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Un romanzo delle provenienze: “Origini” di Saša Stanišić per Keller

L’autore, classe 1978, di origini bosniache ed emigrato in Germania nel 1992, con quest’opera nel 2019 si è aggiudicato, tra gli altri, il “Deutscher Buchpreis”, uno dei più importanti premi letterari dell’area germanofona. Si tratta di un racconto, in parte ascrivibile al sottogenere dell’autofiction, in cui si alternano e intrecciano luoghi e generazioni
DAL BLOG
Di Il Lanternino - 18 agosto 2021

di Stefano Zangrando, docente, traduttore e autore

Fino a che punto le nostre origini ci definiscono e quanto invece tocca riconoscerne, almeno in parte, l’estraneità a ciò che siamo diventati? È a questa domanda, o anche a questa, che prova a rispondere l’ultimo romanzo pubblicato dall’editore Keller di Rovereto. L’autore, Saša Stanišić, classe 1978, di origini bosniache ed emigrato in Germania nel 1992, ha iniziato a scrivere in tedesco fin dai primi anni duemila e con quest’opera nel 2019 si è aggiudicato, tra gli altri, il “Deutscher Buchpreis”, uno dei più importanti premi letterari dell’area germanofona.

 

Il titolo italiano del romanzo, appunto Origini, traduce nel modo più appropriato il tedesco “Herkunft”, anche perché il plurale esprime bene, forse ancora meglio dell’originale, la varietà connaturata ai luoghi e alle persone da cui proveniamo, nonché il modo in cui Stanišić la declina in forma narrativa. Si tratta infatti di un racconto, in parte ascrivibile al sottogenere dell’autofiction, in cui si alternano e intrecciano luoghi e generazioni: la Višegrad in cui Stanišić è nato e cresciuto e i quartieri di Heidelberg dov’è maturato; la generazione dei nonni, che ha vissuto la fine della Jugoslavia e lo scoppio della guerra civile in anni già avanzati, e quella dei genitori, che la stessa guerra ha indotto a migrare verso nord-ovest con i figli.

 

Il filo conduttore del libro, composito al punto da tracciare una continua variazione sul tema del ricordo, è il rapporto dell’autore con la nonna malata di Alzheimer, la cui memoria si fa via via più evanescente – e il rapporto con lei più tenero e struggente. È il suo personaggio nella parte finale del volume, un’appendice combinatoria dai toni fantastici con sentieri narrativi che si biforcano a ogni pagina, a illustrare quest’idea compositiva (ma le parole sono quelle di un libro precedente dell’autore, qui nella ben ritmata traduzione di Federica Garlaschelli): «Una buona storia è come un tempo la nostra Drina: mai un rigagnolo tranquillo, no, lei è ampia e impetuosa, arrivano affluenti ad arricchirla, lei tracima, ribolle e rumoreggia. Ma c’è una cosa di cui né la Drina né le storie sono capaci: per nessuna c’è un ritorno».

 

Gli “affluenti”, in Origini, sono i personaggi secondari che animano i racconti dell’adolescenza a Heidelberg – fino a immaginare, per quei giovani immigrati il cui punto d’incontro è un benzinaio, una «letteratura dell’ARAL» –, i ricordi d’infanzia in una Jugoslavia ancora unita e multietnica o i reiterati ritorni nella terra d’origine, a cercare di recuperare una memoria familiare e collettiva condannata all’oblio sia dalla malattia senile dell’anziana parente sia da un dopoguerra in cui il degrado nazionalista appare irredimibile, oltre che insidioso per la stessa scrittura: «Mi sembrava retrogrado, addirittura distruttivo», dichiara il narratore dopo una visita agli antenati nel cimitero di Oskoruša, «parlare delle mie o delle nostre origini in un’epoca in cui discendenza e luogo di nascita erano tornati a essere segni distintivi, in un’epoca in cui i confini venivano nuovamente rinforzati e dalla palude prosciugata della divisione politica emergevano i cosiddetti interessi nazionali».

 

Eppure il tentativo riesce, e questa esplorazione dai molti inizi e dalle molte fini giunge a configurarsi come un vivido mosaico narrativo della sorte migratoria, ben attento ad evitare il pathos dell’esilio, del destino e della perdita: «Ogni casa è pura casualità: nasci in un posto, ti trovi costretto ad andartene, e in un altro posto ancora lasci un rene alla scienza. Fortunato chi riesce a influenzare il caso. Chi lascia la propria casa non perché deve, ma perché vuole. Fortunato chi realizza desideri geografici». Non è stato il caso di Stanišić, che però nella lingua tedesca e nella sua letteratura ha trovato la casa in cui ospitare il proprio anelito di consistenza, la voglia di salvare il passato prima che se ne dissolva il ricordo.

 

E non è un male se alla fine il tutto appare come un malinconico arazzo rattoppato, un melange giocoforza adulterato dall’impulso a inventar storie: ciò che conta, per l’autore, è la verità esistenziale, molteplice e sfuggente, che ogni luogo e ogni persona incarna a proprio modo, e della quale Stanišić si fa ricettacolo e orchestratore. Al di là di essa, del resto, non c’è che la mera vita, quella stessa che infine è ancora la nonna, viva o morta che sia, ad affermare come estremo, ironico conforto: «Non conta dove stanno le cose. E nemmeno da dove si viene. Conta soltanto dove si va. E alla fine nemmeno quello. Guarda me: non so né da dove vengo né dove vado. E ti assicuro che certe volte non è poi così male».

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