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Per una letteratura transfrontaliera e plurilingue. Note intorno a un dibattito troppo locale

Qualche anno fa fui incaricato dalla casa editrice bolzanina Raetia di curare l’edizione annuale di “filadrëssa”, una rivista che da oltre un decennio ospitava contributi dei maggiori protagonisti della letteratura suditrolese, di madrelingua soprattutto tedesca ma non solo. Non ci pensai due volte e progettai un fascicolo in cui mettere in dialogo autrici e autori dell’area sudtirolese e di quella trentina. Una cosa soprattutto, lavorando a quell’edizione, mi sorprese: la conoscenza reciproca era molto scarsa
DAL BLOG
Di Il Lanternino - 17 aprile 2021

di Stefano Zangrando, docente, traduttore e autore

Cosa si sa, in Trentino, della movimentata scena letteraria sudtirolese? Poco o nulla, mi sembra, come anche nel resto d’Italia. Ma il Trentino forse è meno giustificabile, perché è provincia sorella, con pretese di confine in parte simili. Eppure.

 

Qualche anno fa fui incaricato dalla casa editrice bolzanina Raetia di curare l’edizione annuale di “filadrëssa”, una rivista che da oltre un decennio ospitava contributi dei maggiori protagonisti della letteratura suditrolese, di madrelingua soprattutto tedesca ma non solo. Non ci pensai due volte e progettai un fascicolo in cui mettere in dialogo autrici e autori dell’area sudtirolese e di quella trentina. Una cosa soprattutto, lavorando a quell’edizione, mi sorprese: la conoscenza reciproca era molto scarsa, a dispetto del fatto che in singoli casi non fossero mancate incursioni nella provincia vicina – ricordo ad esempio i racconti odeporici di Anne Marie Pircher e di Waltraud Mittich, ma già anni prima avevo letto qualcosa in senso contrario di Alessandro Tamburini e un romanzo di Michele Ruele su Kafka a Merano, anche se tra i contemporanei il primo esito di un certo rilievo è stato forse Tritolo (1999), il primo romanzo di Giacomo Sartori. E tuttavia, ripeto, tra autrici e autori, anche bravi, ci si conosceva a malapena – parlo delle opere ancor più che delle persone.

 

Forse in parte era comprensibile: chi scrive in Trentino, e in italiano, bada poco a quel che accade nella scena tedescofona più a nord, e viceversa. E in mezzo ai due rimane, cenerentola, ciò che si scrive in italiano in Alto Adige. Resta il fatto che né in quest’ultimo caso né in Trentino esiste un paesaggio florido, vivace, cooperativo e innovativo come quello che si constata nel Sudtirolo di lingua tedesca. Le ragioni sono varie, storiche certo, ma anche politiche: la cultura tedesca in Alto Adige è sostenuta e finanziata in modo generoso, un po’ come in Germania, Svizzera o Austria, ed è un modo che in Italia sarebbe impensabile. Ma questo poi non basta a spiegare come nell’Alto Adige tedesco si sia creata un’autonarrazione così forte, che legittima i locali a concepire una “letteratura sudtirolese” – per non parlare della pretesa, da parte italofona, di definire una “letteratura altoatesina”. È stata e in parte è ancora, nel bene e nel male, una questione identitaria. Che però sarebbe ora di decostruire, per aggiornarla ai tempi ed estenderla a un discorso più ampio, plurilingue, transfrontaliero e sovranazionale.

 

Si è visto di recente cosa può succedere altrimenti. C’è stato tra marzo e aprile un dibattito alquanto animato, seppur circoscritto ad articoli per lo più di lingua tedesca, intorno alla figura di norbert c. kaser – i minuscoli furono una sua scelta –, il poeta considerato ormai canonicamente l’iniziatore della letteratura sudtirolese. Il pretesto è stata una frase della scrittrice Maxi Obexer, con cui fino a poco tempo fa ho condiviso la presidenza dell’Unione Autrici e Autori Sudtirolo (SAAV), che in un dialogo con la collega Sabrine Gruber in occasione del quarantennale dell’Unione aveva lanciato una provocazione. Obexer, autrice nota nei paesi di lingua tedesca soprattutto come drammaturga e finalista al premio Bachmann, dichiarava quanto poco fosse valsa per lei la lezione di kaser, di cui riduceva sommariamente l’opera a “qualche poesia” scritta prima di affogare nell’alcol.

 

Nelle reazioni più o meno indignate che sono seguite, qualcuno ha impropriamente associato la sortita di Obexer alle sue recenti dimissioni dalla presidenza SAAV, dovute in realtà ad altre e più personali ragioni, altri hanno richiamato l’attenzione sulla questione di genere che era il vero tema del dialogo con Sabine Gruber. Non è forse vero, notavano le due autrici, che nel corso dei decenni la stessa letteratura sudtirolese è stata fatta e canonizzata soprattutto da uomini, per cui non è dato sapere se, a parte nomi noti come quelli di Anita Pichler o Maria Brunner (quest’ultima unica presidentessa della SAAV in quarant’anni di storia prima che a capeggiarla fosse Obexer), la scena letteraria regionale è rimasta preclusa fino ad anni recenti a scrittrici rimaste nell’ombra?

