che al mondo delle credenziali. Il pubblico è avvisato.

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