di Stefano Zangrando, docente, traduttore e autore
È stato presentato di recente anche in Trentino un libro che nel vicino Alto Adige sta facendo discutere (e non ha mancato neppure di scaldare qualche animo fra Trento e Rovereto). È Lingue matrigne, un saggio scritto dall’insegnante e giornalista Gabriele Di Luca e pubblicato dalla casa editrice Alphabeta Verlag di Bolzano. Il sottotitolo dice già molto: «La menzogna del bilinguismo in Alto Adige/Südtirol» – non senza una certa ironia da parte di autore ed editore, che hanno pur sempre rispettato la dicitura bilingue della provincia in cui risiedono.
L’idea di fondo è che il «mito» del bilinguismo in provincia di Bolzano, ossia l’immagine ideale di una comunità felicemente parlante sia italiano che tedesco (con il ladino a far da terzo incomodo), sia in realtà una «menzogna» che nasconde uno stato di cose ben più sconfortante. Di Luca è di origini livornesi ed è arrivato in Alto Adige, condotto anche da ragioni affettive, dopo aver studiato filosofia in Germania. Peccato che, una volta stabilitosi qui, abbia dovuto fare i conti con una lingua diversa da quella che aveva imparato da studente: il dialetto sudtirolese. E questo non solo non ha giovato al suo tedesco, ma neanche al suo accasamento: perché se in Alto Adige c’è un senso di appartenenza, ritiene Di Luca, questo è legato a doppio nodo al Südtirolerisch.
Quali sarebbero dunque le lingue matrigne del titolo? L’autore non ha dubbi: una è proprio il tedesco standard, lo Hochdeutsch che gli italiani studiano quasi inutilmente (quando lo studiano), perché non appena lo impiegano per rivolgersi a un sudtirolese si sentono per lo più rispondere in italiano – il sudtirolese medio, infatti, un po’ di italiano lo sa, mentre il dialetto, sua madrelingua, il suo interlocutore non lo impara: non a scuola, non grazie alla toponomastica bilingue e neppure sul lavoro – foss’anche in un posto pubblico, di quelli che richiedono il “patentino di bilinguismo”.
L’altra lingua matrigna, stavolta per gli italiani, è dunque lo stesso dialetto, come anche la sua versione più urbana e accessibile: la lingua d’uso quotidiano (Umgangssprache) che rimane sempre maledettamente lontana da quella che in Alto Adige si studia a scuola, fin dalle elementari, sei ore a settimana. Ma allora a che giova tutto questo adoperarsi, si chiede Di Luca, se poi nell’esistenza collettiva persiste uno scarto tra «normatività» (ciò che va imparato, saputo e quindi certificato) e normalità? Scarto il cui esito, dichiara l’autore, a dispetto dei progressi nella “convivenza” che pure si sono constatati nell’arco dei decenni, è quello di aver rideclinato il separatismo culturale di un vecchio politico sudtirolese (quello Zelger che dichiarò assurdamente «più ci separiamo, più ci capiamo») in una “coesistenza” priva di autentico dialogo, cioè all’insegna di una pur pacifica «indifferenza».
La tesi è sconveniente quanto basta, perché scuote le buone intenzioni delle élite di governo, i cui sforzi restano sproporzionati agli effettivi risultati fra la cittadinanza, e pure il langherismo un po’ ingenuo della minoranza progressista locale, di cui chi scrive queste righe ritiene di far parte, costretta a fare i conti con una realtà diversa dal tanto vagheggiato miglior Sudtirolo possibile – è recente la notizia, riferita dall’Astat, secondo la quale in Alto Adige solo il 6% degli abitanti parla bene l’italiano e il tedesco. Il punto è che a Di Luca, che pure a nostro avviso mostra qualche lacuna nell’argomentare la sua tesi iniziale, è difficile dar torto quando ricollega lo status quo ai portati nazionalistici che hanno segnato questa terra – per non parlare dei rigurgiti di simile tenore ai giorni nostri.
Così si attraversano senza consolazione le pagine centrali del saggio, dove una serie di «scene» documentano in effetti gli assunti iniziali – non farà piacere apprendere, ad esempio, che l’unica categoria di "dipendenti" provinciali cui in Alto Adige non sia richiesto l’attestato di bilinguismo è ancora oggi quella dei politici –, dunque la già citata toponomastica, la politica appunto, l’informazione, e di nuovo e diffusamente il famigerato “patentino”, con i suoi meccanismi di potere soggiacenti. Per fortuna Di Luca, oltre a proporre qua e là un’etica e un «habitus» diversi, sa come scherzarci sopra – fino al capitolo sulla sanità, sul quale c’è poco da ridere e dove l’autore dà il suo meglio in termini di profondità di comprensione e analisi. Persino il suo passo saggistico, che fonde autobiografia, attualità e riflessione, raggiunge qui i livelli dei maestri cui s’ispira.
In coda, un capitolo dedicato all’intelligenza artificiale fa i conti con il modo in cui tutto quel che è stato esposto e “decostruito” in precedenza sia in procinto di cambiare, forse radicalmente – se in meglio o in peggio, non è difficile immaginarlo. A tal riguardo, tuttavia, mi sia qui concesso un apprezzamento personale all’autore per la menzione della traduzione letteraria come «antidoto» a una deriva pericolosamente monolingue e sempre più sorda alla presenza dell’altro.
Resta infine la speranza, anche in un Trentino tutt’altro che germanofilo, che una coesistenza pur indifferente, ma almeno pacificata con il vicino alloglotto non covi tutt’ora i germi di un conflitto pronto a riaccendersi. Si sa fin troppo bene come va, qui come altrove: bastano un’economia un po’ più arrancante e un politico un po’ più diabolico e spregiudicato degli altri nel cavalcarne le conseguenze, per far scricchiolare decenni di civilizzazione.