 

Non è mancato poi chi ha ricondotto a una simile questione le stesse reazioni apparse sulla stampa, chiedendosi se dietro a questa indignazione per l’insulto alla “vacca sacra” – povero kaser, se solo si sapesse divenuto tale – non vi sia, più o meno irriflessa, una forma di mansplaining, ossia il paternalismo esplicante che il nuovo femminismo rimprovera al maschio medio. Personalmente temo che alla base della polemica vi sia anzitutto una questione sociologica, ciò che Pierre Bordieu avrebbe chiamato “conflitto per il dominio del campo letterario”. Insomma, una lotta di potere per un “capitale simbolico” che non esclude nessuno ed è il lato meno nobile della faccenda.

 

Più proficuo mi appare riflettere sul contesto in cui tutto si è svolto, ma ad un passo di distanza: di quale “campo” stiamo parlando quando parliamo di “letteratura sudtirolese”? Non è forse una categoria che, già di per sé viziata da un’ombelicalità in quanto pretende di narrare una storia su base localissima – a fronte di quella che Goethe chiamava Weltliteratur, la sola dimensione in cui la letteratura ha la sua ragion d’essere –, esclude dal discorso ciò che in questo campo non è di lingua tedesca? E sul versante italofono non si dà forse un pendant altrettanto, anzi ancor più limitato, povero di valore universale, per quanto utile all’autocomprensione della comunità italiana in Alto Adige?

 

Gli stessi studi pluriennali del docente bolzanino Carlo Romeo, a dispetto dei suoi sforzi per un crescente dialogo interculturale, ci dicono come solo fino a una ventina d’anni fa, o forse meno, due comunità ancora divise nei loro capitali simbolici – per non parlare della Ladinia con il suo piccolo mondo poetico, a malapena percepito dai corregionali – abbiano faticato a unirsi in un patrimonio letterario comune. E mentre la letteratura di lingua tedesca ha ampi contatti e dialoghi con ciò che accade oltralpe, quella di lingua italiana è stata per decenni un mero sottobosco, di rado capace di imporsi all’attenzione sovraregionale. E infatti in Trentino di tutto questo si sa poco o niente, anche se suppongo – e qui ammetto la mia, di ignoranza – che anche in provincia di Trento vi sia chi pretende di poter ricostruire e narrarsi una fantomatica “storia della letteratura trentina”.

 

Ma il punto è proprio questo: e se allargassimo un poco la prospettiva e immaginassimo che il dibattito di cui sopra si sia tenuto nel centro dell’Euregio? E che questa macroregione di frontiera possa costituire uno spazio culturale comune, circoscritto istituzionalmente ma privo di barriere, all’interno del quale sviluppare un dibattito letterario allargato e capace un po’ alla volta di affermarsi come crocevia europeo di una letteratura di calibro sovranazionale?

 

Certo, per farlo dovremmo essere tutti un po’ meno localisti e più bilingui, anche se ai livelli più alti del linguaggio, come quello letterario, viene in soccorso la traduzione. Ma penso davvero che le lettrici e i lettori trentini, come quelli italofoni dell’Alto Adige, non dovrebbero essere del tutto estranei a un dibattito su norbert c. kaser o sulle questioni di genere nel campo letterario, perché kaser o Anita Pichler, comunque li si voglia valutare, dovrebbero riguardarci tutti se vogliamo emanciparci dal mero folklore o lasciarci alle spalle la tendenza a cercare i nostri riferimenti culturali gli uni verso nord e gli altri verso sud. O a che sarebbe servita la pubblicazione negli ultimi anni, presso l’editore meranese alpha beta, delle poesie di kaser tradotte da Werner Menapace, o dei racconti di Anita Pichler tradotti da Donatella Trevisan, o di un romanzo-saggio della stessa Obexer tradotto da Cristina Vezzaro, nonché, presso l’editore roveretano Keller, di romanzi di Sepp Mall e Anna Rottensteiner tradotti rispettivamente da Sonia Sulzer e dalla trentina Carla Festi?

 

È vero, non c’è reciprocità: non sono altrettante le voci italiane tradotte in tedesco (a memoria fra i trentini viventi mi vengono in mente, oltre all’ottimo Sartori, solo Duccio Canestrini e il trapiantato Carmine Abate: tutti maschi). Ma c’è una ragione, ed è in una sproporzione di valore. Il Trentino e l’Alto Adige di lingua italiana, per ragioni anche storiche non imperscrutabili, fino a qualche decennio fa avevano creato poche opere letterarie capaci di parlare oltre i propri confini territoriali e nazionali. Ma i tempi sono cambiati, la bolzanina Maddalena Fingerle è solo l’ultima promessa in ordine di tempo e, accanto agli editori, realtà come il premio Frontiere-Grenzen o il premio Merano-Europa sono lì a dirci che la volontà di valorizzare la buona letteratura in uno spazio plurilingue c’è eccome, da tempo, anche a livello associazionistico.

 

Forse non dovremmo lasciarci scappare l’occasione, a livello di cooperazione territoriale come di supporto istituzionale: immaginarsi parte di una comunità letteraria transfrontaliera, con un’eredità comune e mista, rende l’identità più fluida e sana, i confini porosi, il confronto più nobile, e ci porta diretti al centro dell’Europa dei traffici e degli scambi, anche culturali. Vi ammutolirebbero le schermaglie di potere, se ne gioverebbe la forza che viene dall’unione. Ne fiorirebbe un capitale simbolico in cui l’arricchimento di ogni parte in causa sarebbe assicurato. Basterebbe solo volerlo.

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