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L'ultima pelle, un libro sul tempo e sul suo lavorio in Brasile mentre crollava il mondo bipolare

È solo un caso che il libro sia stato scritto nello stesso periodo in cui il mondo bipolare si apprestava a crollare, del resto la storia è ambientata a Rio de Janeiro, nel Brasile instabile dell’epoca neoliberista
DAL BLOG
Di Il Lanternino - 03 dicembre 2019

di Stefano Zangrando, docente, traduttore e autore

Una decina d’anni fa, grazie al sostegno dell’associazione Il gioco degli specchi di Trento, potei tenere un paio di seminari universitari sulla cosiddetta letteratura italiana della migrazione, che allora conosceva una prima fioritura, anche come oggetto di studio. Tra gli strumenti di lettura e consultazione di quella nebulosa poetica (in verità ancora molto simile a un sottobosco) c’era una rivista on line, “Sagarana”, diretta dallo scrittore e docente di origini brasiliane Julio Monteiro Martins, scomparso nel 2014. Attualmente per qualche ragione la rivista non è più consultabile on line se non in minima parte; quanto basta, tuttavia, per notare che della redazione faceva parte anche un certo Antonello Piana, scrittore e traduttore sardo trapiantato a Berlino.

 

Ebbene, di recente, mentre i riflettori dell’attualità puntavano l’anniversario della caduta del Muro di Berlino, ho ricevuto dalla piccola casa editrice Lebeg di Roma la versione italiana – ma che è una prima edizione assoluta – dell’ultimo romanzo che scrisse Martins, L’ultima pelle, tradotto con gusto e sapienza dallo stesso Piana. È solo un caso che il libro sia stato scritto nello stesso periodo in cui il mondo bipolare si apprestava a crollare, del resto la storia è ambientata a Rio de Janeiro, nel Brasile instabile dell’epoca neoliberista. La matrice è autobiografica e muove da una perdita: il decesso della nonna, figura primaria nella costellazione familiare dell’autore.

 

Il libro è scandito per mesi, quelli del 1988, in cui la cura della nonna malata e la sua morte accentrano l’attenzione dei nipoti e di altri personaggi vicini, come la compagna del fratello e la domestica, per poi lasciare un vuoto nel quale il passo riflessivo dell’autore, a posteriori, alterna il resoconto del periodo immediatamente successivo – una fenomenologia del lutto – a ricordi d’infanzia e giovinezza. La cifra dominante è il disincanto raccolto di un intellettuale nel fiore degli anni maturi, che rievoca le proprie vicende private, politiche ed editoriali e frattanto, confrontato con la morte, ne traccia un profilo di impietosa sobrietà: «La scomparsa delle persone che amiamo ci dà la cognizione esatta del fatto che stiamo solo ottemperando a un mandato biologico […] Dobbiamo agire per la forza della meccanica stessa della sopravvivenza. Anche se manca il desiderio. Anche se manca il senso. Dobbiamo andare avanti a braccetto con la realtà». Ma è un disincanto che procede da una nozione forte dell’umano: «Ogni uomo deve essere considerato grande per il semplice fatto che sa di dover morire».

 

Via via che il testo procede, il lutto cede il passo a una lenta, sorprendente riscoperta della vita: la scelta di una nuova domestica portatrice di una vitalità eslege, l’incontro con una nuova compagna, la comparsa di una sorellastra che conduce il narratore a un incontro tardivo con il padre allontanatosi molto tempo prima. Tutto questo mentre la memoria non smette di restituire momenti di senso rappreso, come il bellissimo incontro fra la nonna, suo marito e l’amante di lui di fronte all’oceano. Ne risulta un libro sul tempo e sul suo lavorio, il cui pregio maggiore, al di là dei personaggi che lo animano, è in quel po’ di saggezza che la vita concede all’uomo dotato di una vita interiore.

 

È una saggezza della quale fa parte, giusto il titolo, anche l’attitudine necessaria a cambiare pelle a ogni colpo che la vita assesta: è il vivere consapevolmente «i cicli della nostra provvisoria pienezza», lasciandoci alle spalle di volta in volta, come si legge nel preambolo, gli «ego sottratti che un giorno qualsiasi del futuro ci lasceranno con un’unica piuma, con un’ultima pelle, con un ultimo e monotono canto, con il personaggio definitivo».

 

(I libri precedenti di Julio Monteiro Martins usciti in italiano si trovano recensiti sulla pagina del Gioco degli specchi, che gli ha dedicato un profilo.)

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